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L’amore ci precede. Omelia per la festa di Sant’Agostino

 30 agosto 2026
Chiesa di Sant’Agostino, Faenza

 

Sono certo che S. Agostino mi comprende se quando sento pronunciare il suo nome non mi viene in mente immediatamente lui, ma questa comunità.

S. Agostino ha speso la vita nella ricerca del Signore e una volta che ha capito che era questione di farsi trovare e si è arreso, ha dato tutto per Lui e per la Sua Chiesa.

Che al mio cuore oggi di vescovo, il nome di questo Santo evochi una Chiesa/comunità, penso faccia piacere anche a S. Agostino. E se a questo cuore, il nome di S. Agostino, parla di Chiesa, è anche merito vostro ed è il regalo più grande che mi avete fatto negli anni trascorsi insieme.

Si, perché Chiesa non è solo istituzione: è carne, ossa, sangue di tutti noi, amati e redenti dalla carne di Gesù Cristo. E il ministero apostolico, vescovo, preti e diaconi insieme, non è leadership; ma carne, ossa, sangue, offerte, nella miseria, a Colui che convoca, unisce e rilancia il futuro per tutti noi.

In questo sta l’amore, amatissimi amici di S. Agostino: “non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi” (1 Gv 4,10).

Questa esperienza fondante la nostra capacità di amare, di sapersi prima amati che amanti, a volte nella nostra vita tarda a trovare spazio.

Si, perché se pensiamo all’amare, pensiamo a fare, a conquistare, a dare, a spenderci, etc… Tutto vero e anche giusto, ma schiacciante e fonte di superbia e onnipotenza, finché non ci concederemo il lusso di fermare la mente per un istante – che ci parrà infinito – ascoltando con le orecchie del cuore, l’abisso che genera il sapere e il sentire: l’amore, che chi ci ama, ci ha preceduto.

Guardate è tutto qui: l’amore ci precede.  E se da una parte è faticoso amare, è molto più duro il tirocinio del permettere di farci amare.

Eppure, la vita ci circonda di avvenimenti che gridano questo. Pensate al “venire al mondo”: è amore “prima”. Pensate all’essere accuditi, nutriti, educati: è amore “prima”. Pensate a quando qualcuno si innamora di noi senza particolari motivi se non l’innamorarsi: è amore “prima”. Pensate a quando un amico, un coniuge ci perdona prima ancora che ci scusiamo: è amore “prima”. Pensate a quanto riceviamo senza meritare: è amore “prima”. Pensate a quante figuracce facciamo con le nostre immaturità e fragilità e chi se ne accorge non ci umilia: è amore “prima”.

Questa vita che viviamo nella carne, di un amore che è “prima”, è perfettamente rispondente al Dio desiderato dalle nostre attese: Colui che dona la vita per noi, prima che ci convertiamo, Colui che ci dona vita “in più” della vita, Colui che prepara prima, per noi, l’eternità d’amore con Lui e tra di noi.

Quando intuiamo questo, mettendo insieme i dati della vita e della fede, si accende in noi la scintilla che fa scattare il desiderio di dare la vita per qualcosa di grande! Per Dio, per gli altri. Tutta! E gustiamo l’ebbrezza dello Spirito, sentiamo come se qualcosa, Qualcuno, sfondasse una porta, abbatendo un muro tanto da farci vivere l’esperienza “sublime” – che significa oltre il confine – del sentirci in pace. Se ci fidiamo, possiamo vivere questa esperienza insieme alla paura che la nostra vita non sia più del tutto nelle nostre mani.

Si! Chi si sa amato, è in pace e in lotta, è sul baratro, è sul confine, è sulla riva, finché non abbassa le armi e accoglie con umiltà l’amore che tutto accoglie. Questo amore ci “impasta” per fare di noi una nuova creatura, finalmente serena di sapere che, senza l’accoglienza dell’amore, si è persi.

È la lotta del profeta Geremia che dopo aver vissuto tutta questa fiducia e questo abbandono all’amore, come in un rigurgito dice: “Signore mi hai sedotto, [mi hai fregato] e io mi sono lasciato sedurre, [e io mi sono lasciato fregare] mi hai fatto violenza e hai prevalso…  Mi dicevo: Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome! Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo” (Ger 20,7-9).

È la lotta del buon senso di Pietro che di fronte all’annuncio da parte di Gesù della futura sofferenza e morte dice con discrezione educata a Gesù: “Signore; questo non ti accadrà mai!” (Mt 16,22). Questo è troppo!

