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I piccoli centri, le piccole comunità non possono essere abbandonate. L’importanza delle Aree interne

Riapertura chiesa parrocchiale di Lutirano
31 agosto 2026

 

Le aree interne rappresentano oggi uno dei luoghi più delicati e significativi per la missione della Chiesa in Italia. Lo spopolamento, l’invecchiamento della popolazione, la riduzione dei servizi, la crescente fragilità del tessuto sociale e – a Lutirano possiamo aggiungere – i problemi dell’alluvione e del sisma interrogano anche le comunità cristiane. La domanda non riguarda semplicemente come mantenere ciò che esiste, ma come continuare a testimoniare il Vangelo in territori che stanno profondamente cambiando.

Di fronte a questa situazione, la tentazione potrebbe essere quella di misurare tutto a partire dalle diminuzioni: meno abitanti, meno presenze alle celebrazioni, meno sacerdoti, meno risorse. Eppure, la prospettiva evangelica invita a uno sguardo diverso. Le aree interne non sono soltanto luoghi da assistere o da preservare; sono territori da abitare e da accompagnare, riconoscendo il patrimonio umano e relazionale che custodiscono.

In occasione della visita a San Marino-Montefeltro, Papa Leone XIV ha richiamato proprio questa dimensione, sottolineando che, di fronte allo spopolamento e alla riduzione dei servizi, occorre mantenere vivo il senso di comunità di un popolo radunato dalla fede, custodendo quella «magnifica umanità» fatta di solidarietà, vicinanza e appartenenza che caratterizza i piccoli centri. La sfida consiste nell’abitare questi luoghi con speranza, promuovendo accoglienza, prossimità e cura reciproca.[1]

La pastorale delle aree interne – e non solo – non può quindi limitarsi ad una pastorale di “conservazione” ma deve sempre più diventare una pastorale di generazione.[2]L’Istruzione della Congregazione per il Clero, La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa, richiama la necessità di una conversione missionaria che superi ogni autoreferenzialità e aiuti le comunità a rimettere al centro l’annuncio del Vangelo, la celebrazione dei Sacramenti, la fraternità e la carità. La parrocchia è chiamata a essere una presenza viva e dinamica, «presenza permanente del Signore Risorto in mezzo al suo Popolo»[3], capace di leggere i cambiamenti sociali e di rispondere con creatività pastorale.

In questo contesto emergono con forza alcuni temi, su cui la nostra Chiesa diocesana – sulla scia del cammino sinodale – ha già iniziato a confrontarsi e che nel futuro dovranno essere maggiormente sviluppati.

Il primo è il tema della corresponsabilità, non solo come diretta conseguenza del calo dei presbiteri, ma come scelta profetica in relazione ad una nuova comprensione del ministero presbiterale. Il prete, il parroco non è la sua parrocchia, non la “esaurisce”. Il presbitero ha certamente un ruolo di guida, ma per garantire che l’annuncio, la celebrazione e la carità siano fedeli al Vangelo e alla Tradizione apostolica.[4] Il presbitero, inviato e in comunione con il vescovo, ha un servizio di guida unico che, però, non può sostituire il ministero dei battezzati. E, come in una famiglia non ci possono essere figli che non si prendano a cuore la propria casa, così ogni battezzato non vivrebbe appieno la Chiesa offrendo solo una semplice “collaborazione” saltuaria, partecipando anonimamente alle celebrazioni, non annunciando con la propria vita che incontrare il Signore «riempie il cuore e la vita intera».[5] Per questo, le forme di ministerialità laicale sono un terreno dove sperimentare questa corresponsabilità e sviluppare una formazione maggiore.

Uno dei frutti del sinodo è stato l’ascolto del desiderio di formazione alla vita di fede che è emerso da quasi ogni comunità. Davanti alla complessità del mondo contemporaneo, sentiamo forte il bisogno di approfondire la fede con “strumenti” adatti al tempo presente. Non sembra bastare una conoscenza superficiale del messaggio cristiano né una pratica limitata ad alcuni momenti religiosi. La fede, infatti, non può essere relegata a un ambito separato dell’esistenza, ma deve diventare criterio di lettura della realtà e sorgente di scelte concrete. Proprio per questo il cammino sinodale insiste sempre più sulla necessità di percorsi formativi integrali, dove annuncio, vita comunitaria, preghiera e servizio si sostengano reciprocamente. La trasmissione della fede non avviene principalmente attraverso contenuti da apprendere, ma attraverso esperienze capaci di mostrare la bellezza di una vita trasformata dal Vangelo.

