Intervento del Vescovo Michele
ai presbiteri e diaconi
mercoledì 16 settembre 2026
Introduzione
Buongiorno.
Ringrazio per la vostra presenza numerosa mentre desidero, nuovamente, esprimere la mia personale gratitudine a voi, alle religiose, alle comunità parrocchiali, alle associazioni e ai movimenti, per l’accoglienza affettuosa e gioiosa nel primo tratto del mio ministero episcopale.
In questi primi mesi, come sapete, ho dedicato tempo soprattutto ad incontrare bambini, ragazzi, giovani, adulti e anziani nelle esperienze estive: è stata una primissima piccola “visita” pastorale – come qualcuno di voi l’ha definita – che mi ha rimesso in contatto con la vitalità della nostra Chiesa che si esprime presente anche in queste attività. Sono stati semplici incontri attraverso i quali volevo comunicare vicinanza e stima a voi, agli educatori ed animatori, per il grande impegno educativo e di trasmissione della fede.
Dopo avervi ascoltati ieri, desidero sviluppare una riflessione che, se da una parte non vuole essere un progetto pastorale, sicuramente ha l’obiettivo di “lanciare” alcune linee operative sulle quali costruire insieme alcuni passi concreti per il presente e il futuro della nostra Chiesa ed affrontare alcune delle istanze da voi poste.
1. “Voi partecipate della pienezza di Lui”
In questo primo punto desidero ripetere, innanzitutto a me stesso, il fondamento di tutto. Per quanto possa essere efficiente la nostra progettazione, innovative le nostre attività ed attraenti le nostre iniziative, corriamo invano se non siamo orientati al Signore e immersi in Lui (cfr. Gal 2, 2).
Vi propongo un testo di S. Paolo ai Colossesi.
Intimamente uniti nell’amore, (i credenti) siano arricchiti di una piena intelligenza per conoscere il mistero di Dio, che è Cristo: in lui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza. […] Come, dunque, avete accolto Cristo Gesù, il Signore, in lui camminate, radicati e costruiti su di lui, saldi nella fede come vi è stato insegnato, sovrabbondando nel rendimento di grazie (ἐν εὐχαριστίᾳ). […] È in lui che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità, e voi partecipate della pienezza di lui, […] con lui sepolti nel battesimo, con lui siete anche risorti mediante la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti.
Col 2, 2-3.6-7.9-10.12
In questo testo – nel quale mi sono imbattuto più volte in questi mesi a causa di alcuni documenti nazionali da esaminare – mi ha colpito come venga espressa l’esperienza che fa scaturire il cristianesimo: immersi nella morte e risurrezione di Gesù, si diventa una cosa sola con Lui così che, radicati in Lui, si diventa piante rigogliose. In questo modo, si può attingere al tesoro della vera conoscenza che è Dio, rivelato in Gesù stesso.
Questo è il cuore della vita della Chiesa: il rendimento di grazie (l’Eucaristia) e il continuo annuncio di questo avvenimento nuovo, in cui siamo convocati e radunati insieme come Popolo per vivere nel tempo presente in modo nuovo.
La condizione, senza la quale si muore, è l’essere «radicati e costruiti su di Lui, saldi nella fede» (Col 2,7).
Noi tutti battezzati, ministri ordinati, vescovi, presbiteri e diaconi, possiamo prolungare la missione di Cristo nel mondo solo se siamo costantemente ancorati a Lui, immersi nella sua vita e se la fede non si riduce a formalità ma è esistenza vissuta nell’amicizia con il Risorto. In germe, queste espressioni racchiudono “il segreto” della vitalità della Chiesa, del suo sviluppo, delle sue “ramificazioni” interne (le articolazioni ministeriali) e della trasmissione della fede alle generazioni future (cfr. CEI, Radicati e costruiti in Cristo).
Senza quest’esperienza – sempre messa al vaglio dalle inevitabili prove della vita personale e della storia, dai nostri limiti e peccati – difficilmente potremo pensare ad un futuro per la Chiesa, anche per la nostra Chiesa. Le nostre azioni, le nostre parole, le nostre attività, per quanto partano da lontano, per quanto siano “anonime” e graduali, devono avere almeno nel nostro cuore di pastori il desiderio chiaro e l’intenzione di far conoscere e celebrare (prima o poi) il Signore Gesù.
Annunciare e testimoniare Gesù – così dice il documento della Commissione Teologica Internazionale nel 1700° anniversario del concilio di Nicea – significa vivere che
Dio stesso viene a salvarci, Dio stesso si è legato all’umanità per sempre, al fine di portare a compimento la nostra vocazione di esseri umani. […] Annunciare Gesù, non porta ad ignorare le realtà dell’umanità. Non distoglie dalle sofferenze e dagli scossoni che tormentano il mondo […]. Al contrario, essa si confronta con queste difficoltà confessando la sola redenzione possibile […]. Annunciare Gesù nostra speranza a partire dalla fede di Nicea, significa rendersi particolarmente attenti ai più piccoli e ai più vulnerabili tra i nostri fratelli e le nostre sorelle.
