[mar 23] Omelia – Pellegrinaggio giubilare Vicariato forese ovest

23-03-2025

Fratelli e sorelle,

Nelle letture di questa terza domenica di Quaresima la Parola di Dio ci parla di due piante: il roveto ardente e il fico. Come Mosè ha incontrato Dio nel roveto ardente, così possiamo contemplare la gloria di Dio nel volto di Gesù, innalzato sulla croce che ci libera dal peccato, da ogni male. Il roveto che arde dice la presenza di Dio, sceso in mezzo al suo popolo per liberarlo dalla schiavitù e per farlo uscire verso una terra bella e spaziosa, una terra ove scorrono latte e miele. Alla domanda di Mosè il Signore risponde manifestando il suo nome, la sua identità: «Io sono colui che sono». Sappiamo, con l’aiuto degli esegeti, che una tale rivelazione del nome di Dio significa che Egli è colui che è, ossia l’Amore assoluto, e proprio perché assoluto, allo stato puro è  Signore misericordioso che porta salvezza al suo popolo mediante la sua presenza nella storia e la sua capacità di rinnovare l’umanità perdonandola, ridonandole vita, un cuore nuovo. Il Volto di Dio misericordioso ci viene rivelato anche nel vignaiolo che decide di domandare al Padrone ancora un anno di vita per il fico sterile. Il vignaiolo che si prende cura del fico e gli zappa attorno, mettendo del concime, ci ricorda la tenerezza di Dio nei nostri confronti, la sua pazienza, quando non produciamo frutti. Nell’anno giubilare che celebriamo nella nostra cattedrale, dove abbiamo sentito risuonare il suo ammonimento «Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo», cambiamo il nostro cuore. Da cuore di pietra, indurito nel male, facciamolo diventare un cuore di carne, ossia un cuore che non ama la menzogna, che non è indifferente nei confronti del bene e di Gesù Cristo, ma che è, invece, pieno di amore divino ed umano, come il cuore di Cristo.

Pur sperimentando nella nostra vita la presenza di Dio che ci accompagna e che ci ama, siamo sempre pronti a mettere in discussione che questo, e solo questo Amore, può essere il senso della nostra vita. Magari nei nostri cuori pensiamo di credere in Dio, ma in realtà scambiamo con il nome di Dio i nostri desideri e le nostre piccole volontà che nascondono solo un individualismo molto volubile.

Puntando gli occhi sul crocifisso posto sull’altare centrale e che viene dal monastero di San Maglorio, ci accorgiamo del grande mistero che deve risvegliare in noi la speranza e la fiducia: come il nostro cuore, anche se non ne è consapevole, ha una sete infinita di Dio, così Dio ha una sete infinita di noi, e si dona nel suo Figlio, fino alla fine, perché ogni uomo possa riscoprirsi figlio amato e sempre atteso.

 

Questa è la speranza che celebriamo in quest’anno giubilare, la speranza che deve sorreggere il nostro impegno deciso per un mondo migliore. I fenomeni che si sono abbattuti sul nostro territorio non possono lasciarci indifferenti. Tutta la Diocesi in questi anni ha sofferto e continua a soffrire drammaticamente un’emergenza ambientale senza precedenti. Oltre alla preghiera, dobbiamo migliorare la progettualità e la cura della nostra “sorella terra”. Abbiamo bisogno di un approccio diverso all’ecologia, dobbiamo prendere coscienza dell’importanza di una seria formazione su questi temi, come la predisposizione di fondi adeguati a potervi fare fronte.

Parallelamente anche la situazione ecclesiale non può essere lasciata al caso o all’improvvisazione. Abbiamo bisogno di ritrovare l’unità all’interno delle nostre comunità, di risvegliare la relazione e la stima vicendevole: «non solo uniti, dunque, socialmente, giuridicamente, pastoralmente, ma vitalmente concordi e attivi nell’Amore di Cristo» (Toso, Omelia all’UP di Marradi, 15 settembre 2024).

