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Zaccagnini, il seme buono della politica. L’intervento del Vescovo Mario a Bagnacavallo

Bagnacavallo, 5 maggio 2026.

Ringrazio per l’invito a presentare il volume Zaccagnini, il seme buono della politica,[1] curato da Aldo Preda e Carlo Zaccagnini.

Come Vescovo non è la prima volta che sono invitato a presentare la figura del grande politico che è stato Benigno Zaccagnini, nato a Faenza, medico a Solarolo, poi trasferitosi a Ravenna. Di uomini così, dicevo l’8 novembre 2019, nella Sala del Consiglio comunale di Faenza, ne avrebbe oggi un estremo bisogno sia la Chiesa sia la politica. Il 28 dicembre 2022, in occasione della presentazione del volume «Caro Zaccagnini…». Lettere scelte ad un credente prestato alla politica, a cura di Aldo Preda, Studium (Roma 2022), ho sottolineato che si può essere politici dell’oltre e della speranza, come Benigno Zaccagnini, quando la propria fede – accolta, celebrata, testimoniata – rafforza sempre più l’appartenenza primaria a Cristo risorto e al suo Regno, rispetto ad altre appartenenze, reali sì, ma non di valenza ultima per il proprio destino umano e trascendente. È così che l’ispirazione cristiana «struttura» e modella autentici riformatori, che sono tali perché in possesso di un’anima «trasfiguratrice», derivante dal Vangelo, dalla fede.

Non avendo conosciuto di persona Benigno Zaccagnini, per i motivi che si possono facilmente comprendere, ne parlo qui rifacendomi soprattutto agli scritti che sono stati pubblicati su di lui e alle testimonianze di coloro che l’hanno conosciuto personalmente. Dalla lettura di tali scritti sul suo limpido ed esemplare impegno politico emerge un dato costante. Ossia il riconoscimento che Benigno Zaccagnini è stato un grande testimone della Buona Novella a motivo della sua fede cristiana. Una fede mai nascosta, sempre alimentata e vissuta amando il Signore Gesù, del quale leggeva, meditava e annotava il Vangelo che spesso portava con sé. Non solo. Partecipava quasi tutti i giorni alla celebrazione dell’Eucaristia dalla quale traeva sempre ulteriore capacità di servire Dio e l’umanità, specie i più poveri. Dal Figlio di Dio che si incarna, muore e risorge ed è sempre veniente nella sua Chiesa e nel mondo, Zaccagnini veniva continuamente sollecitato a fare dono della sua vita sull’esempio di Colui che ha dato tutto sé stesso sino alla morte in croce, quale Servo sofferente.

Zaccagnini era, dunque, un politico con le radici ben piantate in cielo. Era arrivato alla politica negli anni drammatici della Resistenza. Egli scelse di agire non per odio ma per amore. La sua reazione al fascismo nasceva dall’educazione ai valori evangelici della tradizione cristiana che poneva al centro la persona, l’amore ad essa, alla sua promozione e liberazione integrali. La cura della persona e del bene comune nasceva, in ultima analisi, da motivazioni di fede. In che senso? Zaccagnini professava e testimoniava il suo impegno in politica non in nome della fede, bensì a causa di essa, come ha sottolineato più volte Pierluigi Castagnetti, indicando la scaturigine della sua missione politica. Per il credente l’impegno in politica è vissuto non in quanto cristiano, quasi egli debba essere una longa manus della Chiesa nell’ordine temporale, ma da cristiano, come persona libera e responsabile che fermenta dal di dentro la politica, creata autonoma e laica da Dio.

Studente universitario, dentro la FUCI, Zaccagnini si era nutrito del pensiero del personalismo comunitario di J. Maritain e di E. Mounier che, con la sua apertura ontologica ed etica alla Trascendenza, offriva allo Stato laico e democratico, una misura condivisibile di verità e di bene, non una mera neutralità morale.