CTI, Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore, nn. 121-123
Per quanto ci è possibile, le nostre migliori energie, con tutte le premesse necessarie umane e culturali sulle quali non mi soffermo, andranno investite per continuare ostinatamente a mettere al centro il dono della fede vissuta, trasmessa e celebrata e per attuare la formazione permanente dell’intero popolo di Dio, in primis dei giovani e degli adulti.
La fede, oggi in particolare – e lo sappiamo tutti – non può essere data per scontata.
È pertanto necessario ribadire la centralità del Kerygma, del primo annuncio. Esso si chiama “primo” non perché ne arrivi un secondo che lo sostituisce, ma perché è l’esperienza fondante a cui sempre ritornare e ascoltare nelle sue varie articolazioni. Anche nella catechesi e nell’annuncio, una certa “potatura” penso debba essere compiuta a favore del necessario, sicuramente trasmesso con pazienza ed empatia. Non ci possiamo più permettere di investire pastoralmente in ciò che non è essenziale.
Infine, abbiamo bisogno, anche per orientare ed ottimizzare le nostre forze pastorali, di convincerci che oggi, l’iniziazione cristiana, cioè il “diventare cristiani”, non è qualcosa che riguarda solo i bambini, ma riguarda il cammino di formazione permanente degli adulti e dei giovani. È necessario un cammino di “ri-iniziazione” che, in contesti ospitali di ascolto e di racconto della fede adulta, possa tenere viva e/o ravvivare la fede offrendo contesti di accoglienza anche per i neofiti.
Il mio primo ed unico parroco di servizio – che è qui presente – mi colpiva quando diceva provocatoriamente a me e ai catechisti: “se arriva uno nuovo, uno che cerca il Signore, in quale gruppo lo inseriamo?”.
Il Cardinale Roberto Repole in una sua lettera pastorale scriveva:
Abbiamo bisogno di ristrutturarci meglio per essere più credibili nell’annuncio evangelico, per poter dire a qualcuno veramente: vieni e vedi. C’è qualche luogo in cui noi possiamo dire a qualcuno: guarda, vieni lì e fai l’esperienza di una fraternità vera, perché incontri delle sorelle e dei fratelli che sono con te, che si prendono cura di te e di cui tu ti puoi prendere cura, in nome della partecipazione di tutti alla vita di Dio. Ecco, dobbiamo chiederci: le nostre parrocchie sono questo? Potrebbero diventare questo? In che termini, in che modi? In questo senso abbiamo bisogno di ristrutturarci, essendo quelli che siamo, perché fino a prova contraria non mi sembra che il Signore Gesù ci chieda di essere dei cristiani del 1500, neppure del 2500, ma del 2025, si.
R. Repole, Quello che conta davvero. Lettera pastorale sul futuro delle Chiese di Torino e Susa, 2023
2. Noi insieme
Vescovo, presbiteri e diaconi, siamo chiamati ad un servizio particolare che non deriva da un dovere morale, ma da una vocazione proposta e liberamente accolta.
Nei vescovi, quindi, assistiti dai presbiteri, è presente in mezzo ai credenti il Signore Gesù Cristo, pontefice sommo. […] Per mezzo del loro ministero [Gesù Cristo] predica la parola di Dio a tutte le genti e continuamente amministra ai credenti i sacramenti della fede; per la loro cura paterna nuove membra incorpora, con una nuova nascita, al suo corpo; e infine, per la loro sapienza e prudenza, dirige e conduce il popolo del nuovo testamento nel suo pellegrinare verso l’eterna beatitudine.
Lumen gentium, n. 21
Da questo fatto della nostra fede scaturisce il nostro servizio di Vescovo e presbiteri, perché uniti serviamo questo popolo incarnando, in maniera rinnovata e sempre più rispondente alla realtà di oggi, il servizio di padri e guide perché venga garantita la fedeltà al Vangelo e alla Tradizione apostolica o Memoria apostolica.
3. Vescovo, presbiteri e diaconi
Se il procedere per punti sequenziali segna delle priorità logiche e di fede, desidero comunicare che quanto dirò ora, da un punto di vista pratico/esistenziale, non potrà essere sequenziale. Le “attenzioni” che dirò ora vanno prese circolarmente e per certi versi contemporaneamente. Dico questo perché ciò che segue, pur non essendo stato il primo punto del mio intervento, è sicuramente una priorità del mio “sentire”, pensare, del mio desiderare e del mio cercare modalità di espressione pratica ed efficace.
a. La nostra unità
La nostra unità, che basandosi sulla fede e sul sacramento (non, nonostante la fede e il sacramento) non può prescindere dalla maturità della fede, dalla qualità dei rapporti umani, dalla salute fisica e psicologica di ciascuno di noi e di tutti noi insieme.
La diminuzione del numero del clero, che da una parte darebbe l’impressione di facilitare la cura di questi elementi, in realtà, in forza della rarefazione delle occasioni di incontri personali e comunitari e del sovraccarico di lavoro, rende sempre più complessa questa unità.
