La grazia nelle stagioni del ministero: la grazia della fine
don Antonio Torresin
22 aprile 2026
La fine di Mosè
Il compimento nell’incompiutezza e un passaggio di testimone
1 Poi Mosè salì dalle steppe di Moab sul monte Nebo, cima del Pisga, che è di fronte a Gerico. Il Signore gli mostrò tutto il paese: Gàlaad fino a Dan, 2 tutto Nèftali, il paese di Efraim e di Manàsse, tutto il paese di Giuda fino al Mar Mediterraneo 3 e il Negheb, il distretto della valle di Gerico, città delle palme, fino a Zoar. 4 Il Signore gli disse: “Questo è il paese per il quale io ho giurato ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe: Io lo darò alla tua discendenza. Te l’ho fatto vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai! ”.
5 Mosè, servo del Signore, morì in quel luogo, nel paese di Moab, secondo l’ordine del Signore. 6 Fu sepolto nella valle, nel paese di Moab, di fronte a Bet- Peor; nessuno fino ad oggi ha saputo dove sia la sua tomba. 7 Mosè aveva centoventi anni quando morì; gli occhi non gli si erano spenti e il vigore non gli era venuto meno. 8 Gli Israeliti lo piansero nelle steppe di Moab per trenta giorni; dopo, furono compiuti i giorni di pianto per il lutto di Mosè. 9 Giosuè, figlio di Nun, era pieno dello spirito di saggezza, perché Mosè aveva imposto le mani su di lui; gli Israeliti gli obbedirono e fecero quello che il Signore aveva comandato a Mosè.
10 Non è più sorto in Israele un profeta come Mosè – lui con il quale il Signore parlava faccia a faccia – 11 per tutti i segni e prodigi che il Signore lo aveva mandato a compiere nel paese di Egitto, contro il faraone, contro i suoi ministri e contro tutto il suo paese, 12 e per la mano potente e il terrore grande con cui Mosè aveva operato davanti agli occhi di tutto Israele. (Dt 34, 1-12)
Salire su una montagna
Il brano si apre con Mosè che sale sul monte. E non poteva essere diversamente. La vita di Mosè non è stata soltanto un vagare a lungo nel deserto col suo popolo, o un attraversare il mare: è stata anche un salire continuamente la montagna per incontrare il suo Signore. La montagna del roveto, la montagna dei comandamenti: adesso la montagna della fine della vita. Mosè è un uomo costantemente attratto dai luoghi dove abita il Signore, ed ora che è alla fine della vita il Signore gli concede di chiudere gli occhi dall’alto di un monte, dopo aver parlato per l’ultima volta con lui. Nel momento in cui contempla la terra in cui non entrerà, Mosè in realtà è già a casa. Casa sua è il monte, è il luogo in cui Dio gli si è rivelato, gli ha parlato. Il Signore gli concede di nuovo di guardare la vita dall’alto, una visione cha apre orizzonti. Se si interrompe la vicenda umana di Mosè, non così si può dire del rapporto di intimità col suo Dio. Non è una fine: è un nuovo principio, è un ennesimo salire sul monte, è un riprendere stavolta senza più interruzioni il colloquio di amicizia e di intimità che Mosè e il suo Dio hanno tante volte sostenuto e di cui hanno gioito
Contemplare da lontano
Vedere una terra senza potervi entrare, vedere ciò che altri dovranno conquistare, senza poterli accompagnare. C’è un senso di incompiutezza, come nella vita di ogni uomo che muore, ma insieme una visione che già in qualche modo lo proietta nel futuro. In questo sono importanti gli occhi di Mosè. Dopo la notizia della morte di Mosè, l’autore di Dt si sente in dovere di dirci che “gli occhi non gli si erano spenti e il vigore non gli era venuto meno”.
