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22 maggio: la Diocesi celebra Santa Umiltà da Faenza

Nel secolo nel quale videro la luce e si diffusero gli ordini mendicanti la Chiesa faentina manifesta grande vitalità. Sant’Umiltà ci richiama che in ogni stato di vita è possibile santificarsi: nel matrimonio, nel monastero, nell’eremo. Fondò monasteri benedettini riformati ancora oggi vitali. I doni profetici e taumaturgici sono la necessaria conseguenza degli alti traguardi raggiunti nell’ascesi e nella vita contemplativa, di cui fu maestra.

 

Orazione
Dio, che in sant’Umiltà ci hai dato un luminoso esempio di vita cristiana,
donaci per sua intercessione di seguirne il cammino
e di compiere quanto ella insegnò con la parola e con la vita.
Per Cristo nostro Signore.

 

La vita e la spiritualità
Rosanese Negusanti, nacque a Faenza nel 1226, figlia dei nobili Elimonte e Richelda, che le assicurarono un’infanzia serena e le trasmisero il dono della fede. Si rese evidente ben presto in lei il desi-derio di donarsi totalmente a Dio entran-do in monastero, ma i genitori non glielo permisero, sognando per lei una vita matrimoniale felice e feconda. In effetti si sposò a 16 anni con Ugolotto dei Cac-cianemici, con la ferma volontà di vivere cristianamente quale sposa e madre. I co-niugi ebbero ben presto due figli, ma la loro felicità fu brevissima, poiché i bimbi morirono appena battezzati. Persi en-trambi i genitori, la giovane donna (ave-va 24 anni) entrò in una notte di dolore, ma non si avvilì, non cedette né allo scon-forto né alle gioie del mondo, ma portò avanti con fedeltà e dedizione la sua vita di sposa, soprattutto dopo che Ugolotto venne assalito da una pesante malattia. Dopo qualche tempo, più profondamente a lui unita dopo tutte le sofferenze affron-tate insieme, ella propose al marito di ac-cogliere insieme a lei la chiamata alla vita religiosa: Ugolotto acconsentì e si ritira-rono entrambi nei chiostri del Convento di S. Perpetua, che sorgeva fuori dalle mura cittadine. Quando Rosanese varcò la porta del convento aveva 24 anni: nel silenzio, nella solitudine, nella preghiera, nel servizio umile e discreto alle sorelle e nell’ascesi, ella andò incontro al Signore senza più remore e distrazioni. Le ven-ne assegnato dal priore il nome di Umil-tà, per l’evidente cammino interiore che trapelava dal suo comportamento. Dopo essere guarita miracolosamente da una grave malattia, nel 1254 lasciò il conven-to, con il desiderio ardente di solitudine e di deserto, ritirandosi nella casa dello zio Messer Nicolò, per poi chiudersi in pre-ghiera e silenzio in una celletta costruita per lei presso il monastero vallombro-sano di S. Apollinare in Arco. Qui visse per dodici anni, purificando ed elevan-do il suo spirito con preghiere e digiu-ni, alternandoli con consigli che dava a quanti le si rivolgevano per aiuto. Il suo esempio attrasse alcune giovani di Faenza che chiesero di costruire altre celle vicino alla sua, per vivere sotto la sua guida. Così nel 1266 per consiglio dell’abate generale di Vallombrosa, Umiltà accettò di diventa-re la guida spirituale delle nuove mona-che, riunendole nel nuovo monastero di Santa Maria Novella, in aperta campa-gna all’estremità del Borgo d’Urbecco. Umiltà aveva ormai 40 anni, ritornò ad essere madre piena di bontà, di saggez-za e di energia, diventando la guida per le nuove figlie, indirizzandole sulla via della santità. Trascorsero quindici anni, la comunità era cresciuta, Umiltà aveva tessuto una fitta trama di relazioni, non rimanendo mai estranea alle vicende del suo tempo e della sua città. A 55 anni, nel 1281, una nuova missione le venne affidata dal Cielo: aprire un monastero a Firenze, cit-tà quanto mai travagliata in quel tempo da continue lotte politiche. Così lei partì con quattro sorelle, senza portare cosa al-cuna, varcando gli Appennini con la sola arma del Crocefisso, attraverso luoghi veramente pericolosi. Giunte a Firenze, dopo un anno le “Donne di Faenza” ri-cevettero in dono un lotto di terreno su cui costruirono l’edificio, raccogliendo per due anni le pietre dal greto del fiume Mugnone. Edificarono in 16 anni anche la Chiesa annessa, intitolata a S. Giovan-ni Evangelista, alternando la contempla-zione al lavoro manuale. Nel corso del tempo, Umiltà affiancò a sé due monache nel governo delle due comunità, mentre ella pur essendo malata e anziana attra-versò più volte l’Appennino per assistere e confortare tutte le sue figlie. Nel dicem-bre 1309 si ammalò gravemente e dopo sei mesi di sofferenze, ad 84 anni, cessò di vivere a Firenze il 22 maggio 1310. Fu sepolta sotto il pavimento della Chiesa, poi più e più volte il suo corpo fu sposta-to, fino a ricevere la sua ultima destina-zione nel 1972 presso il Monastero dello Spirito Santo di Bagno a Ripoli, alle porte di Firenze, dove è tuttora conservato. La spiritualità di Sant’Umiltà si può rilevare dai Sermoni pervenutici, viva espressione di profonda umiltà e di fervido amore per Dio e per il prossimo. Il suo culto è antichissimo. Fu dichiarata nel 1942 com- patrona di Faenza. Nella messa a lei dedica- ta viene invocata come esempio luminoso di donna che si è condotta santamente nei doveri della vita familiare e monastica, ispirazione a tutti coloro che desiderano vivere pienamente il Mistero Pasquale, in vista della pienezza della vita nuova.

 

Martirologio Romano, 22 maggio, p. 415
A Firenze, beata Umiltà (Rosanna), che, con il consenso del marito, visse dodici anni come reclusa; su richiesta del vescovo, poi, costruì un monastero di cui divenne badessa e che associò all’Ordine di Vallombrosa.