Un altro tema è la prossimità. Le piccole comunità portano la presenza del Risorto non solo fra le case dei credenti, ma soprattutto fra gli ultimi. La prossimità della comunità ecclesiale alle situazioni di fragilità è motivata dal fatto che «i poveri per i cristiani non sono una categoria sociologica, ma la stessa carne di Cristo»[6]. Le aree interne possiedono, sotto questo profilo, una ricchezza particolare. Nei piccoli centri sopravvivono ancora relazioni di prossimità, forme spontanee di solidarietà, conoscenza reciproca e senso di appartenenza che altrove risultano più fragili.

La parrocchia di Lutirano accogliendo le riunioni di frazione, ospitando il Seggio elettorale e il centro logistico della Protezione civile per le emergenze (come in occasione dell’alluvione), accogliendo anche l’Associazione Volontari Valle Acerreta, non organizza semplicemente delle attività, ma favorisce esperienze autentiche di fraternità e di cura reciproca.

La prospettiva è chiara: i piccoli centri, le piccole comunità non possono essere abbandonate. La presenza della Chiesa sul territorio non potrà che sviluppare relazioni sempre più forti, portando a nuove modalità di collaborazione tra parrocchie e comunità, condividendo risorse, ministeri e percorsi pastorali. Come in altre diocesi italiane[7] la sfida sarà di equilibrare la prossimità e la comunione, le risorse reali e la qualità dell’evangelizzazione, della celebrazione e della carità. L’obiettivo non è cancellare le identità locali, ma «essere una Chiesa fatta di comunità vive, nelle quali non solo si parla, ma si sperimenta davvero il Regno di Dio, di cui la Chiesa è come un germe»[8].

La pastorale delle aree interne è dunque chiamata a custodire un bene prezioso: la dimensione comunitaria della vita. In territori nei quali il rischio dell’abbandono e della marginalizzazione è reale, la Chiesa può continuare a essere segno di una presenza che unisce, accompagna e genera fiducia.

Ora, Lutirano con la riapertura della chiesa parrocchiale, ritrova un luogo in cui riscoprirsi figli amati e artigiani del bene comune.

Concludo con una provocazione tratta da un intervento del Cardinale Repole, Arcivescovo di Torino e di Susa, che si chiede se le nostre comunità hanno la capacità di riproporre oggi, in maniera autentica, lo stesso invito di Gesù ai primi discepoli: «venite e vedrete» (Gv 1, 39).

Abbiamo bisogno di ristrutturarci meglio per essere più credibili nell’annuncio evangelico, per poter dire a qualcuno veramente: vieni e vedi. C’è qualche luogo in cui noi possiamo dire a qualcuno: guarda, vieni lì e fai l’esperienza di una fraternità vera, perché incontri delle sorelle e dei fratelli che sono con te, che si prendono cura di te e di cui tu ti puoi prendere cura, in nome della partecipazione di tutti alla vita di Dio. Ecco, dobbiamo chiederci: le nostre parrocchie sono questo? Potrebbero diventare questo? In che termini, in che modi? In questo senso abbiamo bisogno di ristrutturarci, essendo quelli che siamo, perché fino a prova contraria non mi sembra che il Signore Gesù ci chieda di essere dei cristiani del 1500, neppure del 2500, ma del 2025, sì.[9]

 

+ Michele, vescovo

 

 

[1] Leone XIV, Discorso in occasione della visita a San Marino-Montefeltro, 25 agosto 2026.

[2] M. Crociata, Una pastorale per le aree interne, pp. 29-30, in Aa. Vv. Mondi da custodire. Una pastorale profetica per le aree interne, Ed. Queriniana, Brescia 2025.

[3] Dicastero per il clero, La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa, Istruzione 29 giugno 2020, n. 7.

[4] R. Repole, Nella logica della episkopé, pp. 65-70, in Aa. Vv. Mondi da custodire.

[5] Francesco, Evangelii gaudium, n. 1.

[6] Leone XIV, Dilexi te, n. 110.

[7] Cfr. R. Repole, Quello che conta davvero. Lettera pastorale sul futuro delle Chiese di Torino e Susa, 2023 (online); E. Castellucci, Intervento all’Assemblea pastorale interdiocesana, 13 giugno 2026 (online); L. Tisi, Verso i Fuochi Eucaristici, 4 giugno 2026 (online).

[8] R. Repole, Quello che conta davvero.

[9] R. Repole, Conclusioni alla convocazione interdiocesana di Torino e Susa, 18 ottobre 2025 (online).