Sono occhi che guardano ciò che Dio vuole fargli vedere. Il brano di Dt è di una straordinaria tenerezza. Se proviamo ad immaginare la scena vediamo Dio e Mosè fianco a fianco; Dio indica al suo servo i monti, i corsi d’acqua, i villaggi… quasi gli spiega pezzo per pezzo la geografia della terra promessa. E lo sguardo di Mosè si posa là dove Dio indica, là dove Dio vuole. Ancora una volta Dt tratteggia in poche parole tutta una vita. Non è così soltanto ora: è stato così sempre, perché Mosè ostinatamente, per tutta la vita, ha posato lo sguardo su ciò che Dio gli ha indicato. Per questo il suo sguardo è rimasto lucido. È come se Mosè avesse recitato per tutta la vita le parole del Salmo scritte molti secoli dopo: “Distogli i miei occhi dalle cose vane perché impari ad obbedirti”.
Da ultimo: sono occhi abituati a contemplare JHWH “faccia a faccia”. Sta in questo la sorgente del loro durare, della loro luce. Mosè il contemplativo, Mosè l’intimo del Signore ha occhi che non perdono la luce. Il brillare di questi occhi non indica allora soltanto l’acutezza dello sguardo: dice molto di più. Esprime la capacità di un discernimento penetrante, lo splendore di chi non ha smarrito lo spirito della giovinezza, l’entusiasmo di chi si stupisce di cose nuove. Gli occhi di Mosè sono ancora gli occhi di un bambino che non hanno perso nulla della loro bellezza originaria mentre acquisivano la lucidità dell’adulto e la saggezza dell’anziano. È bello pensare che anche in tarda età non occorre “vederci”, “conservare la vista”, per mantenere uno sguardo così. A patto che ci si nutra dello sguardo di Dio. Anche qui la fine di Mosè diventa principio: “tu rinnovi come aquila la tua giovinezza”, dice un altro salmo.
Ricordo lo sguardo luminoso di un vecchio cardinale, il cardinal Koning che sapeva mantenere una visione sul mondo e sulla chiesa nei suoi oltre 90 anni, senza il cinismo di tanti vecchi, senza lo sguardo volto all’indietro pieno di nostalgia: guardare avanti e vedere un futuro che ancora non si può sperimentare ma si da solo in nella visione della fede.
Il passaggio di consegne
Il brano di Dt, però, ci consegna qualcosa di più, quando ricorda che “Giosuè, figlio di Nun, era pieno dello spirito di saggezza, perché Mosè aveva imposto le mani su di lui” (v9). Questo imporre la mano su Giosuè, successore di Mosè alla guida del popolo, è l’ultimo gesto di Mosè che ci viene ricordato e tramandato. Ed è un gesto di consegna, ma soprattutto, di elezione, di consacrazione, in una parola di benedizione. Mosè si congeda benedicendo. Non chiude una storia, ma ne desidera una continuazione, un nuovo principio, un inizio promettente. Le parole e i gesti di bene che hanno segnato la sua vita scorreranno nella vita di altri come linfa nuova. Qualche capitolo prima il Dt riporta le parole che Moseè rivolge a Giosuè di fronte a tutto il popolo: «7Poi Mosè chiamò Giosuè e gli disse alla presenza di tutto Israele: “Sii forte e fatti animo, perché tu condurrai questo popolo nella terra che il Signore giurò ai loro padri di darvi: tu gliene darai il possesso. 8Il Signore stesso cammina davanti a te. Egli sarà con te, non ti lascerà e non ti abbandonerà. Non temere e non perderti d’animo!”» (Dt 31,7-8).
Morire lasciando un testamento e una consegna, come Gesù stesso, come chi non teme di affrontare la morte perché sa che la sua opera continua, e la mette nelle mani di altri, dando loro fiducia.
La fine di Pietro: tendere le mani
15Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pasci i miei agnelli”. 16Gli disse di nuovo, per la seconda volta: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pascola le mie pecore”. 17Gli disse per la terza volta: “Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?”. Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: “Mi vuoi bene?”, e gli disse: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene”. Gli rispose Gesù: “Pasci le mie pecore. 18In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi”. 19Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: “Seguimi”.