La cronaca, anche recente, ci ha consegnato vicende tragiche di confratelli sofferenti, alcuni dei quali si sono tolti la vita. Non sono mancate le riflessioni, anche profonde, così come non sono mancate le ricerche dei colpevoli che vedono nei vescovi i principali indagati. Ritengo che l’insistenza posta, anche con una certa dose di retorica, sulla mancata fraternità presbiterale, sulla distanza del vescovo o dei battezzati, non renda sufficientemente ragione dei problemi sorti. Penso che dobbiamo iniziare a sviluppare un senso di necessaria paternità, e non solo fraternità, che possiamo e dobbiamo riconoscere reciprocamente gli uni gli altri prendendoci cura l’uno dell’altro, con responsabilità. La sola spinta morale (quando c’è) ad aiutare l’altro nella categoria della fraternità non è bastata e non ha allenato i cuori, le coscienze e i corpi non solo ad aiutare ma soprattutto ad accettare di farsi aiutare e ad accogliere indicazioni, suggerimenti, “avvisaglie” di laici, preti o vescovi. Pur facendo soffrire nell’immediato, questi interventi “paterni/materni” potrebbero avere il pregio di stimolare un cammino di rinascita/cura/consolazione, che potrebbe farci stare davvero meglio.
In sintesi, potremmo domandarci semplicemente: “c’è qualcuno che ha una parola autorevole su di me, tra i confratelli, tra i laici, tra i consacrati? Uno che ci conosce bene? Una parola che tengo in conto seriamente?”
Dobbiamo davvero cercare di prenderci cura gli uni degli altri e accettare questa cura anche quando può farci sentire il sapore dell’imbarazzo e dell’umiliazione. Grazie a Dio e a voi, già in parte succede, ma possiamo migliorare nella serena convinzione che la cura che i pastori dedicano ai pastori stessi, non è tempo tolto alla pastorale, ma ne è, a pieno titolo, espressione complementare a tutto il resto della “cosiddetta” pastorale.
Per quel che riguarda il nostro presbiterio, la presenza sempre nutrita ai momenti di formazione e preghiera è un primo punto essenziale ma non sufficiente. C’è una serie di attenzioni personali, non istituzionalizzabili, che si esprimono nel tempo dello svago e riposo, della confidenza, della preghiera e dell’accompagnamento spirituale e di cura della salute fisica.
Qualche proposta di presbiterio la potremo senz’altro fare (per esempio per l’estate prossima proporrò qualche giorno di vacanza insieme) e qui chiedo aiuto alla fantasia di ciascuno, ma molto è a carico della responsabilità personale in forza anche della prossimità che ciascuno desidera.
Da parte mia, come ho detto nel nostro primo incontro, desidero incontrarvi personalmente, proprio per chiedervi semplicemente: “come stai?”. Non lo ritengo tempo perso, anzi spero possa diventare anche incontro ordinario tra di noi con la consapevolezza, tuttavia, che faremo ciò che si può.
b. La nostra dignità
Ogni presbitero, diacono, vescovo, ha valore in sé e l’offerta della sua vita non viene meno, in nessuna condizione ministeriale, di età o di salute.
Dobbiamo stare attenti a non cadere in una logica efficientista o “parrocale”. Intendo dire che non sono “computabili” tra quelli “utili” solo i presbiteri o i diaconi “in forma”, o quelli che sono parroci.
Tutti in forza della dignità umana e della consacrazione hanno valore. L’offerta della vita, anche di quelli che tra di noi sono più anziani, è tale e quale a quella di un prete giovane in piena forma e per certi versi lo è ancora di più perché somigliante alla Croce di Cristo Signore. A proposito del ministero di parroco, che nella mentalità popolare e nella maggior parte del clero è ancora il massimo della realizzazione clericale, dovrà essere rivisto radicalmente in forza del futuro che ci aspetta. Questo cambiamento è già avvenuto a causa della differente percezione del territorio, del calo numerico dei ministri e dei credenti e della sempre più necessaria e irrinunciabile collaborazione tra ministri e battezzati. Sarà molto più simile ai primi secoli: un gruppo di presbiteri e diaconi, cooperatori del vescovo per la missione in un ampio territorio dove la corresponsabilità dei laici sarà fondamentale.
A proposito di questo, in tempi non sospetti, per lui e per me, Mario Delpini, attuale Arcivescovo di Milano, parlando ai rettori dei seminari italiani sull’identità del ministero ordinato, diceva di non essere mai stato curato o parroco, ma di essere sempre andato dove il vescovo gli ha chiesto di collaborare con il suo ministero. D’altronde siamo stati ordinati per questo – diceva – tanto che la preghiera di ordinazione pone sulle labbra del vescovo, nel momento centrale della nostra consacrazione, queste parole: «donaci questi collaboratori di cui abbiamo bisogno», cooperatores ordinis nostri.
