Introduzione
La lettura della lettera di Papa Leone XIV ha richiamato alla mente le parole di un grande teologo ebreo, Abraham Joshua Heschel, che già settanta anni fa scriveva: “Nel medioevo i pensatori cercavano le prove dell’esistenza di Dio. Oggi sembriamo cercare le prove dell’esistenza dell’uomo”[1].
Si tratta di una lettera, e già questa scelta di genere letterario è indicativa e rivelatrice delle intenzioni dell’autore: parlare al cuore di tutti, invitare tutti a partecipare ad una avventura che “non è mai teoria disincarnata, ma carne, passione e storia” (2. 3). Infatti, al di là di ogni appartenenza o distinzione identitaria, tutti sono invitati ad una “alleanza educativa”, costruita sulla relazione, sull’ascolto e sulla corresponsabilità (cfr. 5. 3), nella consapevolezza che solo uno sguardo da fratelli sottrae l’uomo a quel senso di smarrimento che lo fa sentire orfano e solo.
Volgendo lo sguardo al tessuto sociale in cui si trova a vivere l’uomo d’oggi – in cui milioni di bambini sono senza scolarizzazione, effetti delle guerre, migrazioni e disuguaglianza, povertà ecc.[2] – Papa Leone riscontra tre fondamentali rischi: la frammentazione, la complessità e la digitalizzazione. Contesti diversi e caratteristiche diverse che conducono però allo stesso risultato: il dissolversi delle relazioni reali, la rassegnazione, il frantumarsi del desiderio che è l’anima profonda di ogni speranza.
È in questo contesto che anche la proposta cattolica vorrebbe offrire il proprio contributo: non però come “rifugio nostalgico” ma come laboratorio e testimonianza di quella “alleanza educativa” [3] il cui scopo consiste nell’evitare quello che Herbert Marcuse avrebbe chiamato: “L’uomo a una dimensione”[4].
Ridare all’uomo il sapore e la gioia di essere uomo: questo significa, in ultima analisi, “disegnare nuove mappe di speranza” o, semplicemente, “educare”.
Parole scelte…
Quando si intraprende la lettura di un documento, una delle prime cose a cui dedicare attenzione è la scelta delle parole, nella quale già si avverte la sensibilità e l’orientamento dell’autore.
Nel nostro caso, le parole più qualificanti – e per molti aspetti anche innovative – sono: mappa, bussola, costellazione, viaggio, coreografia, differenza (cfr. 8.2) persona e gratuità. Pur nelle rispettive proprietà e specificità, tutti questi termini hanno un comun denominatore: la relazione.
La mappa, infatti, rimanda alla relazione con un luogo che si vuole raggiungere, per il quale essa è utile senza però dispensare dal cammino; così pure la bussola, quale strumento che orienta i passi del’avanzare, una volta che si sia fissata la meta da raggiungere; la coreografia vive essenzialmente di relazione, poiché solo un movimento che è relazione ordinata e al tempo stesso creativa può garantire la bellezza di una danza, ecc.
Già da questi primi elementi, emerge che Papa Leone non concepisce l’educazione come sistema rigido, come indottrinamento, ma come relazione di accompagnamento, come dialogo, determinato da una proposta che si offre ad una libertà[5].
L’educazione è essenzialmente un fatto di relazione e di cultura, ricordando che “il valore della cultura si misura nella sua capacità di far crescere l’uomo secondo la sua altissima vocazione, aiutandolo cioé a diventare sempre più uomo”[6].
L’educazione è dunque questione di umanizzazione: “educare significa “far emergere l’umanità che nasce in un altro essere. Educare quindi è un fatto d’amore verso l’umano”[7].
Rispetto ad altri tempi, in cui la natura umana era ancora abbastanza accolta in una visione condivisa, oggi i tempi sembramo mutati: si rende quindi urgente un progetto educativo in cui – mediante la centralità della persona, l’ascolto dei bambini e dei giovani, la dignità e la piena partecipazione delle donne alla vita sociale e la famiglia quale prima istanza educatrice – si recuperi un autentico sguardo sulla natura e dignità dell’uomo[8].
