Un’enciclica che anticipa i tempi
Se si pensa alla promulgazione della Rerum novarum di Leone XIII, nel cui 135° anniversario Leone XIV pubblica la sua prima enciclica Magnifica Humanitas (=MH), risulta evidente come quest’ultima vede la luce non nello stato avanzato delle trasformazioni indotte sull’umanità dalle applicazioni dell’intelligenza artificiale. Il papa interviene mentre il processo è ancora in atto e non ne emergono pienamente le possibili criticità.[1] Lo stile del documento appare espositivo, chiaro e lineare, per facilitarne l’accessibilità ai più, anche a coloro che non sono degli specialisti della Dottrina sociale della Chiesa. Leone XIII parlò delle nuove questioni legate alla prima rivoluzione industriale. Leone XIV affronta le res novae del nostro tempo: «Negli ultimi anni – si legge nella MH – è divenuto sempre più evidente quanto rapidamente e profondamente la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale (IA) e la robotica stiano trasformando il nostro mondo. La tecnica non va considerata, in sé stessa, come forza antagonista rispetto alla persona: al contrario, essa è radicata nella nostra storia fin dal principio, in quanto “fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo”».[2]
L’intento di Leone XIV: sollecitare la Chiesa a continuare l’incarnazione di Cristo nella storia, per custodire la persona umana e per evangelizzare l’intelligenza artificiale
L’intento dell’attuale pontefice è stato quello di emulare Leone XIII, il quale a coloro che l’accusavano di sprecare il suo magistero attorno a questioni mondane, relative alla questione operaia, rispose che «l’annuncio del Vangelo non può dimenticare la vita concreta dei popoli».[3] «Là dove l’umanità corre il pericolo di smarrire il proprio volto, noi cristiani – scrive Leone XIV – alziamo gli occhi verso il Dio che si è fatto carne, sapendo che “solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo”. Questa magnifica umanità in Gesù Cristo diventa la Via, la Verità e la Vita, aprendo per ciascuno di noi la strada per crescere verso la pienezza».[4] Per comprendere il tipo di Dottrina sociale che Leone XIV intende promuovere basta leggere le seguenti affermazioni: «Fondati su Cristo, pietra viva, facciamo esperienza della potente e misteriosa azione dello Spirito Santo, e crediamo che ogni autentico sforzo umano di cooperare con Lui per il bene sarà benedetto dal Padre celeste, nel quale riponiamo la nostra speranza. Per questo possiamo contribuire con impegno a tutte quelle iniziative che costruiscono un mondo più giusto, e possiamo chiamare altri a collaborare con noi nella promozione dello sviluppo integrale di ogni essere umano. Desideriamo entrare in dialogo con tutti gli uomini e le donne del nostro tempo, insieme ai quali prendiamo parte agli avvenimenti, alle domande e alle aspirazioni dell’umanità. Vogliamo individuare, insieme con loro, nuove strade per il bene comune e la promozione di una vita dignitosa per tutti. Tale attitudine al dialogo è parte integrante della vocazione della Chiesa, perché essa, costituita “in Cristo, in qualche modo il sacramento […] dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano”, riconosce nella storia il luogo in cui il Vangelo interpella e accompagna l’esperienza umana».[5]
Detto altrimenti, possiamo facilmente constatare che il discernimento morale e sociale che papa Leone XIV desidera che la Chiesa attui nei confronti della custodia della persona umana al tempo dell’intelligenza artificiale si fonda sull’esperienza credente di Cristo che si incarna, redime e ricapitola in sé tutte le cose. In tal modo, la fede accoglie e vive il mistero di Cristo che si fa carne, lo celebra e lo testimonia mediante l’evangelizzazione e l’umanizzazione sia della persona, in primo luogo, sia dell’intelligenza artificiale,[6] che ne è espressione, ma non assolutamente equiparabile all’intelligenza umana, caratterizzata dalla coscienza e dalla libertà.[7] Sul fondamento della fede, animati dalla carità, i credenti percorrono un itinerario di vita che consente a loro di abitare il cambiamento d’epoca alla luce del Vangelo. Vivendo il mistero dell’Incarnazione, l’umano, grazie alla sua divinizzazione, si rigenera, è custodito, trasfigurato, percorre una via di sviluppo che non mira al superamento tecnico del limite e nemmeno al dominio sugli altri, ossia supera sia il transumanesimo sia il postumanesimo.[8]
