Incontro con il clero della diocesi di Imola
Imola, 15 ottobre 2026
Introduzione
Ringrazio il Vescovo Giovanni per avermi invitato.
Mi è stato chiesto di fare un’introduzione, di consegnarvi qualche domanda che possa aiutarvi a riflettere insieme e di essere disponibile al termine del confronto tra di voi, ad un dialogo che mi coinvolga.
Il titolo che mi è stato dato è davvero stimolante e prende spunto dall’introduzione della Lettera apostolica di Leone XIV, Una fedeltà che genera futuro, scritta in occasione del LX anniversario dei decreti conciliari Optatam totius e Presbyterorum ordinis.
Svilupperò la mia riflessione in sole due parti. La prima, sulla gioia della vocazione presbiterale che avrà, per certi aspetti, una inevitabile declinazione personale; la seconda, sul futuro del ministero.
La gioia della vocazione
Mi sento di condividere innanzitutto questo che, a mio parere, è un punto fermo: la gioia della vocazione presbiterale è innestata e incardinata nell’essere discepoli del Signore e aver sentito nella nostra carne che Gesù Cristo ci ha salvato. Il Concilio stesso ci ribadisce il nostro carattere innanzitutto discepolare:
I sacerdoti del Nuovo Testamento, anche se in virtù del sacramento dell’Ordine svolgono la funzione eccelsa e insopprimibile di padre e di maestro del popolo di Dio e per il popolo di Dio, sono tuttavia discepoli del Signore, come gli altri fedeli, chiamati alla partecipazione del suo regno per la grazia di Dio. In mezzo a tutti coloro che sono stati rigenerati con le acque del Battesimo, i presbiteri sono fratelli, membra dello stesso e unico corpo di Cristo, la cui edificazione è compito di tutti.
– PO 9
C’è la gioia, e ci sono le “gioie” del ministero. È importante sostare nella gioia originaria, quella gioia che nessuno può togliere: «Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia» (Gv 16, 22) dice Gesù nei discorsi prima della Pasqua. Questa gioia è il Signore stesso, l’essere guardati da Lui, stare alla sua presenza e sentirlo presente, vivente nella nostra vita, nella nostra storia, nel nostro essere suoi servi.
Questa gioia è differente dalle gioie del ministero. Le varie “gioie”, anche se in relazioni con ambiti del nostro servizio, dipendono da cose specifiche, da situazioni e condizioni particolari. Tutte queste dimensioni potrebbero mancare e se ci concentrassimo troppo su queste gioie rischieremmo la frustrazione, la tristezza e la disillusione pessimista.
Questa gioia cristiana originaria, invece, possiede innanzitutto la bontà, la grandezza e la forza di permetterci anche la tristezza e il pianto. Si fa spazio nella nostra vita a più riprese e in diverse età, secondo la nostra capacità di contenerla e la maturità umana e spirituale di saperla codificare.
L’avremo sperimentata tante volte. Se penso alla mia vita ricordo una Messa, avevo 7 anni; una confessione, ne avevo 16; ricordo un’omelia, ne avevo 28, ricordo una malattia, ne avevo 39; il volto di qualche amico o amica, la notte prima della chiamata del Nunzio, ne avevo 50. Momenti che ho volutamente messo in ordine cronologico proprio per condividere la mia progressiva capacità di “tolleranza e resistenza” personale, che hanno sfondato il portone del mio essere indaffarato, impegnato a conservare la mia indifferenza.
Perché vi parlo di “tolleranza e resistenza” personale e “conservazione della mia indifferenza”?
Noi dobbiamo sempre avere in mente che la gioia vera, quella che solo il Signore può dare, è “assoggettata” al Signore stesso, cioè al ritmo della Pasqua. Un valzer che batte sempre tre tempi: Passione, Morte, Risurrezione.
Non può che essere così. Lo sappiamo per fede e per esperienza. Per fede, perché il Battesimo ci ha innestato nel mistero pasquale in cui abbiamo ricevuto lo Spirito che lavorerà in noi per conformarci al Figlio morto e risorto per tutta la vita. Poi, in seguito, il ministero che abbiamo accolto ci ha reso testimoni del Risorto stesso, conformandoci al mistero della morte di Cristo Signore, come riporta il rito di Ordinazione. Per esperienza, che auguro a tutti di aver fatto, posso testimoniare che non c’è gioia profonda e radicata se non è stata preceduta da una passione.