Innanzitutto: un’educazione degna di questo nome avviene sempre in un contesto di libertà: o la trova o la crea. Non c’è nessuna forma di educazione senza la libertà; senza libertà, anche le proposte più sublimi si ridurrebbero a dominio, imposizione e coercizione.
Ricordando infatti che il patrimonio educativo cristiano “non è ingessato” e non è nemmeno “un cibo prefabbricato”, il Papa definisce l’educazione come “una bussola che continua a indicare la direzione e a parlare della bellezza del viaggio” (1.3). In questa breve definizione, Papa Leone congiunge tre elementi essenziali e indisgiungibili:
- educare non è mai sostituire, ma sempre generare libertà indicando un valore desiderabile, che è conveniente scegliere. Educare è un evento dove il “vero” diventa desiderio: in un autentico rapporto educativo la verità non è mai qualcosa di schiacciante o mortificante, ma desiderabilità, “sapore”; e quando al termine della lettera Papa Leone inviterà gli educatori ad essere “ricercatori infaticabili della sapienza” intende un atto educativo che dia il “sapore”, cioè il gusto della vita;
- educare non è mai indicare una meta senza farsi compagni di strada, esattamente come la bussola che conferma, passo dopo passo, il cammino che uno ha deciso di percorrere;
- educare è sempre incoraggiare, offrire motivazioni per camminare, in una parola: “generare un futuro”. E questo sottolineando una bellezza, quella della vita, che si traduca in desiderio e autentico “protagonismo”. Educare è anche un evento estetico, guidato dalla bellezza.
Ne deriva che anche quando il rapporto educativo comportasse la dimensione dell’insegnamento, come tante istituzioni ecclesiali testimoniano nel tempo, educare è sempre generare libertà e resposanbilità. Ricordando quanto è attribuito a Socrate: “L’insegnante mediocre racconta. Il bravo insegnante spiega. L’insegnante eccellente dimostra. Il maestro ispira”.
Visione olistica della persona
Prima di presentare l’originalità della proposta educativa cristiana, Papa Leone dichiara che l’educazione non è mai sviluppo di un solo aspetto della persona, ma abbraccia tutte le dimensioni dell’uomo; prima di ogni specializzazione è necessario sviluppare l’armonia delle facoltà che costituiscono la persona, poiché l’educazione riguarda la “persona tutta intera” (6.2). Si tratta di una visione olistica della persona, cioè una visione antropologica integrale che abbraccia la dimensione spirituale, intellettuale, affettiva, sociale e corporea.
Una prima caratteristica della persona è la sua singolarità e irriducibilità a grandezza semplicemente concettuale: “persona” non sarà mai un concetto anonimo, ma sempre una storia inedita e non rimpiazzabile da nessun algoritmo, in cui “poesia, ironia, amore, arte, immaginazione, gioia della scoperta e perfino l’educazione all’errore come occasione di crescita” (9. 2) saranno sempre dimensioni irrinunciabili del suo sviluppo.
Come dire: l’educazione non ha a che fare con dei concetti, per loro natura anonimi e universali, ma con dei volti e delle storie. E mentre il concetto richiede solo chiarezza mentale, la storia richiede ascolto, pazienza, dedizione e rinuncia alle ricette precostituite. In questo senso va inteso l’auspicio di Papa Leone che ci siano meno cattedre e più tavoli dove si fa un cammino insieme (cfr. 9. 3).
Non a caso, rispetto ad altri pronunciamenti ecclesiali che preferivano parlare di “uomo”, questo documento usa più frequentemente il termine “persona”: non si tratta di una semplice questione terminologica, ma di una scelta consapevole e mirata, il cui scopo è opporsi ad un’educazione disarmonica che, coltivando un solo aspetto a scapito degli altri, finisce per ridurre la persona a un algoritmo, calcolabile e prevedibile, ad una terra di conquista o uno strumento economico per ottimizzare i propri profitti, dimenticando che la persona è prima di tutto un volto, storia e una vocazione.
Volto, storia e vocazione: sono termini che rimandano tutti all’uomo come relazione.
Il volto è la possibilità che due sguardi possano incontrarsi, la storia è la possibilità che degli incontri possano accadere e la vocazione è la lettura della vita come relazione ad un progetto che, in ultima analisi, rimanda ad un “Tu”.