Guardando alla magnifica umanità che si realizza in Cristo si comprende che l’uomo, al tempo dell’intelligenza artificiale, è chiamato a essere collaboratorenell’opera della creazione, anziché spettatore di processi tecnologici, che ne limitano la libertà e la responsabilità. «La dignità che lo Spirito Santo scolpisce in ciascuno di noi si riconosce anche nella capacità di riflettere criticamente, di scegliere e di amare gratuitamente, di entrare in relazioni autentiche. Nessun sistema di calcolo, per quanto sofisticato, genera un cuore che si consegna, né una coscienza che discerne il bene. Anche quando le macchine eccellono nell’efficienza, il centro della storia rimane un volto umano che chiede di essere guardato. Questo volto umano è la pienezza verso cui cammina la storia. È il mistero della ricapitolazione, la certezza che il Padre ha stabilito di ricondurre a Cristo, unico Capo, tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra (cf Ef 1,10). In questo disegno, nulla di ciò che è autenticamente umano andrà perduto, ma tutto verrà purificato e riunito in Colui che raccoglie ogni frammento di vita, ogni lacrima e ogni autentica conquista umana per sottrarle al nulla e consegnarle, redente, al Padre».[9]
Il cantiere del nostro tempo
Le innovazioni dell’intelligenza artificiale possono diventare un grande aiuto per lo sviluppo umano integrale e per la cura della Casa comune. Ma, proprio per il loro potere, possono agire come un acceleratore del paradigma tecnocratico, sino a puntare a sostituire la macchina alla persona umana, sino a giungereall’ibridazione tra naturale e artificiale, sino a produrre un «nuovo umano» organoide. Sarebbe la catastrofe dell’umanità libera e responsabile, peraltro caratterizzata dal limite che le è intrinseco in quanto essere creaturale. Proprio per questo occorre sviluppare le stesse potenzialità dell’intelligenza artificiale, le scienze cognitive, la nanotecnologia, la robotica e la biotecnologia, entro un nuovo quadro antropologico, spirituale, etico, culturale, progettuale e politico, con l’ausilio della Dottrina sociale della Chiesa (=DC).[10] In caso contrario, si andrebbe verso una forma antiumana di umanesimo. Verso un umanesimo ateo. Ossia verso una tecnoreligione, a cui è sottesa la pretesa gnostica di autosalvazione. Dio può anche esistere, ma non ce n’è bisogno. Secondo Leone XIV, per custodire la magnifica humanitas, quale è potenziata e salvata dal Verbo che si fa carne, occorre muoversi verso un progetto culturale neoumanista, strutturalmente aperto a Dio, teocentrico. Occorre destarsi dall’ipnosi di un falso idealismo che conduce a realismi degradati, tipici dell’assolutizzazione di una tecnologia taumaturgica, che finisce per normalizzare la guerra[11] e uccidere le democrazie rappresentative, partecipative e deliberative.[12] Senza Dio, l’uomo non conosce sé stesso, e non sa dove andare, affermava Benedetto XVI nella Caritas in veritate. La maggior forza a servizio dello sviluppo sia delle persone sia della tecnologia è un umanesimo cristiano, ravvivato da un Amore pieno di verità.[13]
Detto diversamente, secondo il pontefice Leone XIV, «siamo chiamati a interrogarci sul grande cantiere della nostra epoca: cosa stiamo costruendo? Mentre lo sviluppo tecnologico cambia rapidamente linguaggi, relazioni, istituzioni e forme di potere, noi credenti dobbiamo e possiamo scegliere a quale progetto lavorare e con quale stile, per custodire e valorizzare la magnifica umanità che ci è data in dono. Non si tratta di una scelta sul nostro futuro, ma sul nostro presente, perché l’intelligenza artificiale e le altre tecnologie emergenti sono già parte del nostro quotidiano».[14]
Dopo aver indicato – in un contesto in cui il mondo continua a mancare di pensiero -, la necessità di un pensiero dinamico fedele al Vangelo; dopo aver illustrato i fondamenti e i principi della DSC; dopo aver riaffermato la grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’intelligenza artificiale; espresso il chiaro invito a custodire l’umano nella trasformazione con riferimento alla verità, al lavoro e alla libertà; messe a confronto la cultura della potenza e la civiltà dell’amore, così il pontefice conclude: «Ciascuno stia attento a come costruisce» (1 Cor 3, 10).