La Trascendenza di Dio, alla quale si riconosce il primato, consente al politico cristiano Benigno Zaccagnini di poter dire, sulle orme di don Mazzolari, di non aver altri padroni all’infuori di Dio stesso.[2] Di qui il credente deriva il senso della propria libertà e di una limpida laicità cristiana.  Di qui deriva la novità e la fecondità del suo pensiero politico e, quindi, la sua capacità di innovare una politica sclerotizzata e subalterna a nuove idolatrie e ideologie. Solo a partire dal riconoscimento del primato della fede cristiana potrà derivare il rinascimentodell’impegno politico e partitico dei cattolici, quale si è sperato nella Settimana sociale dei cattolici vissuta due anni fa a Trieste.

Solo se è vero quanto detto e cioè che per il credente il partito non può assurgere ad assoluto ci si può liberare da dannose idolatrie, creando lo spazio per la centralità della persona e del bene comune. Solo se ci si libera dagli assoluti terrestri si potrà aprire lo spazio per una costituente di idee che guardi ad un futuro di speranza e di vera libertà per l’Italia e per l’Europa. Gli assoluti terrestri imprigionano nelle tecnocrazie, nei deliri di onnipotenza, nel dejà vu, entro involucri culturali artefatti. Per creare un mondo più fraterno, giusto e pacifico c’è bisogno di emanciparsi da schemi aprioristici, di vivere dentro un’esistenza vivificata da un Amore pieno di verità. Una nuova civiltà politica, un nuovo rinascimento crescono lungo la direttrice di un’umanità che non dimentica di essere stata creata ad immagine di Dio ed è stata redenta da Cristo. E proprio per questo è umanità chiamata ad emanciparsi rispetto a zavorre che la tengono ancorata ad antropologie individualistiche ed utilitaristiche, libertarie, a sovranismi isolazionistici, a progettualità che antepongono partiti e segreterie rispetto al bene comune, al bene di tutti, specie dei più poveri. Dev’essere preminente una nuova creatività del pensiero politico, incentrato più sui fini che sui mezzi, senza trascurare l’importanza di quest’ultimi. È più che mai il tempo del disarmo atomico, graduale, concordato, sorvegliato da un’adeguata autorità mondiale profondamente riformata. È il tempo di impegnarsi tutti nella costruzione di istituzioni di pace.[3] Se c’è oramai l’urgenza di una governanceglobale dell’IA, tramite codici etici,[4] è ancora più urgente la formazione di nuove generazioni di politici, di diplomatici, di operatori economici e sociali, capaci di una vita virtuosa e, quindi, con le braccia alzate verso Dio nella preghiera, come scrisse Benedetto XVI nella sua enciclica Caritas in veritate.[5]

Dopo la Settimana sociale dei cattolici a Trieste (3-7 luglio 2024), dopo la recente riunione degli ex DC nel salone delle Colonne all’Eur a Roma per celebrare il cinquantesimo anniversario del Congresso della DC che elesse Benigno Zaccagni segretario, riusciranno i cattolici a convergere nel riconoscimento del primato dello spirituale sulla politica? Riusciranno a trarne tutte le conseguenze sul piano della loro azione politica e progettuale? Accetteranno l’imprescindibilità, in vista di un pensiero sapienziale e di rinnovate sintesi culturali alte, dell’Insegnamento o dottrina o magistero sociale della Chiesa,[6] definito da san Giovanni Paolo II parte essenziale e, quindi, non facoltativa, dell’evangelizzazione e dell’umanizzazione del sociale, superandone erronee interpretazioni meramente deduttivistiche o ideologiche?

Non raramente non pochi cattolici, che militano in diversi partiti, si servono della DSC come se fosse un self-service, ossia come un supermercato in cui si entra e si selezionano alcuni prodotti, giudicati più conformi ai propri punti di vista, mentre se ne rifiutano altri, considerati meno validi o meno rispondenti al quadro ideologico del proprio partito. Ciò si è anche ripetuto all’interno di quei gruppi che, durante e dopo la Settimana sociale dei cattolici in Italia, svoltasi a Trieste, si sono riproposti di formare nuove cordate per un rinnovato impegno politico, appellandosi sì alla DSC, ma utilizzandola parzialmente, valorizzando solo alcuni temi, tralasciando quelli che non erano considerati omogenei con le logiche delle scelte del partito.