Lo sappiamo anche dall’origine del termine: “persona” proviene da pròsopon, dal contesto del teatro, ed era la maschera che dava all’attore un ruolo, cioè una relazione, all’interno di una trama; se tuttavia si preferisce derivare il significato dal contesto latino, va ricordato “persona”, secondo l’etimologia, deriva da “per – sona”, dal fatto cioè che una persona è riconoscibile dal linguaggio quale insieme organico di suoni modulati, cioè dalla comunicazione.
La persona rimanda sempre ad una identità non delegabile e ad una relazione irrinunciabile (cfr. 3. 1): questa consapevolezza è all’origine di ogni azione educativa.
La “costellazione”
Un termine insolito ma molto frequente è anche “costellazione”. Sappiamo che la costellazione è un gruppo di stelle in cui ciascuna è se stessa ma che in rete si combinano e formano un disegno e una figura.
La fede cristiana genera “costellazioni educative” che pur nella diversità degli elementi che le compongono, promuovono e custodiscono l’unità dell’uomo: con la scelta di definire l’educazione come “costellazione”, il Papa intende anche riconoscere i valori di verità e crescita contenuti in proposte non immediatamente cristiane, abbandonando definitivamente un certo tipo di ideologia che considera negativamente ciò che non proviene dalle file cattoliche. Anche se non citato espressamente, il Pontefice riprende un principio-chiave della missione della Chiesa, bene espresso da Tommaso d’Aquino: “Omne verum a quocumque dicatur a Spiritu Sancto est”[9]. Del resto è scritto chiaramente che l’educazione cattolica è una “rete viva e plurale”.
In questo modo l’educazione non appare più come riserva o monopolio, ma come comunità educativa animata dall’intento fondamentale di evitare un “uomo a una dimensione”, facendolo crescere nell’armonia delle sue facoltà, fra le quali anche la non trascurabile dimensione religiosa. Oltre alla costellazione “sincronica”, unificatrice cioè di vari elementi, c’è anche una costellazione diacronica, che non è semplice successione o incontro di passato e futuro ma “intreccio”: questo significa in pratica il riconoscimento di valori che, pur trascorsi, non hanno perso il loro vigore educativo e ai quali è bene riferirsi in ogni segmento di tempo. Un vero progetto educativo sta sempre oltre relativismo e immobilismo.
A questo punto – e solo a questo – Papa Leone traccia l’identikit dell’educatore. Dopo avere ricordato che le specializzazioni tecniche sono importanti ma non sufficienti, definisce l’educatore come “cuore che ascolta, sguardo che incoraggia, intelligenza che discerne”[10].
Nel linguaggio biblico il cuore non è, come spesso si crede, sinonimo di amore e affettività quanto piuttosto la sede nella quale si imprime l’orientamento fondamentale della vita: presentando come primo tratto distintivo dell’educatore un cuore in ascolto, il Papa ha voluto ancora una volta sottolineare che il primo orizzonte educativo è la relazione fra due libertà. E poiché l’ascolto è la prima e più radicale forma di accoglienza, la qualifica dell’educatore come “cuore che ascolta” rimanda alla reciproca accoglienza come prima istanza di ogni cammino educativo; educare, in altre parole, non è una strada a senso unico e “chi vuol solo dare ma non è pronto a ricevere, chi vuol esistere solo per gli altri senza poi riconoscere come lui stesso viva da parte sua del dono gratuito e inesigibile del “per” degli altri”[11]tradisce il vero senso della persona umana e non può essere, pertanto, autentico educatore.
Lo “sguardo che incoraggia” rimanda all’educazione come incontro fra due volti. Mentre un’idea astratta di natura consente il nascondimento dietro un anonimato universale, il volto no: il volto rimanda alla singolarità unica e irripetibile della persona, a ciò che può essere soltanto suo ed esclusivamente suo, nel quale poter leggere la sua storia e le sue emozioni, ecc.
Educare, sembra dire il Pontefice, è assumersi concretamente la storia dell’altro, non la sua definizione che spesso dà origine a ricette prive di sensibilità storica e personale. E l’incoraggiamento a cui Papa Leone richiama, ricorda una cosa fondamentale: educare è sempre creare novità di futuro offrendo nuove e convincenti ragioni per vivere: per questo l’amore è sempre vincente, anche quando tutto sembra dissolversi in fallimento e sterilità.