Al termine del percorso compiuto, Leone XIV consegna un itinerario di vita cristiana sobrio ed esigente con cui abitare il cambiamento d’epoca alla luce del Vangelo. Si tratta di un cammino segnato da varie tappe. Infatti, «nasce dalla contemplazione del disegno di Dio, vive l’unità ecclesiale nutrendosi della Parola e dell’Eucaristia, costruisce il mondo nel bene e prega insieme con la Vergine Maria».[15]
Una spiritualità incarnata, eucaristica, ossia dell’unità ecclesiale nell’amore
La DSC è espressione della vita della Chiesa che nel tempo accoglie, vive, celebra il mistero dell’incarnazione, morte e risurrezione di Cristo Gesù. Ha, dunque, anche una dimensione liturgica. Sollecita ad una spiritualità non devozionale, ma incarnata. La spiritualità di cui ha bisogno il credente è «una spiritualità eucaristica, cioè una spiritualità dell’unità ecclesiale nell’amore. L’Incarnazione e la Pasqua rivelano Dio che entra nella nostra condizione umana e la trasfigura nel dono di sé. Questo dono rimane presente e operante nell’Eucaristia, nella quale il Signore si comunica e raduna la Chiesa, perché la sua offerta diventi principio di unità e sorgente di vita nuova. Da questa comunione nasce anche la solidarietà cristiana, poiché l’«unione con Cristo è allo stesso tempo unione con tutti gli altri ai quali Egli si dona». Come spiega Sant’Agostino ai nuovi cristiani della sua Chiesa, il pane e il vino sull’altare sono il sacramento dell’unità dei fedeli in Cristo: “Ciò che si vede ha un aspetto materiale, ciò che si intende produce un effetto spirituale. Se vuoi comprendere [il mistero] del corpo di Cristo, ascolta l’Apostolo che dice ai fedeli: Voi siete il corpo di Cristo e sue membra (1Cor 12,27). Se voi, dunque, siete il corpo e le membra di Cristo, sulla mensa del Signore è deposto il mistero di voi: ricevete il mistero di voi. A ciò che siete rispondete: Amen e rispondendo lo sottoscrivete. Ti si dice infatti: Il Corpo di Cristo, e tu rispondi: Amen. Sii membro del corpo di Cristo, perché sia veritiero il tuo Amen”».[16]
«L’“Amen” che diciamo nella liturgia, il Corpo che mangiamo e il Sangue che beviamo – aggiunge Leone XIV -, danno forma a tutta la nostra vita. L’Eucaristia “è l’incontro personalissimo col Signore e, tuttavia, non è mai soltanto un atto di devozione individuale”. In essa si mostra visibilmente che noi “siamo la Chiesa di Cristo, siamo le sue membra, il suo corpo. Siamo fratelli e sorelle in Lui. E in Cristo, pur essendo molti e differenti, siamo una cosa sola: “In Illo uno unum”. L’Eucaristia ci apre alla giustizia e alla condivisione, con un’attenzione preferenziale verso chi porta il peso della povertà e dell’emarginazione. E mentre le nuove reti economiche e tecnologiche possono generare esclusione, isolamento e dipendenze, la Chiesa, nutrita dell’Eucaristia, è chiamata a rendere visibile un’altra misura, custodendo legami, restituendo voce agli invisibili e orientando i processi verso la dignità delle persone».[17]
Un’ultima citazione che ci fa capire come per Leone XIV i credenti che operano nella storia, nelle istituzioni e nella politica, a livello locale, nazionale e sovranazionale, non è possibile coltivare una spiritualità fondata sulla separazione tra fede e vita. Così, infatti, Leone XIV conclude il suo ragionare circa la spiritualità che intende consegnare ai credenti: «Si tratta della spiritualità del “saggio architetto” che, animato dalla speranza del Regno di Dio, si impegna a costruire il mondo nel bene (cfr 1Cor 3,10). Come ho scritto al principio di questa riflessione, oggi il nostro costruire deve avere come fondamento la relazione con Dio, come regola l’accettazione del limite umano quale realtà naturale e positiva, come stile la corresponsabilità e il linguaggio evangelico. Al termine del percorso, il progetto di una civiltà dell’amore si delinea più chiaramente e il cantiere appare già avviato, soprattutto grazie a tante pietre vive saldamente unite a Cristo, pietra angolare (cf 1Pt 2,4-6). In quest’opera siamo chiamati ad assumere un ruolo attivo, senza rifugiarci nello spiritualismo o nei nostri piccoli mondi: dobbiamo essere fedeli alla verità, investire nell’educazione, curare le relazioni, amare la giustizia e la pace».[18]