Ciò che, in ultima analisi, vanifica la ricchezza ispiratrice e progettuale della DSC è il fatto di posporla al partito in cui si è scelto di militare, assegnando di fatto il primato non all’esperienza credente in Cristo, ma alla propria appartenenza partitica. Qualcosa di simile sembra essersi verificato nell’incontro di un gruppo di cattolici a Milano, dopo Trieste. Lì, a detta degli stessi partecipanti, afferenti al PD o del PD, la DSC sembra sia stata piuttosto lasciata da parte per concentrarsi, invece, sul tema, ritenuto più urgente, del riposizionamento dei cattolici rispetto alla linea politica espressa dalla Segretaria Elly Schlein. Con ciò è stata probabilmente persa un’importante occasione, quella dell’analisi e della riformulazione dei contenuti politici del partito alla luce della DSC, specie in vista di poter offrire un apporto significativo da parte dei cattolici non in quanto cristiani, ma da cristiani, rispetto ai grandi problemi della società contemporanea, sia sul piano europeo sia sul piano mondiale.[7]

Ciò ha dato l’impressione, presso non pochi che, per i cattolici impegnati in politica, non si diano reali congiunzioni con la loro vita in Cristo, con le radici della loro esperienza credente del mistero intero di Cristo, vissuto non solo sul piano liturgico ma anche nella vita quotidiana: la fede va tradotta e concretizzata nell’impegno sociale. Il cristianesimo, come ha sottolineato recentemente papa Leone XIV, non si riduce ad una semplice devozione privata, perché implica anche un modo di vivere in società improntato all’amore di Dio e del prossimo che, in Cristo, non è più un nemico ma un fratello.[8] Non c’è, per conseguenza, separazione nella personalità di un personaggio pubblico, spiega il pontefice ad un gruppo di rappresentanti politici: non c’è da una parte l’uomo politico e dall’altra il cristiano. C’è l’uomo politico che, mosso dalla Carità di Cristo, animato dalla propria coscienza, vive cristianamente i propri impegni e le proprie responsabilità.[9]  

Diventa, ancora una volta, inevitabile porsi l’interrogativo: davvero il nesso tra la fede e la vita politica non suscita l’impulso incomprimibile ad una rivoluzione d’amore rispetto all’esistente, peraltro bisognoso di profonde trasformazioni e riforme? E ciò con riferimento a tutte le realtà umane. La salvezza, che Gesù Cristo ha ottenuto con la sua morte e la sua risurrezione, racchiude, infatti, tutte le dimensioni della vita umana, la salute, la comunicazione, l’educazione, la politica, la cultura, l’IA.

Ecco un punto cruciale per i credenti rispetto alla DSC. Questa diviene strumento di una nuova società, di una nuova politica e di una nuova democraziase suscita un discernimento continuo che coinvolge, con il riferimento al Verbo che si fa carne, i vari soggetti ecclesiali, anche i credenti impegnati in politica o nella famiglia, nelle imprese e nella società civile. L’esperienza credente del mistero totale della redenzione di Cristo sostiene le coscienze dei battezzati, dei cresimati e degli eucaristizzati con un Amore pieno di verità, da viversi con riferimento alle sfide della pace, della cura dell’ecologia integrale, della legalità, del superamento della corruzione, dell’animazione etica dell’intelligenza artificiale, del rinnovamento della democrazia.[10] Non solo le «inquieta» ma, simultaneamente, le rende capaci di quella profezia che declina nella cultura contemporanea ciò che è specifico del cristianesimo, in modo che si presenti ragionevole e praticabile anche per chi non crede.[11]

Purtroppo, rispetto a ciò si constata una costante insignificanza dei cattolici, non determinata tanto da un’ostilità laicista di una società sempre più scristianizzata, quanto piuttosto da un progressivo scadimento della qualità della testimonianza cristiana dei fedeli laici impegnati.[12] In proposito, risulta ancora attuale la denuncia di Giuseppe Dossetti, che in suo scritto di anni fa sottolineava le insufficienze dei cristiani e del clero con queste parole: «Una porzione troppo scarsa di battezzati consapevoli del loro battesimo rispetto alla maggioranza inconsapevole. Ancora l’insufficienza delle comunità che dovrebbero formarli; lo sviamento e la perdita di senso dei cattolici impegnati in politica, che non possono adempiere il loro compito proprio di riordinare le realtà temporali in modo conforme all’Evangelo, per la mancanza di vero spirito di disinteresse e soprattutto di una cultura modernamente adeguata; e infine l’immaturità del rapporto laici-clero, il quale non tanto deve guidare dall’esterno il laicato, ma proporsi più decisamente il compito della formazione delle coscienze, non a una soggezione passiva o a una semplice religiosità, ma a un cristianesimo profondo e autentico e quindi a un’alta eticità privata e pubblica».[13]