Chi ama realmente, educa realmente.
Infine l’intelligenza che discerne: è un pleonasmo. L’intelligenza è infatti per sua natura distinzione, valutazione e scelta. L’intelligenza è responsabilità: educare è sempre aiutare l’altro ad entrare nel pieno possesso di sé, non è mai sostituire o sostituirsi ma è sempre stimolare creativamente l’autonomia dell’altro. L’educatore non è mai una chioccia, che nasconde e protegge, ma non favorisce l’età adulta e la responsabilità.
Mi pare che tutto questo sia racchiuso nell’invito che il Papa rivolge sia ai consacrati che ai laici, ai responsabili delle istituzioni, agli insegnanti e agli studenti insieme: “Siate servitori del mondo educativo, coreografi della speranza, ricercatori infaticabili della sapienza, artefici credibili di espressioni di bellezza” (11, 3)[12].
L’educazione cristiana
Abbiamo già incontrato l’originale definizione dell’educatore come “coreografo della speranza”, come colui che disegna una danza senza occupare il ruolo dei danzatori. Ora, a proposito della proposta cristiana, il Papa definisce “l’atto educativo come contenuto del Vangelo” (1. 1). L’educazione non è, dunque, un solo capitolo del Vangelo ma ne costituisce tutto il suo contenuto.
“Vangelo” significa “buona, bella notizia”, e una notizia si riferisce sempre a un fatto: in questo caso il fatto, “il cuore del Vangelo” – come ricordava lo stesso Papa Leone agli inizi del suo pontificato – “è la carità di Dio che ci rende fratelli”[13].
“Carità di Dio” è un genitivo soggettivo: la carità che è Dio, la carità che ne definisce la natura, prima ancora della carità con cui ama le creature: se Dio non fosse Egli stesso “amore” non potrebbe amare nessuno.
Condivido quanto scrive Oscar Wilde, e cioè che l’intelligenza di una persona non si misura dalle risposte che dà ma dalle domande che pone; e una delle domande più profonde e intelligenti poste dall’uomo è quella che troviamo sulle labbra di Friedrich Nietzsche quando, pensando a Dio, si chiede: “Se vi fossero degli dèi, come potrei sopportare di non essere dio! Dunque non vi sono dèi”[14].
Nietzsche ci ricorda che ben difficilmente il risentimento contro Dio è evitabile, quando si confronta la sua beatitudine con la nostra miseria e sofferenza. Ma proprio questo è il Vangelo: l’annuncio che può essere nostro ciò che è di Dio, l’annuncio che Dio non gioisce per una distanza che schiaccia quanto piuttosto per una vicinanza che libera e innalza.
Nella prospettiva cristiana, l’educazione non è fare certe cose avendo Dio come suggeritore o maestro, quanto piuttosto condividere ciò che Dio è: non a caso la lettera parla dell’educazione come “capacità visionaria”, come “carne, passione e storia” che persegue lo scopo di “far fiorire l’essere”[15].
Questa “capacità visionaria”, tuttavia, non è una conquista ma una condivisione: è la condivisione non di un manuale ma di una storia, non di una teoria ma di un evento, non di strategie ma di un fatto, e questo fatto è Gesù Cristo. È in Gesù Cristo, infatti, che Dio si rende fruibile, si rende dono che toglie ogni invidia e risentimento: S. Paolo scrive lapidariamente che in Cristo “abita corporalmente la pienezza della divinità” (Col 2, 9).
Educare significa quindi far partecipare ad un evento in cui l’uomo è creato e rigenerato.
Abbiamo considerato in precedenza l’importanza di una visione integrale dell’uomo.
Ora, l’uomo storico – l’uomo che è ciascuno di noi nella sua propria storia – vive in tre dimensioni: il passato, il presente e il futuro. Un progetto educativo che abbraccia l’uomo nella sua totalità comprende anche il futuro che resta sempre minaccioso fino a quando resta imprevedibile e ignoto. Il Vangelo è proprio questo: l’annuncio di un futuro già iniziato e la promessa che il futuro inaugurato dal Risorto è destinato ad essere di ciascuno di noi, se solo lo vogliamo. Questo è infatti il credente: colui che nel presente condivide il futuro inaugurato da un evento già accaduto, che è appunto la risurrezione di Cristo come destino dell’uomo.