Conclusione: guardare al domani con Neemia come compagno e figura-guida
«Neemia ascolta il grido di una città ferita, porta quel dolore nella preghiera, discerne davanti a Dio, chiede aiuto, ottiene il permesso di partire, organizza il lavoro, affronta resistenze interne ed esterne e, mattone dopo mattone, ricostruisce con il popolo le mura di Gerusalemme. In lui riconosco una parabola luminosa della nostra vocazione ad essere, nel tempo della trasformazione digitale, non spettatori rassegnati di fratture sociali e culturali, non semplici commentatori delle rovine, ma donne e uomini che entrano nei cantieri della storia – laboratori di ricerca, imprese tecnologiche, scuole, media, istituzioni, comunità locali – per rialzare ciò che è crollato e proteggere ciò che è esposto. Come Neemia, anche noi siamo chiamati a unire ascolto e coraggio, preghiera e responsabilità, perché la città degli uomini diventi più vivibile, anche quando le logiche tecnocratiche e gli interessi di parte sembrano prevalere».[19]
«L’immagine della ricostruzione di Gerusalemme richiama la promessa del Nuovo Testamento, della città santa che ci viene, anzitutto, data in dono. Nell’Apocalisse, la nuova Gerusalemme discende verso di noi come dono per tutto il popolo di Dio, «pronta come una sposa adorna per il suo sposo» (Ap 21,2). Le mura di Gerusalemme non sono più fortificazioni difensive, ma gli ornamenti preziosi della Sposa dell’Agnello. Le sue porte, che Neemia custodiva con tanta attenzione, restano permanentemente aperte a tutte le nazioni. La presenza di Dio offre a tutti luce e vita. La città è un nuovo Eden, con la sua acqua viva donata agli assetati e con il suo albero della vita, le cui foglie «servono a guarire le nazioni» (Ap 22,2). Nell’attesa del suo compimento, questa visione sta davanti a noi come un’esortazione, un appello a superare le nostre divisioni e a lavorare insieme: questa è la via di Gesù Cristo, ieri, oggi e sempre».[20]
+ Mario Toso
[1] Cf Leone xiv, Magnifica humanitas. Lettere enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2026, n. 98. Ecco quanto si legge nel paragrafo citato: «È opportuno premettere due considerazioni: la prima è che qualsiasi affermazione sull’IA rischia di diventare obsoleta in breve tempo, data l’impressionante velocità di sviluppo di questi sistemi. La seconda è che tutti noi, compresi coloro che li progettano, conosciamo poco del loro effettivo funzionamento. Le moderne intelligenze artificiali sono infatti più “coltivate” che “costruite”: gli sviluppatori non ne progettano direttamente ogni dettaglio, bensì creano un’architettura sulla quale l’IA “cresce”. Di conseguenza, aspetti scientifici fondamentali – come le rappresentazioni interne e i processi computazionali di questi sistemi – rimangono al momento sconosciuti. Si manifesta pertanto l’urgenza di un duplice impegno: da un lato, un approfondimento della ricerca scientifica, dall’altro, un esercizio di discernimento morale e spirituale».
[2]MH, n. 4.
[3] MH n.3.
[4] Ib. n. 1.
[5] Ib., n. 2.
[6] Cf MH, n. 238. Al fine di farsi un’idea più completa sulla visione della Chiesa circa l’intelligenza artificiale si vedano: Dicastero per la Dottrina della Fede – Dicastero per la Cultura e l’Educazione, Nota Antiqua et nova (14 gennaio 2025): AAS 117 (2025), 159-210; Francesco, Messaggio per la LVII Giornata Mondiale della Pace (8 dicembre 2023): AAS 116 (2024), 54-64; ID.., Messaggio per la LVIII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali (24 gennaio 2024): AAS 116 (2024), 261-266; ID., Discorso alla Sessione del G7 sull’intelligenza artificiale. “Uno strumento affascinante e tremendo” (14 giugno 2024): AAS 116 (2024), 866-875; Commissione Teologica Internazionale, Quo vadis, humanitas? Pensare l’antropologia cristiana di fronte ad alcuni scenari sul futuro dell’umano (9 febbraio 2026); Leone xiv, Messaggio per la LX Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali (24 gennaio 2026): L’Osservatore Romano, 24 gennaio 2026, 2-3.
[7] Cf MH, n.97.
[8] Cf ib., nn. 115-116.
[9] Ib., n. 233.