Il testo di Giovanni è una profezia e una promessa che si conclude con un comando: “tu seguimi!”. Il comando è radicale, è un invito all’obbedienza e alla fede che senza tentennamenti si affida; perché quello che importa, alla fine, è che il discepolo segua il suo maestro nelle imprevedibili strade nella quali gli sarà chiesto di testimoniarlo, di “dare gloria a Dio”. Egli non sa quali sono queste strade, ma sa che ad esse è chiamato semplicemente a seguire il Signore. Ma la radicalità dell’obbedienza di quel “seguimi” passa attraverso una profezia che esprime una parabola dalla vita del discepolo – parabola che non fa che riprendere la parabola del Signore stesso – descrivendo un cammino di espropriazione, di obbedienza imparata e resa perfetta mediante “le cose patite”, direbbe la lettera agli ebrei. Eppure, questa docilità imparata attraverso il patire, non è solo una dura necessità, è promessa di salvezza; seguendo così il discepolo testimonierà fino in fondo il suo Signore, così troverà il modo di essere veramente pastore egli stesso: lasciandosi condurre. Perché questo è il paradossale modo con cui il Maestro per primo ha guidato il gregge disperso: consegnandosi nelle mani degli uomini. L’obbedienza allora diventa il modo con cui si fonda l’autorità stessa della testimonianza. Come il Figlio è testimone del Padre perché figlio obbediente consegnato per amore nelle mani degli uomini, così il discepolo segue il maestro per la medesima strada.
“Andavi dove volevi”
I primi passi della parabola del futuro del discepolo, indicati dal Signore a Pietro all’insegna della propria volontà – “andavi dove volevi” – come vanno intesi? Forse nel senso di un arbitrario cercare sé stessi? Penso sia più corretto riconoscervi un passaggio necessario e già interno alla sequela. Seguire il Signore chiede una libertà che abbia imparato a volere. Per il discepolo seguire il Signore chiede una umanità capace di grandi desideri, di un “volere” che si è esercitato. Per questo egli deve imparare a decidere, a scegliere, a capire, ad esercitare la propria volontà. Non è esclusa, infatti, la possibilità di un esercizio dell’obbedienza che coincida con la sospensione delle responsabilità: si obbedisce ma non ci si espone, perché non si è realmente capaci di decidersi, di volere, di rischiare nel determinare la propria libertà. I primi passi di una vocazione, come primi passi della sua sequela, sono passi alla ricerca di una forma alla propria vita degna e buona, tale da poter essere voluta, ricercata e custodita. La volontà, qui, non è necessariamente da pensare come un capriccio. È la ricerca di ciò che è degno di essere voluto, a cui aderire con tutto se stessi.
In realtà, fin da subito, non cerca semplicemente sé stesso, nell’opera che realizza con la propria vocazione. Cerca l’opera più grande e più misteriosa della chiesa e del Regno di quel Signore che lo ha chiamato. Questo ancor più chiede un discernimento, una decisione che deve sentire come sua, come degna del suo volere, in quanto vi legge la buona volontà di Dio, l’opera del Signore, che il Signore lo chiama a realizzare. In questo senso “volere” significa anche voler comprendere, capire, la situazione in cui è chiamato ad esercitare il proprio servizio: perché non sia un volontarismo occorre che l’intelligenza sostenga il volere.
Tutto questo all’inizio è segnato dall’entusiasmo – certo l’immagine evangelica ci richiama anche questo – dei primi passi, di una chiarezza ancora molto teorica, ma necessaria per introdursi nel concreto di una vocazione. Ci si muove decisi, appena si coglie una possibilità di azione, ci si getta nell’opera, si confida anche, è inutile negarlo, sulle forze che si sono esercitate in formazione: e forse senza questa spinta e questa – un poco ingenua – irruenza del volere non si supererebbe mai lo scarto tra la realtà e il volere.
“Un altro ti cingerà”
L’impatto con il servizio diventa poi, sempre più, l’impatto con una realtà che non si presenta sempre docile al nostro volere e ai nostri desideri. Nella vita concreta di un ministero ciascuno scopre uno scarto che a volte diventa pesante: tra il proprio volere, tra l’opera buona che si sente chiamato a compiere, e la realtà, e sé stessi. Sì, perché non solo la realtà sembra più complessa e refrattaria, ma egli stesso, lungo il tempo, scopre ancora resistenze che non aveva immaginato, scopre il peccato che in lui abita come la resistenza più grande a seguire il Signore, a riconoscere la strada in cui è chiamato.