Che spettacolo la verità dell’uomo davanti alla verità di Dio. Dio ama, l’uomo lo sente e ricalcitra, rimanda l’evento del percepire pienamente di essere amato, perché fa paura.

Effettivamente, nell’istante in cui si accoglie l’amore, quello vero, si vive un frammento di buio, di vertigine, di perdita di controllo, perché è il momento in cui veniamo visti del tutto da occhi innamorati, visti “su tutto”, in particolare in ciò che non volevamo vedere neppure noi stessi. E si sgretola l’orgoglio, si sgretolano le maschere, si sgretola la presunzione di salvare tutto noi, soprattutto noi stessi. Queste macerie ci lasceranno leggeri e noi, finalmente, potremo andare lontano, molto lontano, forse non geograficamente, ma sicuramente lontano da una vita piccola e rattrappita, sola e solamente impegnata a salvare sé stessa.

Seguire Gesù significa imparare a farsi amare e di conseguenza traboccare d’amore. Se prima, in un prima logico ed esistenziale, non ci facciamo amare, anche quando proveremo ad amare gli altri li renderemo schiavi di noi stessi.

Seguire Gesù significa prendere la propria croce. La croce non sono i dolori, non sono le fatiche: questi sono i modi con i quali noi chiamiamo in maniera devota il peso del vivere.

La croce non è prevedibile, la croce non ce la possiamo scegliere. La croce è sempre improvvisa, ci investe là dove non ce lo saremmo aspettati, apre una ferita dove siamo meno protetti e di conseguenza più vulnerabili. Se non fosse così, non sarebbe la croce di Gesù, sarebbe solo un trucco umano e un peso.
La croce ci disarciona, ci fa cadere da cavallo, mette a nudo la nostra debolezza, per questo è impossibile per chiunque scegliere la propria o anche solamente prevederla. La nostra sarebbe una scelta sbagliata, sceglieremmo in ragione di quella che noi pensiamo sia generosità o sopportazione.

È quel che prova Geremia, quel che prova Pietro, quel che proviamo tutti noi, quando l’amore ci seduce e ci impaurisce. Gesù, che è l’amore incarnato ed eterno, non finirà mai di sedurci, meravigliarci, di condurci dove mai non avremmo messo piede. E il luogo dove non avremmo mai messo piede è quello dove abbiamo bisogno di essere amati e abbiamo bisogno degli altri e di Lui.

La sua croce ci sconvolgerà, ci sconcerterà sempre, ma potremo sempre fidarci di Lui, perché la croce non è fine a sé stessa, è il punto esatto nel quale noi sappiamo in maniera certa di essere amati, salvati e non soli.

Su di Lui, potremo contare ogni giorno di più, senza turbamento, in modo incrollabile proprio nella misura in cui avremo accolto il Suo amore “prima”, e conoscendolo personalmente e non per sentito dire (cfr. Gb 42), sapremo per chi siamo pronti a perdere la vita.

Cari amici, io qui, a S Agostino, ho vissuto i primi anni del mio ministero con l’impatto gradualmente cosciente (mi è voluto del tempo per capirlo e riconoscerlo) di essere stato tanto amato “prima”: dal Signore che mi chiamava senza nessun merito e con tanti difetti, limiti e orgoglio giovanile a servirlo; e da voi che mi avete voluto tanto bene “prima”, accogliendomi ora come figlio, ora come fratello e amico, ora come padre, ma sempre come ragazzo da capire e perdonare. Sono grato che quel tratto di vita abbia contribuito alla “seduzione” di Dio, che mi abbia impaurito e che preparasse attraverso il mio attivismo fuggitivo, l’incontro con l’Amore che perdona facendomi scoprire le venature del legno della mia croce. Ci sono tante cose nella vita di un prete meravigliose, ma il perdono del popolo è commovente e umiliante insieme, è croce e risurrezione: è Pasqua.

Proprio per questo, veramente consapevole, ma con le vertigini, come dico volentieri oggi con S. Agostino: “per voi sono vescovo, con voi sono cristiano” (Sermo 340)!

Ora, in questa Eucarestia si rinnova il mistero della Croce di Gesù, amore che ama “prima” e senza appuntamenti. Possa questa S. Messa renderci aperti alla sua irruzione improvvisa, rinnovare la nostra giovinezza per lasciarci sedurre e darci la maturità per accettare la croce, punto di contatto tra noi e l’amore “oltre il confine”, per ciascuno di noi.

+ Michele, vescovo