La lettera presenta insieme il Cristo e l’uomo, il primo definito come “novità che rigenera” e che fa “nuove tutte le cose” (Ap 21, 5), mentre il secondo come “immagine di Dio”. Con questa scelta, il Papa ha voluto riaffermare la rilevanza di Cristo per l’esistenza dell’uomo, come il “grande affare” che l’uomo può concludere quando accetta di condividere quel futuro che è già iniziato e che rappresenta la sua stessa umanità compiuta e assicurata. Non a caso si dice che “educare è un atto di speranza e una passione che si rinnova, perché manifesta la promessa che vediamo nel futuro dell’umanità”; non a caso l’educazione cristiana è definita come “mestiere di promesse”, aggiungendo la definizione originale di “balsamo della consolazione” (3.2).
Definire l’educazione come “consolazione” – la cui etimologia rimanda al sole – significa fare una proposta non più “al buio”, cioè nell’ignoranza del proprio futuro (nella Scrittura il buio è sempre associato alla tomba, in cui regna il buio della morte, e alla solitudine, che è il buio peggiore della vita), ma nel desiderio di possedere ciò che è già iniziato in Cristo.
Possiamo comprendere ora, nella sua pregnanza e profondità, cosa significa che l’educazione genera speranza e offre mappe di speranza: il vero nome della speranza è “desiderio”, senza del quale la speranza sarebbe solo o scetticismo o incerta ostinazione.
Ha scritto S. Agostino: “Poiché è verace colui che ha promesso, noi ci rallegriamo nella speranza, anche se, non possedendo ancora quello che desideriamo, il nostro desiderio appare come un gemito. È fruttuoso per noi perseverare nel desiderio fino a quando ci giunga ciò che è stato promesso e così passi il gemito e gli subentri solo la lode”[16].
L’educatore cristiano dovrà sempre generare un desiderio di futuro.
Per questo, ancora una volta, il Papa insiste che l’educazione non è un patrimonio prefabbricato ma un “apprendistato di virtù” (5.1), dove aiutare significa innanzitutto aiutare ad aiutarsi. Mai sostituire[17].
Nella comunità e nella Chiesa
Poiché nel documento si parla anche della Chiesa come soggetto educativo, vorrei concludere con uno sguardo proprio su questa.
Nell’ottica della lettera la Chiesa esiste per offrire ad ogni uomo l’esperienza vissuta della pienezza della propria umanità: la Chiesa non è la risultanza delle virtù umane né l’esito dell’iniziativa dell’uomo, ma la possibilità di fare esperienza della via stessa di Dio.
Poiché il dono di Dio è gratuito, la “gratuità evangelica” (10.4) viene indicata come stile, metodo e obiettivo della missione educativa della Chiesa
Dopo avere definito l’educazione come “storia dello Spirito all’opera” (2. 1), la lettera definisce la Chiesa come “servitrice” della trasmissione della vita di Dio (Cfr. Gv 10, 10): la Chiesa esiste per rendere attuale l’umanizzazione integrale dell’uomo, cioè la condivisione dell’evento e della storia di Gesù Cristo. Questo farsi uomo da parte di Dio, comporta che la storia dell’uomo possa diventare esperienza di Dio; e poiché Dio è relazione, amore e negazione di ogni forma di solitudine, la missione educativa della Chiesa è la diffusione di questa vita, fatta di amore, fraternità e solidarietà[18].
Per questo la fraternità e la solidarietà non sono mai un’aggiunta alla persona ma la sua realizzazione, e l’esperienza della comunità fa parte della missione educativa della Chiesa; per questo viene anche ricordato il valore insostituibile della famiglia, prima esperienza di relazione, fondamento di ogni altra memoria che siamo “figli e non orfani”.
In questo la Chiesa non vuole essere sola o fare da sola, ma vuole farsi compagna di strada: lo ricorda l’invito a darsi meno etichette e a prendere più in considerazione la storia di ciascuno, a non cedere alle sterili contrapposizioni e a favorire “più sinfonia nello Spirito”[19], a promuovere il pluralismo dei metodi e meno l’uniformismo.