Seguendo l’immagine del testo, il ministero si incontra con il mistero di un altro. L’altro, dal volto oscuro e dal nome imprecisato, sono le situazioni e le persone assolutamente imprevedibili. Sono il mistero di una libertà e del volere di altri che si oppongono, o che almeno non sono semplicemente correlative al proprio volere.
Le situazioni spesso sono segnate da una complessità che non si riesce a controllare, che ci porta altrove, ci spiazza, rende impraticabili i nostri progetti. Eppure, non è dato a nessuno di tirarsi fuori. L’altro sono la storia di una chiesa e di un contesto civile, nel quale opera e in cui trova resistenze, contraddizioni, che paiono insolubili. Un modo di sfuggire è quello di scegliere sempre percorsi alternativi, personalistici, fuori dal sistema. La tentazione non è da poco. Un prete, allora, può ritenere che se le cose non funzionano, nel lavoro ordinario, è perché l’opera ormai è irrecuperabile, perché lì dove effettivamente gli è chiesto di operare, non ci sono le condizioni per farlo. Accanto ad un senso di rassegnazione e di frustrazione, cresce la tentazione di rifugiarsi in aree protette, di inventarsi un servizio su misura, che proprio perché fatto fuori dal cammino ordinario sembra meno gravato della storia con tutta la sua pesantezza. A volte sarà un gruppo, a volte delle relazioni personali, a volte dei “pallini” scambiati per carismi.
Se invece cresce l’amore per la chiesa, il radicamento nella storia del popolo di Dio in cui vive, il senso della chiesa hic et nunc, allora pur dovendo accettare che molto di quello che desiderava non si realizza, ci si riconcilia con la storia nella quale si vive. Si accetta di scoprirsi compromesso anche con l’aspetto più istituzionale, più gravoso di ogni vocazione. Così ci si trova legati, perché non si può pensare che il peso dell’istituzionalità non ci riguardi. Alla fine, si impara anche ad amarlo.
Ma soprattutto l’altro che ci spiazza e ci converte è il mistero delle persone che segna il ministero. Incontrarsi veramente con la libertà dell’altro, accompagnando la sua fede, significa divenirne prigionieri. Non siamo noi che guidiamo il cammino dei fratelli, che ne scandiamo le tappe e i ritmi. L’altro è più importante di tutti i nostri progetti e itinerari. Non solo dobbiamo seguirlo, ma a volte non ci è dato neppure di farlo. C’è un margine e di incomprensione e di distanza, che a volte raggiunge soglie dolorose di impotenza, che segnano il servizio di accompagnare la fede delle persone. Eppure, il discepolo non viene meno nel suo accompagnare i fratelli: può conoscere distanze, silenzi e discrezione, ma non abbandona. Impara a percorrere le strade inedite con le persone a cui e mandato, senza costringere nessuno a seguirlo.
Tutto questo lega il discepolo: lo circonda da tutte le parti da non poter fuggire. Lo lega anche perché giocandosi nella vocazione egli comprende che deve legarsi alle persone, che non può non compromettersi, non può non promettere la propria persona anche oltre le proprie possibilità. Egli si riconosce servo senza poter asservire a sé nessuno. Deve dedicarsi con convinzione, pur senza sopravalutare il proprio compito. Deve legarsi e insieme restare libero e lasciare liberi. Anche questo precisa il senso dell’obbedienza: egli si fa docile al cammino degli uomini, ma solo perché obbediente al Signore che lo chiama. Per questo la sua obbedienza alla storia delle persone è sempre un legame di grande libertà. La misura del suo restare e del suo lasciare non è né nelle sue mani, né in quelle degli altri, ma del Signore. E quanto più obbedisce al Signore tanto più si trova capace di una obbedienza libera e liberante per le vicende degli uomini, per la storia delle comunità in cui vive la sua vocazione.
Così il discepolo si scopre sempre più legato. Sempre più compromesso. E insieme sempre più chiamato ad una grande libertà.