[10] Cf ib., n. 93. Per Leone XIV, la DSC non è solo elaborazione di orizzonti nuovi ma sollecitazione all’impegno della costruzione della Civiltà dell’Amore, del Regno di Dio nel tempo dell’intelligenza artificiale, custodendo e promovendo la magnifica humanitas, creata e redenta da Dio Amore. «Oggi – scrive Leone XIV in uno dei primi paragrafi della sua prima enciclica – la Dottrina sociale della Chiesa è un patrimonio di saggezza, ove troviamo principi per pensare, criteri per discernere e giudicare, orientamenti concreti per agire. Essa si fonda sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione e, in dialogo con le scienze, ci aiuta a leggere con lucidità le sfide del presente, individuando percorsi adeguati a vivere una testimonianza cristiana limpida, con gioia e al servizio del mondo. Non è un insieme statico di concetti, ma un corpus vivo di verità, che custodisce e interpreta la vocazione dell’umanità a una vita piena e giusta. A questa tradizione vivente desidero dunque aggiungere la mia voce, invocando l’aiuto dello Spirito di sapienza, che abita il mondo sin dal suo inizio (cf Pr 8,22-31)» (MH n, 3).
[11] L’intelligenza artificiale modifica gli equilibri di forza, rafforza determinate forme di dominio e rischia di favorire il passaggio da una logica multilaterale a una logica imperiale. Per questo motivo, nell’enciclica MH, è evidenziato il tema della cultura della potenza «nella quale la disponibilità di mezzi e la capacità di dominare tendono a dettare l’agenda e i criteri della decisione, relegando il bene comune dell’umanità sullo sfondo e riducendo il dramma concreto dei popoli in guerra a variabile secondaria rispetto agli interessi strategici. Questa cultura della potenza penetra nella società, modifica relazioni e comportamenti, si espande normalizzando la guerra, inseguendo una potenza militare sempre maggiore, approfittando della crisi del multilateralismo e alimentando un falso realismo che ripete che alternative non esistono» (MH n. 188).
[12] Mentre nel passato erano prevalentemente gli Stati a guidare e a controllare l’innovazione tecnologica, oggi questo ruolo è assunto da soggetti privati. La geografia del potere si è profondamente modificata. Oggi assistiamo all’emergere di grandi attori privati transnazionali che dispongono di risorse economiche, competenze tecnologiche e capacità di intervento spesso superiori a quelle di molti governi nazionali.
Questo cambiamento pone una questione cruciale: il futuro della democrazia.
Pochi giorni dopo la pubblicazione dell’enciclica è apparso un documento di OpenAI molto significativo. In quel testo Sam Altman sostiene che dovrebbero essere le imprese stesse a definire alcuni aspetti fondamentali della futura organizzazione sociale: dalla tassazione dei robot alla riduzione dell’orario di lavoro a trentadue ore settimanali a parità di salario, fino alla creazione di fondi di compensazione per coloro che perderanno il lavoro a causa delle nuove tecnologie.
Si tratta di proposte che tradizionalmente appartengono alla sfera della decisione politica.
Quando un giornalista gli ha fatto notare che questi compiti sono sempre stati prerogativa dello Stato democratico, la risposta è stata rivelatrice. L’idea di fondo è che la democrazia, nelle condizioni attuali, rischi di diventare un ostacolo all’accelerazione dell’innovazione. Ed è questa la ragione per cui gli accelerazionisti, come vengono chiamati, oggi appaiono piuttosto ostili nei confronti della democrazia partecipativa e deliberativa.
[13] Cf Caritas in veritate, n, 78. Nello stesso paragrafo si può leggere: «[…] la chiusura ideologica a Dio e l’ateismo dell’indifferenza, che dimenticano il Creatore e rischiano di dimenticare anche i valori umani, si presentano oggi tra i maggiori ostacoli allo sviluppo. L’umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano. Solo un umanesimo aperto all’Assoluto può guidarci nella promozione e realizzazione di forme di vita sociale e civile — nell’ambito delle strutture, delle istituzioni, della cultura, dell’ethos — salvaguardandoci dal rischio di cadere prigionieri delle mode del momento. È la consapevolezza dell’Amore indistruttibile di Dio che ci sostiene nel faticoso ed esaltante impegno per la giustizia, per lo sviluppo dei popoli, tra successi e insuccessi, nell’incessante perseguimento di retti ordinamenti per le cose umane. L’amore di Dio ci chiama ad uscire da ciò che è limitato e non definitivo, ci dà il coraggio di operare e di proseguire nella ricerca del bene di tutti, anche se non si realizza immediatamente, anche se quello che riusciamo ad attuare, noi e le autorità politiche e gli operatori economici, è sempre meno di ciò a cui aneliamo. Dio ci dà la forza di lottare e di soffrire per amore del bene comune, perché Egli è il nostro Tutto, la nostra speranza più grande».
[14] MH., n. 90.
[15] Ib., n. 229.
[16] Ib., n. 234.
[17] Ib., n. 235.
[18] Ib., n. 236.
[19]Ib., n. 241.
[20]Ib., n. 242.