«La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo» (Gv 16, 21).
I tempi, gli spazi che preludono la gioia profonda sono sempre abitati da voci, odori, sapori e dolori di passione e morte.
Qual è il rischio di ogni discepolo del Signore? Di venire meno, di andarsene prima che arrivi il Salvatore che letteralmente innonda, travolge e sconvolge snaturando il male in bene, in amore e in gioia.
Ecco perché vi parlavo di “tolleranza e resistenza” personale e di “conservazione della mia indifferenza”. Perché finché non ho accolto nella mia vita questa “notte”, non ho potuto sperimentare l’alba. E mi accorgo di doverlo imparare ogni volta nuovamente anche se, grazie a Dio, con una serenità maggiore e una fiducia più lucida. La fatica, il dolore e il buio che attraversano giorni e stagioni della mia vita personale ed ecclesiale, non sono altro che la notte che sta lasciando il posto all’alba! Ho sempre cercato di evitare la notte attraverso le infedeltà che si chiamano, a titolo esemplificativo, attivismo, a volte protagonismo, a volte pessimismo e lamentismo, immobilismo, spiritualismo, senza entrare nei 10 comandamenti.
Non a caso il Papa ha parlato di una fedeltà che genera il futuro.
Cos’è l’infedeltà se non il “prendere su” e cercare di evitare e “dribblare” il momento della fatica e della difficoltà perché non si pensa che dopo ci possa essere un sollievo o una salvezza? Cos’è l’infedeltà se non una radicale solitudine che dispera della possibilità che un altro/Altro ti aiuti e ti salvi? Cos’è l’infedeltà di un discepolo se non l’idolatria, cioè il trovare un altro Dio che agisca più velocemente e senza fatica nel risolvere i problemi?
C’è gioia nella vita di un discepolo, e quindi anche di un prete, accogliendo la fedeltà al Signore nella Chiesa e alla realtà, come metodo di vita. Nell’attesa fiduciosa dell’irrompere improvviso del Signore che si presenta come Salvatore.
Solo quando fedelmente saremo stati nel nostro percepirci disorientati, persi, finiti senza di Lui, potremo riconoscerLo. E sarà gioia piena. Momenti, istanti, non riproducibili a comando, con tecniche (a volte mascherate di fede), ragionamenti, progetti o mantra di qualsiasi genere, che quando per Grazia si verificano in maniera sorprendente, illuminano intere stagioni della nostra esistenza terrena.
Qual è quindi la differenza tra gioia e gioie? Propongo un paragone idraulico. La gioia è una sorgente che sgorga dal suolo e dalla roccia apparentemente inerte. Le gioie escono dal rubinetto più o meno a comando. Per fortuna che ogni tanto ci sono delle perdite inaspettate.
La nostra vocazione di preti è una collocazione, anche in forza del nostro celibato, apparentemente terreno e roccia sterile, che ci offre un punto di osservazione privilegiato e una sensibilità raffinata, se la coltiviamo nella fedeltà, per gioire “prima”, per essere profeti di gioia. Siamo come dei “rabdomanti” che si accorgono, in forza dell’essere stati fedeli nella passione, anche affettiva, e feriti in forza della fedeltà, dell’irrompere della sorgente e dell’arrivo della luce, ed è solo l’inizio. Tantum aurora est!
La gioia è fedele. Non ci abbandona e non è bugiarda, cioè c’è sempre e non nasconde la verità, anche quando è dolorosa.
Le gioie invece, seguono la logica delle attese, non dell’attesa. Cioè, faccio un esempio: se noi domenica prossima abbiamo l’attesa di tanta gente a Messa, ed effettivamente ce n’è tanta, le nostre attese sono state rispettate per cui siamo contenti. Ma se per caso, a differenza delle nostre attese ce ne sarà poca, saremo tristi.