“Tenderai le mani”
L’esito del cammino di appropriazione del ministero non è un risentimento per essere stati portati dove non si voleva, per trovarsi legati a situazioni che superano le forze e che erano assolutamente imprevedibili. Non è certo improbabile anche questo esito: si combatte contro le situazioni con astio, e non si comprende che alla fine si pone resistenza al Signore; ma non lo si capisce, perché ormai si combatte nel nome di sacri principi, di ciò che si è imparato a volere con tutte le proprie forze nel nome della propria storia, ma in realtà può accadere di stare solo difendendo se stessi.
In realtà l’esito autentico è una sapienza e una leggerezza che si impara solo dalla docilità. Docilità del lasciarsi condurre da altri. Quello che più conta è vincere una rigidezza che impedirebbe la scioltezza dell’obbedienza. Alla fine, si impara ad assaporare, dietro l’altro il cui volto rimane anche oscuro e indecifrabile, la presenza del Signore che ancora invita semplicemente a seguire. In questa dimensione il volere diventa una sola cosa con l’obbedienza, la libertà passa dal dire di sì al luogo e alle condizioni concreate nelle quali la nostra vocazione si trova. Non è rassegnazione, perché in qualche modo le condizioni concrete non sono subite semplicemente, non sono assolutizzate come le migliori. È il sì detto al Signore che le rende e le trasfigura come luoghi di una possibile obbedienza, luoghi dove esercitare la vocazione e partecipare all’opera più grande del Signore.
Rimane l’aspetto duro di questa obbedienza. La prova è spesso il luogo che affina la fede e l’obbedienza. Non perché tutto quello che accade, per il solo fatto che accade, diventi la volontà di Dio. Delle volte occorre continuare a “non volere”, a resistere a ciò che ci si presenta come ingiusto e insignificante (pensiamo ad esempio al caso della malattia come a ciò che immobilizza, lega le mani, impedisce l’opera; nessuno deve accettarla senza prima resistervi con tutte le proprie forze; ma alla fine, il discepolo che è chiamato ad attraversare questa prova, comprende anche che neppure questa gli impedisce di esercitare la propria vocazione; comprende che anche nella debolezza si può testimoniare la forza di Dio); eppure nessun luogo impedisce di dire un sì che lo trasfigura: in modo meno appariscente, nella debolezza e nella povertà, ci si consegna, ci si arrende non al male o al non senso, ma al Signore, perché in ogni luogo ci porti dove egli vuole. Anche la complessità viene assunta con più speranza. A volte rimane impossibile comprendere l’intero del disegno, e i frammenti rimangono segnati da una parzialità e da una precarietà che pesa. Eppure, in ogni singolo frammento, in ogni singola azione, nelle occasioni le più deboli e parziali, negli incontri con le persone, fossero anche i più occasionali, il discepolo impara a riconoscere l’interezza della salvezza che gli è offerta e che deve annunciare. Non smette di sentire la parzialità e la debolezza di tante delle cose che fa, ma questo non gli impedisce di viverle fino in fondo, di appassionarsi, anche, là dove intuisce che si consuma il mistero della salvezza e della libertà degli uomini. La vita concreta nella quale è inserito, senza rinunciare a pensare, senza rinunciare a progettare, diventa anzitutto il gusto e la passione per la singolarità delle persone, delle situazioni e dei cammini. Rimane vero che la situazione è difficile, le condizioni sembrano contrarie alla fede, ma questo nono impedisce di scorgere che il Regno viene nel cuore degli uomini, che lo Spirito agisce.
La prova quando viene, rimane una prova, ma non diventa estranea alla sequela. Anzi affina la fiducia e l’affidamento. Alla fine, ciascuno riconosce che il Signore ha condotto bene la sua storia, lo ha portato con sé, certamente attraverso luoghi imprevedibili e non voluti, ma sempre sorprendendolo con la sua grazia. Alla fine, prevale in lui il senso della gratitudine: non perché tutto è andato secondo le proprie aspettative, ma perché nel tutto che è accaduto sempre ha potuto e imparato a riconoscere la fedeltà di Dio alle sue promesse. A questa fedeltà egli obbedisce dicendo di sì alla storia concreta nella quale è chiamato.