A più di 25 anni di distanza dalla denuncia di Dossetti, la situazione non appare molto migliorata. Si è probabilmente allontanata, almeno dalla stragrande maggioranza degli italiani, l’idea che la politica possa essere considerata una modalità per testimoniare il Vangelo e, persino, per incamminarsi lungo la via della santità.[14]

+ Mario Toso

[1] A cura di Aldo Preda e Carlo Zaccagnini, Studium, Roma 2025.

[2] Cf R. Prodi, La passione per la democrazia, in A. Preda-C. Zaccagnini (a cura di), Zaccagnini il seme buono della politica, Studium, Roma 2025, p. 15.

[3] Cf M. Toso, Se vuoi la pace, prepara istituzioni di pace, Il caso Ucraina. Riflessioni per il discernimento, Prefazione di Stefano Zamagni, Società Cooperativa Sociale Frate Jacopa, Roma 2022.

[4] Sulla politica e sulla democrazia in tempo di IA si legga P. Benanti-S. Maffettone, Noi e la macchina. Un’etica per l’era digitale, Luiss University Press, Roma 2024, pp. 95-130.

[5] Cf Benedetto xvi, Caritas in veritate, n. 71.

[6] DSC e ISC e MS, ovvero Dottrina sociale della Chiesa, Insegnamento sociale e Magistero sociale, sono tre espressioni per indicare una stessa realtà, ossia un insieme piuttosto coerente di principi di riflessione (ad es. l’uomo è ad immagine di Dio), di criteri di giudizio (ad es. l’uomo ha il primato sul lavoro) e di orientamenti pratici (ad es. riformare le ingiuste strutture). Con l’espressione DSC si intende indicarne di più la natura teorica e l’organicità dei contenuti dottrinali. Con l’espressione IS si intende abitualmente sottolinearne l’aspetto più induttivo e storico, pratico e dinamico. Con l’espressione MS si intende indicare la stessa realtà con riferimento al soggetto promulgatore (Concilio, pontefici, Conferenze episcopali).

Proprio perché ogni espressione viene a riferirsi ad una medesima realtà, e proprio perché ognuna di esse ne evidenzia maggiormente una dimensione, è chiaro che quando si impiega per es. l’espressione DSC, questa non comprende solo gli aspetti teorici, escludendo quelli pratici e contingenti. Va, poi, tenuto presente che, siccome l’espressione DSC era impiegata anche prima del Concilio Vaticano II, quando le encicliche sociali approcciavano i problemi con un metodo prevalentemente (non esclusivamente) deduttivo, oggi, passati specie con san Paolo VI ad un metodo più induttivo (non esclusivamente) e storico, non la si può più usare solo secondo il suo significato preconciliare.

Analogamente impiegando l’espressione IS, che si riferisce prevalentemente agli elementi pratici, dinamici, storici, ad un metodo induttivo, bisognerà non dimenticare gli aspetti dottrinali permanenti, peraltro soggetti ad approfondimenti e riletture. Parimenti, bisognerà rammentare che il metodo deduttivo del precedente MS non è stato soppiantato da quello induttivo. Esso non è disgiungibile da quest’ultimo. Prevale o diviene secondario, a seconda dei contesti, dei temi trattati e del tenore dei documenti sociali.

[7] In proposito basti leggere C. Cottarelli, All’inferno e ritorno. Per la nostra rinascita sociale ed economica, Feltrinelli, Milano 2022.

[8] Cf Leone xiv, Discorso alla Delegazione di rappresentanti politici e personalità civili della Val De Marne, nella Diocesi di Créteil, in Francia, giovedì 28 agosto 2025.