Chi è stato mio seminarista sa che questa cosa la dicevo in tempi altrettanto non sospetti. Penso che questo elemento, fedele alle origini ai padri e alla proposta conciliare, non sminuisca il ministero presbiterale a vantaggio di quello episcopale, anzi, elevi la dignità del ministero presbiterale di tutti, in quanto non “riposa” nel “tipo” di missio canonica, ma nell’essere fedele al Signore nella forma di collaborazione filiale, cordiale e responsabile, con il ministero del vescovo.
c. Costruire insieme
Un’altra dimensione non secondaria, che può incidere sul “benessere” di un presbitero/presbiterio, è quella del pensare e costruire insieme il futuro. Mi pare che il procedere a tentoni, o sul “si è sempre fatto così”, senza provare a costruire insieme – ripeto – azioni anche piccole che abbiano il sapore di futuro, possa risultare a giovani e ad anziani, piuttosto frustrante e demotivante. Il ministero che viviamo odora sempre di futuro, per le ragioni di fede che ci siamo detti, ma veder assottigliare costantemente le file dei credenti, chiudere conventi e parrocchie, vedere associazioni esangui, pensando alla storia anche recente dalla quale proveniamo, non penso sia il più entusiasmante degli spettacoli. Ragionare insieme, progettare, attuare insieme (al netto delle nostre diversità) e verificare insieme, penso possa farci star meglio e dare forza. Forse non otterremo un gran che, ma avremo lavorato e pregato insieme, fedeli alla nostra vocazione di presbiterio e siamo sicuri che, prima o poi, da qualche parte, il seme nelle mani di Dio germoglierà.
4. Dopo di noi?
I genitori di figli con disabilità costituiscono insieme associazioni o altre forme di aiuto chiamate similmente, a diverse latitudini d’Italia, “dopo di noi”.
Lungi dall’essere una pretesa di onnipotenza oltre sé, e quindi diffidenza nei confronti di Dio, degli altri e delle sane autonomie conquistate, è una piena presa in carico della responsabilità genitoriale.
Quella missione divina, affidata da Cristo agli apostoli, dovrà durare fino alla fine dei secoli (cfr. Mt 28,20), poiché il Vangelo che essi devono trasmettere è per la Chiesa principio di tutta la sua vita in ogni tempo. Per questo gli apostoli, in questa società gerarchicamente ordinata, ebbero cura di costituirsi dei successori. Infatti, non solo ebbero vari collaboratori nel ministero, ma perché la missione loro affidata venisse continuata dopo la loro morte, lasciarono quasi in testamento ai loro immediati cooperatori l’incarico di completare e consolidare l’opera da essi incominciata, raccomandando loro di attendere a tutto il gregge, nel quale lo Spirito santo li aveva posti per pascere la Chiesa di Dio (cfr. At 20,28).
Lumen Gentium n. 20
Dopo di noi, che ne sarà? Questa domanda deve sorgere e chissà quante volte è sorta nel nostro cuore e nella nostra mente. Ci sono possibili risposte non proprio ideali, che si orientano su tre poli estremi:
- “Ci penseranno gli altri”. Risposta vera, perché, comunque, volenti o nolenti ci penseranno gli altri, ma priva di responsabile paternità.
- “Adesso faccio io tutto e sto qui finché non ho finito”. Risposta che non guarda il futuro e che crea binari e obblighi per chi viene dopo, non tenendo conto degli altri e di Dio.
- “Ci penserà il Signore”. Risposta che non tiene conto dell’uomo e della sua vocazione.
Questi tre estremi, che non considerano di volta in volta uno o più degli attori principali della vita della Chiesa e dell’umanità, e soprattutto trascurano l’Incarnazione di Gesù non solo come norma ma anche come orma, sono da evitare. Gesù, chiamando i dodici, si è posto la domanda: “e dopo di me?” Gli apostoli si sono posti la domanda: “e dopo di noi?”. Gesù e gli apostoli hanno costruito e costituito qualcosa di concreto.
Quale sarà la risposta del presbiterio di Faenza? Quale sarà la mia e vostra risposta che per vocazione, fedeltà al Signore e al ministero apostolico vogliamo e dobbiamo dare?
5. Stile alluvione
Tutti veniamo dall’esperienza dell’alluvione, o del terremoto, o dell’uragano, o degli incendi o delle frane. Non ci è mancato nulla.
Tutti, più o meno colpiti e coinvolti, abbiamo avuto a che fare con queste situazioni. Cosa abbiamo fatto? Ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo affrontato le emergenze. Poi, ragionando e cercando risorse, per quanto di nostra competenza, abbiamo avviato opere strutturali che servano per il futuro a prevenire e a consolidare terreni, argini, case, etc…
Io penso che dobbiamo agire così: affrontare subito le emergenze, quelle che non richiedono chissà quale riflessione (anche perché ci ragioniamo da tempo) e contemporaneamente avviare azioni che richiederanno ben altri sforzi e tempi, ma che sono altrettanto necessarie per rispondere alle esigenze della vita della Chiesa di domani qui da noi. Risposte concrete e strutturate.