Se noi siamo in attesa, invece, se siamo pronti a nutrirci di ciò che il Signore nella Sua Provvidenza ci darà, tante o poche persone che siano, la gioia, potrà abitare la nostra domenica.
Non sono le aspettative ripagate a darci gioia ma è l’attesa del Signore che dove, come, quando pare a Lui, si farà presente, come Risorto.
Spero di essermi spiegato: non voglio dire che le cose riuscite in termini di numeri o risultati anche pastorali non siano elementi di gioia. Voglio dire che alcune nostre categorie personali e pastorali non sono sempre allineate alla gioia che solo il Signore può dare e garantire anche quando i risultati non sono perlomeno proporzionati ai nostri sforzi.
Io penso che la mancanza di fedeltà avventizia al Mistero Pasquale, nelle sue conseguenze concrete ed esistenziali, sia il motivo della tristezza che può abitare la nostra vocazione. Troppe attese, poca attesa. In questo penso che Rahner, quando diceva che “il futuro della Chiesa o sarà mistico o non sarà affatto”, avesse ragione.
Faccio qualche provocazione o domanda:
- Quali sono i momenti principali nei quali ho percepito il Signore come il mio Signore, cioè il Salvatore?
- Ci sono aspetti che fuggo, perché penso che su questo nessuno mi possa aiutare?
- Quali sono le gioie che mi aspetto?
Il futuro del ministero
Il futuro del ministero si gioca qui. Il ministero ordinato, i ministri vogliono custodire delle gioie o vogliono annunciare la gioia pasquale?
Custodire delle gioie significa restare ancorati a forme e consuetudini che in passato hanno avuto successo ma che ora non sono più sostenibili, in forza dei numeri del clero e del cambio culturale. Queste forme non sono più, o non lo sono più frequentemente come in passato, fonte generativa di discepoli di Gesù Cristo nella Chiesa, per il mondo.
Annunciare la Pasqua, perché per primi ne abbiamo sperimentato la forza salvifica, ci radica in un ottimismo realista che non teme il futuro ed ha il coraggio di prendere il largo, percorrendo vie inedite e progetti di largo respiro.
La gioia pasquale ci permette di essere realistici, e quindi di poterci dire con schiettezza che, se andiamo avanti così, il ministero ordinato non sarà più sostenibile, almeno nella vecchia Europa. Alcuni, pochi, dovranno spartire la sovradimensionata torta di nozze (perché di nozze messianiche si tratterà anche in futuro) per le piccole forze dei ministri chiamati a servire.
Unica soluzione che vedo: custodire la gioia pasquale personale e nelle nostre comunità; e, allo stesso tempo, aumentare il numero dei ministri e di chi con loro, e non senza di loro, dovranno condividere il ministero della guida della comunità ecclesiale.
Questi elementi spirituali sono tutt’altro che astratti e, perché non diventino tali, richiedono orientamenti concreti sia nella formazione dei nuovi presbiteri, sia nelle scelte pastorali. Se vogliamo essere fedeli all’Incarnazione non possiamo pensare di non “toccare” la terra, i corpi, le strutture.
Innanzitutto, qual è lo specifico irrinunciabile del ministero?
Riprendo il testo di Presbiterorum Ordinis citato prima: «I sacerdoti del Nuovo Testamento, […] in virtù del sacramento dell’Ordine svolgono la funzione eccelsa e insopprimibile di padre e di maestro del popolo di Dio e per il popolo di Dio, […] i presbiteri sono fratelli, membra dello stesso e unico corpo di Cristo, la cui edificazione è compito di tutti» (PO 9).
Non posso ora approfondire il ministero ordinato e la sua evoluzione teologica, anche se ne varrebbe la pena per evitare il rischio di riduzioni non ortodosse. Parafrasando quanto appena citato a riguardo della funzione insopprimibile di padre e maestro riservata ai presbiteri, la teologia emersa dal Concilio ci consegna un’eredità, e ci orienta nella comprensione del ministero come servizio essenziale – insopprimibile appunto – al fine di radicare continuamente la Chiesa nel Vangelo e nella tradizione apostolica, o memoria degli apostoli, attraverso l’esercizio del triplice munus.