E anche nei confronti delle sfide contemporanee, prima fra tutte l’Intelligenza Artificiale, il Papa invita ad evitare ogni tecnofobia o atteggiamento ostile verso la tecnologia, riconoscendo piuttosto il progresso come conforme al piano di Dio; in ogni caso, la persona viene sempre prima dell’algoritmo ed esige unità e armonia tra le varie forme di intelligenza (tecnica, emotiva, sociale, spirituale ed ecologica).
Conclusione
Mi sembra che per concludere questa nostra riflessione siano quanto mai adeguate le parole di Sammy Basso: “La fede non è soltanto una questione privata, intima (…) La fede non può essere soltanto quella cosa che riesce a scaldarti il cuore nella solitudine della tua cameretta: deve uscire, spalancare porte e finestre, andare per strada. […] Il suo messaggio deve essere gridato con gioia, cantato a pieni polmoni”[20].
La lettera del Papa – a fronte dei mutamenti rapidi e profondi che espongono le nuove generazioni, bambini, adolescenti e giovani a fragilità inedite – conclude con queste parole: “ Non basta conservare: occorre rilanciare” (10. 2).
Questa lettera vorrebbe essere non solo un annuncio, ma anche un primo e significativo contributo a questo progetto.
Mons. Giorgio Sgubbi
Faenza, 27 marzo 2026
Per info sull’incontro: scuolauniversita@diocesifaenza.it
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Anche su YouTube: https://youtu.be/Eukn6YyInyA
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Note
[1] HESCHEL ABRAHAM JOSHUA, Chi è l’uomo?, Milano, Rusconi, 1971, 43.
[2] “Davanti ai tanti milioni di bambini nel mondo che non hanno ancora accesso alla scolarizzazione primaria, come possiamo non agire? Davanti alle drammatiche situazioni di emergenza educativa provocata dalle guerre, dalle migrazioni, dalle diseguaglianze e dalle diverse forme di povertà, come non sentire l’urgenza di rinnovare il nostro impegno? L’educazione – come ho ricordato nella mia Esortazione Apostolica Dilexi te – “è una delle espressioni più alte della carità cristiana”. Il mondo ha bisogno di questa forma di speranza”. 1, 3.
[3] “Oggi: l’iper-digitalizzazione può frantumare l’attenzione; la crisi delle relazioni può ferire la psiche; l’insicurezza sociale e le disuguaglianze possono spegnere il desiderio. Eppure, “proprio qui, l’educazione cattolica può essere faro: non rifugio nostalgico, ma laboratorio di discernimento, innovazione pedagogica e testimonianza profetica. Disegnare nuove mappe di speranza: è questa l’urgenza del mandato” (11.1).
[4] “Così, l’educazione cattolica diventa lievito nella comunità umana: genera reciprocità, supera riduzionismi, apre alla responsabilità sociale. Il compito oggi è osare un umanesimo integrale che abiti le domande del nostro tempo senza smarrire la sorgente” (6. 2).
[5] “La formazione cristiana non ha come missione quella di correggere le soggettività, ma di accompagnarle con la delicatezza di chi aiuta a scoprire e a riconoscere il Dio che si intuisce silenziosamente nel punto più profondo della propria vita”. VIÑALES CRISTIAN, Esperienza cristiana e la sfida di abitare la realtà, in “La Civiltà Cattolica”, 2026, 4203, 310.
[6] GIOVANNI PAOLO II, Messaggio di ringraziamento al Magnifico Rettore dell’Università di Bologna in occasione del “Sigillum Magnum” dell’Alma Mater Studiorum, in “L’Osservatore Romano (suppl. del Venerdì)” 9.7.2004, 8.
[7] GIUSSANI LUIGI, citato da A. SAVORANA, “Vita di don Giussani”, Rizzoli, Milano 2013, 254.