Ben lungi dall’essere riflessioni meramente tecniche ed organizzative, esse mirano a creare le condizioni per avere «il coraggio dell’essenziale! Il coraggio di comunità meno preoccupate di conservare tutto e più libere di annunciare Cristo» (Leone XIV, Discorso ai vescovi italiani, 28 maggio 2026, online).
a. Opere strutturali
La prima opera strutturale nasce dal calo numerico dei presbiteri che, da secoli, hanno assorbito il servizio della guida, sommando quasi tutti i ministeri e i munera a servizio della comunità credente e no. Potremmo anche dire che sono altre le emergenze – e l’ho detto al primo punto – ma ripetiamole a titolo esemplificativo: il calo della fede, il secolarismo, l’intelligenza artificiale, il disimpegno dei cattolici in politica ecc. Tutto vero. Ma da qualche parte dobbiamo partire e, se ci pensiamo bene, il nostro punto debole è una Chiesa dove il prete/parroco è tutto. Su di lui si confida popolarmente, soprattutto tra “i nostri”, che annunci, faccia cultura, catechesi, carità, direzione spirituale, formazione sociale, animazione di quartiere, cucina, gestione, oltre a presiedere liturgie, devozioni, bans e altro…
In questa fase della storia, non mancano i cristiani o le persone assetate di Gesù Cristo, verità e relazione. Manca chi, con noi, animi e guidi le comunità che sempre più non avranno un presbitero residente.
Con tutti i suoi difetti, il sinodo, sia universale che il cammino sinodale italiano, ha avuto il merito di far emergere, con dati alla mano, la pressoché totale assenza di slancio di annuncio e il tema del rapporto problematico con l’autorità, che oltre ad essere una questione sociale, per noi, ha anche uno spessore teologico/sacramentale.
Lo sappiamo, data la nostra storia, dove non c’è più il prete la vita di fede si affievolisce e le comunità cristiane, dove non si spengono, rischiano (vado per estremi) di trasformarsi in “pro loco”. E alcune delle nostre comunità sono così, oppure portano avanti un cristianesimo senza Chiesa, senza ministero ordinato, senza sacramenti, oppure si rifugiano solo nel culto o nelle devozioni con derive sacrali e settarie.
In sostanza: o solo servizio sociale; o solo dimensione comunitaria autoconvocata e auto nutrita; o solo culto.
Gli orientamenti strutturali dovranno farci compiere azioni graduali e decise perché gli aggregati sociali (città, frazioni, borgate) non perdano la loro peculiare identità di comunità convocate ed inviate ad annunciare, celebrare e vivere la carità.
Per questo la nostra presenza in tutti i luoghi abitati, piccoli o grandi, che non è già garantita e lo sarà sempre meno, deve essere integrata da forme strutturate, non occasionali, di guida della comunità che siano in comunione con un presbitero, vicino o lontano, che a sua volta sia in comunione con il vescovo. Il ministero ordinato sarà sempre più specifico nella sua identità; quindi, sarà un ministero che non accumula tutto su di sé, ma che garantisce che ciò che si fa, si prega e si dice, sia secondo il Vangelo custodendo la memoria degli apostoli. Sarà un ministero di presidenza/guida.
Senza questo, dobbiamo essere realisti, resteranno, forse, comunità di una vaga ispirazione cristiana, ma sicuramente non cattoliche, dove cattoliche significa essere convocate e inviate da Dio per essere Popolo che annuncia la Parola vivente, scritta e trasmessa che è Gesù, che lo attua nella celebrazione dei sacramenti e che guida nella carità gli uomini e le donne di questo tempo e di questa terra costruendo un “pezzo” di Regno con Cristo.
Il “metodo Gesù” penso debba illuminare i nostri progetti e il nostro stile.
Gesù, di fatto, viveva e girava con pochi: gli apostoli. Li istruiva, con loro si riposava, pregava, mangiava. A loro ha dedicato la maggior parte del tempo.
Poi lo seguivano alcuni: i discepoli. A loro ha dedicato sicuramente tempo e istruzione, ma nei loro confronti non ha avuto l’intimità e la frequenza di incontro che ha avuto con gli apostoli.
Poi i molti: le folle. A loro ha fatto i grandi discorsi, su alcuni ha operato guarigioni per poi lasciare “a metà” il lavoro non poche volte, per andare altrove.
Ecco: “pochi”, “alcuni”, “molti”. Le proporzioni del tempo vanno elaborate di conseguenza e con il conseguente coinvolgimento delle competenze e degli affetti. Tanto tempo con i pochi e poco tempo con i molti. E questo “tanto tempo” non significa creare il “cerchio magico” degli amici del prete, ma una cura specifica per coloro che chiamiamo a condividere con noi la guida pastorale per l’annuncio del Vangelo. “Poco tempo” non significa la mancanza di dedizione al popolo o la sclerotizzazione del cuore di pastori che, come Gesù, si devono commuovere per quelle folle che erano come pecore senza pastore.
Tutto ciò, mai dimenticando che l’annuncio, sia con “i pochi”, che con “gli alcuni” e coi “molti”, non deve essere mai disincarnato e pertanto deve raggiungere le persone nella loro realtà.
Non dimentichiamo che c’è anche un “pochissimi”: Pietro, Giacomo e Giovanni.
Se il Verbo incarnato, Gesù di Nazareth, ha fatto scelte per preparare il nuovo Israele investendo maggiormente su alcuni, non perché migliori ma perché chiamati, penso che possiamo prendere sul serio il suo metodo e provarci anche noi.
Parlando della cura dei 12, preciso, non mi riferisco solo a possibili futuri presbiteri o diaconi, anche se questo deve occupare un posto privilegiato nel chiamare, ma anche ai battezzati e agli sposi.