In sostanza, l’annuncio, la celebrazione e il governo servono a mantenere radicata la Chiesa nella testimonianza apostolica. In particolare, per il vescovo e per il presbiterio, ciò si esplicita nel servizio di presidenza della comunità. Peraltro, non si può immaginare neppure una presidenza eucaristica che non abbia un qualche collegamento intrinseco con la presidenza della comunità, che nasce sempre dalla celebrazione eucaristica.
Tale presidenza è un ministero essenziale perché nessuna dimensione della Chiesa prenda una strada diversa da quella consegnataci nel Vangelo e dalla memoria degli apostoli. Ecco perché non si può immaginare che vi siano ambiti della vita ecclesiale che rimangano svincolati dalla presidenza del presbitero in comunione con il vescovo.
Cos’è successo finora? Spesso la pratica ha promosso una presidenza intesa come l’accollarsi di tutte le responsabilità e talvolta ha portato alla sacralizzazione delle scelte.
La presidenza dei ministri, in questo senso, andrà letta più nell’ottica e nella logica dell’episcopè, ovvero della custodia, della formazione, piuttosto che l’azione diretta e immediata su tutto perché, e cito di nuovo il nostro passo, «i presbiteri sono fratelli membra dello stesso e unico corpo di Cristo, la cui edificazione è compito di tutti» (PO 9). La cui edificazione è il compito di tutti!
Per il futuro delle nostre Chiese, dobbiamo immaginare un piccolo presbiterio che insieme al vescovo presiede la Chiesa diocesana articolata in diverse comunità territoriali a loro volta animate da battezzati in comunione con il presbiterio.
Quali, a mio parere, le scelte concrete da operarsi?
Do per scontato la fede custodita ed alimentata, come priorità assoluta, della quale abbiamo parlato nel primo punto.
Nell’ambito della formazione dei futuri presbiteri: una particolare attenzione alla capacità di costruire relazioni di collaborazione tra pari (presbiterio) e di saper presiedere una comunità in forma corresponsabile con altri ministeri. Questi elementi, anche oggi, nella formazione iniziale – nonostante i documenti che ora sussurrano, ora dicono più forte – non sono ancora presenti e comunque non costituiscono un elemento di discernimento dirimente.
Nella catechesi e nella formazione: è necessaria una rinnovata attenzione alla dimensione dell’evangelizzazione e alla Chiesa. Cosa intendo? Dobbiamo lasciare spazio a chi ci prova, anzi stimolare vie capillari di evangelizzazione, avendo cura che siano in comunione ecclesiale. Dobbiamo gridare sui tetti, inoltre, che la prossimità di Dio non è monopolio di vescovi, preti e diaconi. Dio non viene a visitarci, a consolarci etc, solo nei ministri, ma in ogni battezzato. La prossimità è del corpo ecclesiale. Questa è una cosa molto seria e su questo dobbiamo fare scelte concrete che devono avvenire parallelamente: formare dei battezzati ad un servizio ecclesiale di corresponsabilità alla guida, e gradualmente farci un po’ da parte, avendo il coraggio di lasciare qualche vuoto. I vuoti, scelti e non lasciati al caso o all’assenteismo e alla pigrizia, se paternamente gestiti hanno un grande valore educativo anche per la fede e per le comunità.
In che modo formare i battezzati? Io consiglio il metodo Gesù.
Gesù, di fatto, viveva e girava con pochi: gli apostoli. Li istruiva, con loro si riposava, pregava, mangiava. A loro ha dedicato la maggior parte del tempo. Poi lo seguivano alcuni: i discepoli. A loro ha dedicato sicuramente tempo e istruzione, ma nei loro confronti non ha avuto l’intimità e la frequenza di incontro che ha avuto con gli apostoli.
Poi i molti: le folle. A loro ha fatto i grandi discorsi, su alcuni ha operato guarigioni per poi lasciare “a metà” il lavoro non poche volte, per andare altrove.
Ecco: “pochi”, “alcuni”, “molti”. Le proporzioni del tempo vanno elaborate di conseguenza e con il conseguente coinvolgimento delle competenze e degli affetti. Tanto tempo con i pochi e poco tempo con i molti. E questo “tanto tempo” non significa creare il “cerchio magico” degli amici del prete, ma una cura specifica per coloro che chiamiamo a condividere con noi la guida pastorale per l’annuncio del Vangelo.