Dobbiamo impegnarci per «superare un’idea di parrocchia ripiegata e centrata su sé stessa o solo sul parroco. Abbiamo bisogno di comunità non introverse, ma estroverse, vitali, capaci di articolare una corresponsabilità reale, concreta. Abbiamo bisogno di persone generose che sappiano superare sterili campanilismi, visioni troppo clericali della parrocchia, per riconoscere che tutti fanno parte della stessa Chiesa. La comunità cristiana e le varie componenti non possono pensare solo a sé stesse, in questa maniera: “finché stiamo bene noi, siamo a posto”. Occorre sentirsi provocati dal fatto che, se il nostro prossimo non sta bene, anche noi non possiamo stare bene» (Toso, Omelia all’UP di Brisighella, 29 settembre 2024).

Tra le componenti ecclesiali sono da considerare le varie associazioni ecclesiali o di ispirazione cristiana. Nel vostro Vicariato esse un tempo hanno avuto una fioritura importante tanto da produrre frutti meravigliosi dal punto di vista vocazionale, ossia persone che hanno servito con amore e alte responsabilità presso la Diocesi e la stessa Curia Romana, in Vaticano. Sappiamo che non possiamo coltivare vuote nostalgie di un passato che non può più ritornare. Tuttavia, possiamo coltivare con fede profonda l’amore a Gesù Cristo che è lo stesso ieri, oggi e sempre (cf Eb 13,8). È Lui che dà la vita ed è la Speranza che non delude. Incentrate sull’esperienza credente di Lui le nostre comunità sono colme del suo Amore e del suo Spirito. Ugualmente lo devono essere le associazioni ecclesiali e di ispirazione cristiane. Talvolta, constatiamo che esse, pur sviluppandosi a partire dalla comunità, sono tentate di seguire percorsi quasi paralleli rispetto alla comunione da cui nascono. Occorre renderle comunità volte a vivere la fede in maniera più intensa, a non sfociare in un’esistenza cristiana piuttosto sbiadita, che non incide né nella comunione ecclesiale né nella comunità civile. La comunità ecclesiale vive in maniera più rigogliosa se le sue componenti sono vitali ed esistono in comunione tra di loro e con la stessa comunità da cui sono originate, condividendo con entusiasmo la stessa missione. In vista di ciò, credo che in questo tempo tutti – parrocchie, famiglie, circoli, comunità educative – sono chiamati a investire di più nel vostro Vicariato, ma anche negli altri, in una seria preparazione spirituale e culturale dei responsabili delle nostre associazioni ecclesiali e di ispirazione cristiana.

 

I giovani, in particolare, «vanno affiancati, presi per mano, accompagnati nello sperimentare una vita comunitaria e parrocchiale ove ci si ama, ci si aiuta a fare di Cristo il centro della propria esistenza, a provare la gioia spirituale di essere popolo, famiglia di Dio. La preghiera, l’ascolto della Scrittura, l’adorazione, i ritiri, le molteplici iniziative formative debbono portarli più esplicitamente all’incontro con il Signore, non tanto alla partecipazione del singolo evento. I vari momenti a cui partecipano i giovani debbono, allora, essere pensati e organizzati in modo che conducano i giovani non solo a conoscere ma soprattutto ad amare il Signore, a donarsi a Lui, alla Chiesa! Cristo deve essere riconosciuto come Colui che è più intimo a loro di quanto non lo siano a loro stessi. È tutta la comunità che li evangelizza e li educa» (Toso, Omelia all’UP di Brisighella, 29 settembre 2024).

Vi auguro di continuare con passione e costanza nel cammino che ci porterà a celebrare la Pasqua, per riconoscere sempre nella croce la risposta d’amore a tutte le nostre sofferenze, e a sentire in ogni difficoltà della vita la vicinanza del Signore sempre vivente in mezzo a noi. Amen.

+ Mario Toso