Cito non per scaricare ma per condividere un peso, un passo di Presbiterorum ordinis che mi ha sempre colpito:
Senza badare a fatiche o difficoltà, aiutino quanti considerano veramente idonei a un così elevato ministero, siano essi giovani o adulti, affinché abbiano modo di prepararsi convenientemente e possano quindi essere eventualmente chiamati dai vescovi, sempre naturalmente nel pieno rispetto della loro libertà sia esterna che interna.
Presbiterorum ordinis, n. 11
Giusto per avvilirci un po’ ho preparato qualche numero.
Numeri del clero di Faenza-Modigliana
Clero secolare 51
16 sopra gli 80 anni
3 sopra i 70
32 sotto i 70
Clero regolare 3 OSML
2 SDB
7 OFM Capp
b. Opere emergenziali
Alcune questioni si impongono come emergenziali, e si nota anche dalla frequenza con cui ne parliamo, dove per “emergenziale” intendo dire “ciò su cui si può agire subito”. Ne individuo due: il tema della gestione e la configurazione territoriale.
Questi due aspetti assorbono non poche energie, non solo in ordine al tempo e alle preoccupazioni, ma anche in ordine a ragionamenti ed ipotesi che non sembrano atterrare mai. Ad oggi i dati numerici e territoriali li abbiamo, e anche le tendenze sociali e culturali. Possiamo pertanto, insieme, prendere alcune decisioni che pur non diventando lettera su pietra, daranno un orientamento pratico per i prossimi 5/10 anni.
Si tratta di pensare insieme al territorio, non per spegnere ciò che è piccolo o di confine (in questo il tema strutturale è fondamentale) ma per individuare i futuri centri che saranno le comunità eucaristiche, dove non mancherà la Messa domenicale e dove probabilmente abiterà il presbitero. Di conseguenza bisognerà valutare come valorizzare, rivitalizzare le altre comunità e utilizzare gli immobili sia in termini pastorali ed economici. Saranno luoghi dove potrà abitare una famiglia, un diacono, un laico/laica, perché c’è una comunità viva o promettente o che va tenuta viva? Sono luoghi che possiamo mettere a reddito? Ricordiamo anche che andiamo verso un’epoca di impoverimento del non più scontato 8xmille che conosce ogni anno significative contrazioni.
Questo lavoro concederà di muoverci con chiarezza sulla destinazione pastorale dei vari luoghi, sulla guida pastorale e sugli immobili stessi.
Ovviamente, in relazione a tutto questo c’è il tema della legale rappresentanza e dell’amministrazione e gestione, su cui prendere decisioni chiare che non dovranno trascurare l’identità teologica del ministero ordinato e le leggi italiane in merito. È urgente e fondamentale individuare persone da formare in ogni parrocchia, o gruppi di parrocchie, come economi parrocchiali o interparrocchiali. Su questo, la CEI sta predisponendo un Vademecum che verrà pubblicato fra poche settimane insieme al rinnovo del cosiddetto IMA (Istruzione in materia amministrativa che è del 2005).
6. Cosa propongo?
Desidero non mettere ansie inutili, sovraccaricare di pesi. Non penso nemmeno che ciò che è stato fatto finora sia inutile o vago, anzi, tutt’altro, desidero chiaramente esprimere che quello che state facendo è apprezzato e avete la mia stima e sostegno. Ma i tempi cambiano e abbiamo bisogno di dare alcune linee perché il nostro ministero sia più vivibile e attrattivo (!), e perché la nostra Chiesa sia più agile, alleggerita da pensieri inutili e snervanti, quindi centrata su ciò che conta. Più che fare cose nuove proviamo ad elaborare e a costruire insieme il modo in cui farle in maniera rispondente alla realtà che reclama uno sguardo al futuro.
a. Il Vescovo
Per quel che riguarda il sottoscritto, nei prossimi mesi provvederò a nominare i Vicari foranei e urbano e il Vicario generale.
Come vi dicevo a luglio, nei suggerimenti che, se volete, potrete darmi personalmente, pensate “alla squadra” e non ai singoli, Vicario generale compreso. Questo, perché lo dicono i numeri del presbiterio e le esigenze comunionali e sinodali, dove sinodo non è processo ma «natura di un popolo che nell’amicizia e nell’incontro con l’altro avverte di appartenere a Dio solo» come ha detto Papa Leone al Meeting. Penso ad un gruppo di lavoro che sia integrato per età, competenze e conoscenza del territorio, per essere realmente di aiuto al vescovo. Non abbiate in mente ad un Vicario generale solo, al quale tuttavia chiederò specificamente di favorire il lavoro insieme dei Settori pastorali e i Vicariati, ma integrato in un gruppo che sarà il gruppo con cui ordinariamente mi confronterò.
Il criterio di discernimento per queste nomine è la comunione/sinodalità per la missione: l’individuazione delle persone deve ispirarsi, pertanto, ad un criterio vocazionale più che rappresentativo/sociologico, anche se questi criteri possono avere, per certi aspetti, valore. È necessario pensare persone che riteniamo idonee, alla luce della fede, ad essere chiamate ad un servizio (innanzitutto) di comunione e di guida corresponsabile insieme al Vescovo e al presbiterio.