[8] “Tra le stelle che orientano il cammino c’è il Patto Educativo Globale. Con gratitudine raccolgo questa eredità profetica affidataci da Papa Francesco. È un invito a fare alleanza e rete per educare alla fraternità universale. I suoi sette percorsi restano la nostra base: porre al centro la persona; ascoltare bambini e giovani; promuovere la dignità e la piena partecipazione delle donne; riconoscere la famiglia come prima educatrice; aprirsi all’accoglienza e all’inclusione; rinnovare l’economia e la politica al servizio dell’uomo; custodire la casa comune. Queste “stelle” hanno ispirato scuole, università e comunità educanti nel mondo, generando processi concreti di umanizzazione” (10.1).
[9] TOMMASO D’AQUINO, In I Sent., d. 19, q. 5, a. 2, ad 5.
[10] “E non bastano aggiornamenti tecnici: occorre custodire un cuore che ascolta, uno sguardo che incoraggia, una intelligenza che discerne” (5.2).
[11] RATZINGER JOSEPH, Strutture del Cristianesimo, in ID., “Introduzione al Cristianesimo”, Queriniana, Brescia 2003, 202.
[12] Non diversamente scrive Papa Benedetto XVI: “Il vero educatore non lega le persone a sé, non è possessivo. Vuole che il figlio, o il discepolo, impari a conoscere la verità, e stabilisca con essa un rapporto personale. L’educatore compie il suo dovere fino in fondo, non fa mancare la sua presenza attenta e fedele; ma il suo obiettivo è che l’educando ascolti la voce della verità parlare al suo cuore e la segua in un cammino personale”. BENEDETTO XVI, Omelia della Solennità del Battesimo del Signore l’8 gennaio 2012, in “L’Osservatore Romano (suppl. del Venerdì)” 10.1.2012, 16.
[13] LEONE XIV, Omelia della Messa di inizio del ministero petrino il 18 maggio 2025, in “L’Osservatore Romano” 19.5.2025, 3.
[14] NIETZSCHE FRIEDRICH, Così parlò Zarathustra, in ID., “Opere”, Milano, Adelphi, 1973, IV, I, 100 ss.
[15] Si legge al n. 3, 2: “La specificità, la profondità e l’ampiezza dell’azione educativa è quell’opera – tanto misteriosa quanto reale – di «far fiorire l’essere […] è prendersi cura dell’anima» come si legge nell’ Apologia di Socrate di Platone (30a–b)”.
[16] AGOSTINO, Enarrationes in Psalmos, 148, 1; CCL 40, 2165.
[17] “Bisogna resistere alla tentazione di sostituirsi alla libertà delle persone e a dirigerle senza attendere che maturino realmente. Ogni persona ha il suo tempo, cammina a modo suo e dobbiamo accompagnare questo cammino. Un progresso morale o spirituale ottenuto facendo leva sull’immaturità della gente è un successo apparente, destinato a naufragare. Meglio pochi, ma andando sempre senza cercare lo spettacolo! L’educazione cristiana invece richiede un accompagnamento paziente che sa attendere i tempi di ciascuno, come fa con ognuno di noi il Signore: il Signore ha pazienza con noi! la pazienza è la sola via per amare davvero e portare le persone a una relazione sincera col Signore”. FRANCESCO, Ai movimenti ecclesiali e nuove comunità il 22 novembre 2014, in “L’Osservatore Romano (suppl. del Venerdì)” 27.11.2014, 9.
[18] “Educare è un compito d’amore che si tramanda di generazione in generazione, ricucendo il tessuto lacerato delle relazioni e restituendo alle parole il peso della promessa: “Ogni uomo è capace della verità, tuttavia, è molto sopportabile il cammino quando si va avanti con l’aiuto dell’altro”. La verità si ricerca in comunità”. La citazione all’interno del testo è tratta da un’omelia dello stesso Pontefice quando era vescovo in Perù. Cfr. ROBERT F. PREVOST, Omelia all’Università Cattolica Santo Toribio de Mogrovejo (2018).
[19] “Domando ai Pastori, ai consacrati, ai laici, ai responsabili delle istituzioni, agli insegnanti e agli studenti: siate servitori del mondo educativo, coreografi della speranza, ricercatori infaticabili della sapienza, artefici credibili di espressioni di bellezza. Meno etichette, più storie; meno sterili contrapposizioni, più sinfonia nello Spirito”. 11. 3.
[20] BASSO SAMMY, Il viaggio di Sammy, Milano, Rizzoli, 2015, 48 ss.