“Poco tempo” non significa la mancanza di dedizione al popolo o la sclerotizzazione del cuore di pastori che, come Gesù, si devono commuovere per quelle folle che erano come pecore senza pastore.
Tutto ciò, mai dimenticando che l’annuncio, sia con “i pochi”, che con “gli alcuni” e coi “molti”, non deve essere mai disincarnato e pertanto deve raggiungere le persone nella loro realtà.
Non dimentichiamo che c’è anche un “pochissimi”: Pietro, Giacomo e Giovanni.
A livello di strutture? Fare un “inventario” degli immobili e capire cosa utilizzare e per che cosa utilizzarli, cercando di immaginare soprattutto nelle comunità più piccole come mantenerle vive, magari facendo vivere una famiglia formata e con un mandato determinato nel tempo, o un laico/a…
Tra noi preti? Dare grande valore al presbiterio come corpo. Non siamo tutti uguali, ci sono tantissime differenze. Il parroco, che per secoli è stato il modello presbiterale, ora non tiene più. Già il fatto che ci siano preti che hanno 4 o 5 parrocchie dice la fine di quel modello, oltre alla differente modalità di abitare il territorio che hanno le persone. Non tutti saranno chiamati a fare i parroci, ma tutti saranno chiamati ad essere parte di un unico presbiterio dove la dignità si radica nell’essere persone, ministri ordinati, mandati dal vescovo a vivere un ministero di presidenza che è del vescovo e del presbiterio insieme.
Può sembrare una cosa teorica, ma le conseguenze pratiche sono rivoluzionarie e tocca la serenità nostra e l’attrattività del ministero stesso.
In futuro l’unità, e non l’uniformità del presbiterio, per quanto piccolo, sarà fondamentale.
Progettare. La Chiesa deve fare pace con i progetti. C’è chi non progetta mai nulla e chi progetta anche i respiri: ovviamente gli estremi sono sempre spiritualmente argomentati. Eppure, Dio ha un progetto sull’umanità e lo ha realizzato in Cristo e lo sta portando a compimento. Anche noi possiamo fare progetti, dobbiamo fare progetti, ma perché funzionino dobbiamo perseguirli non abbandonarli preventivamente. Un progetto cristiano richiede tempo tanto tempo e i frutti li vedrà probabilmente chi viene dopo di noi. Un progetto cristiano concreto ci fornisce sempre un alfabeto, ma non prepara mai tutto il discorso. Pensata ad Abramo, nostro padre nella fede: «vai verso un paese che io ti indicherò» (Gen 12,1). Perché si realizzi bisogna restare fedeli alle lettere e alle regole grammaticali e andare oltre la soglia della fatica e del fallimento (ricordate la Pasqua?). I progetti che non riescono sono quelli che elaborano tutto il discorso, perché non lasciano spazio a Dio, alle persone e quindi oltre a illudere, falliscono.
Io penso che il futuro del ministero si giochi su alcune vocali e consonanti.
La prima vocale. La fede pasquale.
La seconda vocale. L’irrinunciabile identità del nostro ministero è quella di essere chiamati in comunione con il vescovo a presiedere (non ad assorbire) una comunità che annuncia, celebra e vive la carità perché non si allontani dal Vangelo e dalla memoria apostolica.
La terza vocale. Annunciare la Chiesa. Io dico: la più grande fortuna che ci poteva capitare.
E alcune consonanti: la formazione secondo il metodo Gesù di laici corresponsabili nel governo, la formazione dei seminaristi, lo snellimento e la finalizzazione ragionata delle strutture.
Ora vi lascio ancora alcune domande. Poi se volete potrete fare domande.
- A parte la mia fede in Gesù Cristo, qual è lo specifico irrinunciabile del mio ministero?
- Sono disponibile a concentrarmi a formare qualcuno in maniera profonda e integrale?
- Come percepisco il presbiterio?
- Cosa posso fare subito per preparare il futuro?