Non costituirò un consiglio episcopale, ma un gruppo al quale, secondo le necessità possano essere coinvolti anche battezzati competenti nel tema che si dovrà affrontare.
Il 2 dicembre prossimo faremo le elezioni per il Consiglio presbiterale, e poco dopo nominerò il Consiglio pastorale diocesano con il quale intendo lavorare stabilmente.
A proposito invierò a breve il testo delle modalità attuali di elezione del Consiglio pastorale diocesano ai coordinatori di Unità pastorali perché facciano le proprie osservazioni. Pur essendo ben fatto, a mio parere quel regolamento non risponde più al necessario snellimento procedurale.
b. Il Vescovo, i presbiteri e i diaconi insieme
- Insieme vivremo i 3 ritiri di Avvento, Quaresima e Pasqua come da calendario: mercoledì 2 dicembre 2026, 3 marzo 2027 e 14 aprile 2027.
- A riguardo degli incontri di aggiornamento per quest’ anno ho pensato di fare 4 incontri da Natale in poi, dove come assemblea di presbiteri e diaconi affronteremo un Vicariato alla volta (presentato dai ministri del Vicariato stesso) per vedere come venire incontro alla componente emergenziale cioè territorio, amministrazione. Ogni assemblea di presbiteri e diaconi sarà introdotta da una mia riflessione sull’identità del ministero ordinato, sui punti nodali e le connessioni tra ministero ordinato e corresponsabilità nella guida. Allego il prospetto con le date.
- Nella prima parte dell’anno, fino a fine gennaio, o comunque fino alla data nella quale dovranno presentare al presbiterio la riflessione, chiedo ai Vicariati (che è bene si avvalgano anche del parere dei Consigli pastorali e della presenza di consacrati e laici o di quanti vorrete coinvolgere) di lavorare su quanto richiesto. In assemblea plenaria del clero sarà presentato al presbiterio e ai diaconi quanto elaborato. I presenti potranno esprimere le proprie osservazioni su quanto proposto. A qualche incontro di Vicariato, se vorrete e riterrete opportuno ed utile e compatibilmente con l’agenda, potrei essere presente.
- Per quanto concerne il tema della corresponsabilità (il tema strutturale) nominerò prestissimo un gruppo di lavoro misto composto presbiteri, religiosi, diaconi e laici per costruire un percorso di formazione (incontri, momenti residenziali) da rivolgere a coloro ai quali proporremo (e diranno di sì) di guidare con noi alcune realtà individuate. Penso che il nostro presbiterio e la nostra Chiesa abbia delle belle competenze per offrire un percorso di formazione.
Questo lavoro ci occuperà tutto l’anno. Proveremo a metterlo in moto nell’anno prossimo 2027/2028. L’anno dopo 2028/2029, vorrei fare la Visita pastorale per “tirare la volata” a quanto maturato insieme.
c. A voi presbiteri e diaconi
Chiedo di iniziare a pensare a laici, laiche, famiglie sui quali poter “investire” nella formazione per una corresponsabilità alla guida pastorale ed amministrativa e ai ministeri istituiti, non dimenticando la ricerca, la cura e la promozione della vocazione presbiterale e diaconale.
Di formare i consigli pastorale ed economico dove non fossero presenti o consolidare quelli esistenti con incontri di formazione e ricerca sinodale della volontà del Signore per la porzione di popolo affidato.
Conclusione
Andiamo avanti passo dopo passo, domande ne rimangono tante, anche a me, ma iniziamo ad accendere i fendinebbia, pian piano si farà della strada.
Non ambiamo ai grandi numeri (se avessimo anche solo una persona per parrocchia sarebbero 70, pertanto un miracolo) ma a preparare qualcuno che dopo di noi, ma non senza di noi, guidi la comunità alla luce del Vangelo e nella fedeltà alla memoria degli apostoli. Sicuramente questo programma non è perfetto, sicuramente non tiene presente tutto, ma da qualche parte bisogna iniziare a lavorare. Partiamo insieme e chiedo ai vicariati un impegno profondo, deciso e lungimirante. Se fossimo per caso tentati di domandarci se queste linee vengano dal basso o dall’alto, domandiamoci piuttosto se vengano da Dio e se siano suggerite dalla realtà.
Mi pare che “il dal basso” sia stato espresso abbondantemente nel Sinodo anche nell’ascolto diocesano; “il dall’alto” sia stato confermato anche nel recente documento sulle priorità della Chiesa italiana; infine, la Parola del Signore ci invia ad annunciare e pertanto a trovare i modi nuovi per farlo oggi, come comunità ecclesiale viva che ama, serve e segue il Signore.
Appendice
Tre questioni di sottofondo: la pace; l’intelligenza artificiale e il foro interno; la missio ad gentes.
Siamo in un tempo di guerra e di violenza. Perché dobbiamo occuparci della pace e cosa possiamo fare? Nella Lumen gentium, il Concilio afferma che la Chiesa è in Cristo, «in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento, dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (LG 1). Magnifica Humanitas riprende questa prospettiva descrivendo la Chiesa come «presente nel mondo come segno di unità per l’intera famiglia umana» (MH 19).