[9] Rivolgendosi sempre alla Delegazione di rappresentanti politici, provenienti dalla Francia, così prosegue papa Leone: «Siete dunque chiamati a rafforzarvi nella fede, ad approfondire la dottrina — in particolare la dottrina sociale — che Gesù ha insegnato al mondo, e a metterla in pratica nell’esercizio delle vostre funzioni e nella stesura delle leggi. I suoi fondamenti sono sostanzialmente in sintonia con la natura umana, la legge naturale che tutti possono riconoscere, anche i non cristiani, persino i non credenti. Non bisogna quindi temere di proporla e di difenderla con convinzione: è una dottrina di salvezza che mira al bene di ogni essere umano, all’edificazione di società pacifiche, armoniose, prospere e riconciliate. Sono ben consapevole che l’impegno apertamente cristiano di un responsabile pubblico non è facile, in particolare in certe società occidentali in cui Cristo e la sua Chiesa sono emarginati, spesso ignorati, a volte ridicolizzati. Non ignoro neppure le pressioni, le direttive di partito, le “colonizzazioni ideologiche” — per riprendere una felice espressione di Papa Francesco —, a cui gli uomini politici sono sottoposti. Devono avere coraggio: il coraggio di dire a volte “no, non posso!”, quando è in gioco la verità. Anche qui, solo l’unione con Gesù — Gesù crocifisso! — vi darà questo coraggio di soffrire in suo nome. Lo ha detto ai suoi discepoli: “Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!” (Gv 16, 33)».

[10] Su quest’ultimo tema si veda il contributo dei pontefici in M. Toso, Chiesa e democrazia, Società Cooperativa Sociale Frate Jacopa, Roma 20252.

[11] Cf M. Toso, Gioia e speranza, Edizioni delle Grazie, Faenza 20252. p. 27.

[12] Cf F. Pizzul, Perché la politica non ha più bisogno dei cattolici, Edizioni Terra Santa, Milano 2020, pp. 98-99.

[13] G. Dossetti, Sentinella quanto resta della notte? in ID., La parola e il silenzio. Discorsi e scritti 1986-1995, Paoline Editoriale Libri, Milano 2005, p. 376.

[14] Cf M. Toso, Basta guerre: è l’ora della pace. Il ruolo dei cattolici: nonviolenza attiva e creatrice e impegno politico, Cittadella Editrice, Assisi 2023. Cosa significa essere cristiani in politica? Recentemente papa Leone XIV ha risosto alla domanda ricevendo i membri del partito europeo al Parlamento europeo così: «Essere cristiani in politica non significa essere confessionali, ma lasciare che il Vangelo illumini le decisioni che devono essere prese, anche quelle che non sembrano raccogliere un facile consenso. Significa lavorare perché non venga meno il nesso fra legge naturale e legge positiva, fra radici cristiane e azione politica. Essere cristiani impegnati in politica richiede di avere uno sguardo realistico, che parta dai problemi concreti delle persone, che anzitutto si preoccupi di favorire condizioni dignitose di lavoro che favorisca l’ingegno e la creatività delle persone di fronte ad un mercato sempre più spesso disumanizzante e poco appagante; che consenta di vincere la paura, apparentemente molto europea, di costituire una famiglia e di avere figli, di affrontare le cause profonde della migrazione, avendo cura per chi soffre, ma anche tenendo conto delle reali possibilità di accoglienza e integrazione nella società dei migranti. Parimenti richiede di affrontare in modo non ideologico le altre grandi sfide che si pongono ai nostri giorni come la cura del creato e l’intelligenza artificiale. Quest’ultima offre grandi opportunità ma è al contempo irta di pericoli. Essere cristiani impegnati in politica significa investire nella libertà, non in una libertà banalizzata ridotta a piacere, ma in una libertà ancorata nella verità, che tuteli la libertà religiosa, di pensiero e di coscienza in ogni luogo e condizione umana, evitando di alimentare «un “corto circuito” dei diritti umani», che finisce per lasciare spazio alla forza e alla sopraffazione (sabato 25 aprile 2026).