Ecco perché il nostro impegno per la pace, oltre alla preghiera, deve conoscere anche un’educazione e una pratica concreta.
La nostra azione educativa deve prendere le mosse da quanto afferma Magnifica Humanitas, ovviamente trasferito al nostro contesto: «la diplomazia della Santa Sede assume il principio evangelico della misericordia come criterio concreto dell’agire politico» (MH 227).
Significa che si cerca, finché è possibile, di mantenere aperto il colloquio anche nelle situazioni più difficili; che si preferisce conservare una relazione imperfetta piuttosto che interromperla; che si accetta di essere giudicati lenti pur di non precludere a nessuno la possibilità di cambiare. È uno stile che espone a critiche, ma discende dal fatto che, chi serve l’unità che non ha ancora una forma compiuta, deve custodire i legami che sono soltanto abbozzati.
Questo può avvenire solo con la speranza che consente di perseguire il fine anche quando i risultati tardano, non con l’ottimismo che non è speranza, ma con la convinzione che nessuna situazione viene mai considerata chiusa. Questo porta ad abitare tempi che non sono quelli della politica e tantomeno quelli dell’informazione. Sono i tempi della coerenzae della riservatezza. Un dialogo iniziato può dar frutto anche dopo molti anni, e probabilmente ci si sarà dimenticati di chi lo ha avviato.
Infine, viviamo nel tempo che chiede a ciascuno di schierarsi, e che interpreta ogni riserva o attesa come complicità o doppiezza. Dobbiamo rifiutare la semplificazione. Questo è il nostro servizio, dobbiamo essere custodi della complessità, non delle complicazioni, per evitare i populismi e il proliferare di ideologia. La Chiesa non può ridurre il discernimento morale all’adesione a uno schieramento, deve custodire nei fedeli la capacità di distinguere le responsabilità, senza identificare mai un popolo con le decisioni di chi lo governa. Nella Sollicitudo rei socialis, San Giovanni Paolo II afferma che la Chiesa non propone soluzioni tecniche e non manifesta preferenze per l’una o l’altra soluzione politica o economica, purché la dignità dell’uomo sia rispettata e promossa (SRS 41).
E, “disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra” ha detto Papa Leone agli operatori della comunicazione il 12 maggio 2025.
Mi pare che qualche linea per un lavoro per l’educazione alla pace, a nostra misura, possa esserci.
8. L’intelligenza artificiale, il foro interno e la confessione
Apparentemente scollegato, il tema del foro interno sacramentale e no, in una fase dove tutto viene raccolto, conservato, elaborato e utilizzato, deve essere oggetto di grande attenzione e promozione.
La Chiesa continua a custodire con particolare attenzione l’intimità della persona, perché è lì che si realizza l’incontro con Dio.
Esiste uno spazio nel quale l’uomo deve poter essere radicalmente libero davanti a Dio. Uno spazio nel quale possa riconoscere quel che è, il proprio peccato, chiedere perdono, aprire la propria coscienza senza temere che ciò che ha manifestato possa un giorno essere utilizzato contro di lui o diventare strumento di giudizio e governo.
Il nostro servizio alla custodia del foro interno serve, oltre alla dimensione sacramentale, a custodire la libertà delle coscienze!
Il grado di segretezza assume il suo grado massimo nella confessione: il sigillo è inviolabile. Non è riservatezza. Il confessore, fuori dal sacramento, semplicemente “non sa”; pertanto ciò che è conosciuto in confessione non può essere comunicato, non può essere utilizzato, non può diventare criterio per una decisione di governo.
La Chiesa continua ad essere un luogo in cui l’uomo può sperimentare uno spazio che non può essere violato. Uno spazio nel quale può presentarsi a Dio senza difese. Uno spazio nel quale può chiamare il peccato con il suo nome senza temere che quella parola venga un giorno utilizzata contro di lui. Uno spazio nel quale può cercare aiuto per discernere la volontà di Dio senza che l’apertura della propria coscienza diventi uno strumento di controllo.
Penso che abbiamo uno strumento prezioso e risanante anche per le tendenze culturali che stanno assediando la libertà di coscienza, che in forza del foro interno non vogliamo manipolare, ma custodire.
9. La missio ad gentes
Una Chiesa chiusa al donare ritengo che non sia nell’atteggiamento cristiano per ricevere. Desidero riflettere con voi, nei prossimi mesi/anni sull’aprire un rapporto molto semplice con una Chiesa sorella di nuova evangelizzazione, che abbia più bisogno di preti e diaconi di noi.
Sommario
Introduzione
1. “Voi partecipate della pienezza di Lui”
2. Noi insieme
3. Vescovo, presbiteri e diaconi
- La nostra unità
- La nostra dignità
- Costruire insieme
4. Dopo di noi?
5. Stile alluvione
- Opere strutturali
- Opere emergenziali
6. Cosa propongo?
- Il Vescovo
- Il Vescovo, i presbiteri e i diaconi insieme
- A voi presbiteri e diaconi
Conclusione
Appendice
7. Educare alla pace
8. L’intelligenza artificiale, il foro interno e la confessione
9. La missio ad gentes
