Don Antonio Torresin
Oltre il disincanto
Sostenere le fragilità
Vivere la propria vocazione, e stare nella chiesa chiede pazienza. Occorre fare i conti con la propria fragilità; portare le lentezze e reggere i conflitti dell’istituzione nella quale siamo chiamati. Proprio questa condizione di permanenza, di sopportazione (upomoné) diventa luogo di prova, di crisi rivelative per il discepolo. Emergono non solo le motivazioni più profonde e più vere, ma anche le fragilità e le fatiche. Fare i conti con la propria debolezza è certamente un passaggio necessario in ogni esperienza di discepolato, e quindi anche per il prete. Paolo avrebbe molto da dirci a riguardo di questa debolezza che emerge, con cui occorre fare i conti. In particolare, c’è un momento nel quale ci si accorge di una fragilità di alcune debolezze e di alcuni blocchi che non sono superabili, almeno nei tempi brevi. All’inizio la scoperta della propria fragilità, ed anche dei limiti che condizionano la vita della comunità, è accompagnato con la convinzione di poterli superare, con la scoperta di un’opera di conversione da compiere. Non ci si disarma di fronte alla fatica, ma ci si attrezza in vista di un cambiamento. Ma ci sono dei limiti in sé e nell’altro che scopriamo più profondi, che non sono facilmente superabili. E c’è una forza avversa, del male, che sembra più potente dei buoni propositi, che ingaggia una lotta contro il bene che supera la forza delle nostre ragioni. È quando comprendiamo il bene e lo vogliamo, ma ci accorgiamo di non fare il bene bensì il male che pure non vogliamo (cfr Rm 7). E questo che accade in noi accade ancor più nel corpo ecclesiale. Anche le buone intenzioni sembrano non bastare, e occorre fare i conti con limiti strutturali che sembrano insuperabili[1].
Paolo ha pagine di straordinaria forza rispetto a questa percezione della propria fragilità, della debolezza che scopre insuperabile. Molte delle sue pagine più intense sembrano sgorgare da questa esperienza: egli ha fatto i conti con la propria fragilità, ha compreso che c’è una debolezza che non va tanto superata, ma che egli deve accogliere. È soprattutto nella seconda lettera ai Corinti che questo tema diventa centrale: «“Ti basta la mia grazia; la mia potenza, infatti, si manifesta pienamente nella debolezza”. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo» (2 Cor 12, 9). Possiamo rimandare al commento sia di Martini che a quello di Benoit Standaert[2].
Quello che mi sembra importante sottolineare è che fare i conti con una fragilità strutturale diventa un momento importante della esperienza spirituale. Qui il discepolo si accorge che non deve per nulla tentare di raggiungere Cristo con tutte le sue forze, ma che deve lasciare che sia Cristo a raggiungerlo proprio nel cuore della sua debolezza. Non si rifiuta e neppure si sublima la fragilità: la si soffre, la si patisce. Ma si scopre dell’altro: proprio in questa esperienza del patire si entra in una comunione più grande con il Signore Gesù, si arriva a conoscere una forza e una potenza che sono di Cristo, che viene indubitabilmente non da noi, non dagli uomini, ma da Dio. È la scoperta della misericordia che salva, che raggiunge i più lontani, e ciò che di lontano in noi permane. Dio rinchiude tutti in questa esperienza della distanza per ottenere a tutti misericordia.
La comunione con la misericordia che ci salva ci raggiunge proprio nel cuore di una parabola che sembra bloccarsi. All’inizio dell’esperienza spirituale si pensa al proprio cammino come ad un percorso che passa di grado in grado verso un affinamento che va crescendo. Per certi versi è vero, ma alla superficie spesso appare proprio il contrario: sembra che la vita debba assestarsi, dopo i primi cambiamenti e le prime battaglie ad un livello inferiore alle proprie aspettative. C’è come un blocco che noi non possiamo superare. Occorre di nuovo mettersi in attesa di una grazia che ci salva, lasciarsi raggiungere là dove siamo da una misericordia infinita. Dopo, e solo dopo, scopriamo che questa fragilità patita è un luogo di grande fecondità: lì impariamo una misericordia verso tutti, verso ogni uomo anch’egli segnato da fragilità insuperabili. Il vangelo è davvero per tutti!
Il disincanto per la vita ecclesiale
Il prete è un uomo di chiesa. Non si può separare da quell’istituzione che lo ha generato e lo ha inviato. Crescere nel ministero corrisponde ad una più precisa assunzione del profilo istituzionale della propria vocazione. Matura nel ministero un prete che rende sempre più forte il suo amore alla chiesa. Egli ne conosce meglio di tutti i limiti oltre che i pregi. Sa bene che stare nella chiesa non è facile; anche per questo entrare nel ministero chiede di passare da crisi e ripensamenti, da momenti di smarrimento e di ripresa. Occorre passione e realismo. Ma la passione spesso sfocia in un idealismo che può essere irenico o arrabbiato. E il realismo confina con la rassegnazione e la sfiducia, con un basso profilo troppo arrendevolmente accettato.
Questo sguardo disincantato sulla chiesa corrisponde il più delle volte anche ad uno sguardo disincantato su di sé. Non a caso. Anche nei confronti di sé, della propria immagine di uomo e di credente, avviene un passaggio di disincanto: si apre un nuovo sguardo sulla vita, sulla propria storia, sui propri successi e le proprie ferite[3]. Aprire gli occhi è un gesto di consapevolezza, di crescita e non di scetticismo o rassegnazione. Aprire gli occhi è una grazia se non significa rinchiudere gli orizzonti, perdersi nel particolare, restare oscurati da un’unica prospettiva angusta. Aprire gli occhi non significa perdere il desiderio, ridurre le speranze. Piuttosto chiede che queste passino dentro la storia, si misurino con il presente, crescano nel crescere delle condizioni reali. È una sfida necessaria per continuare a sperare.
Oltre il disincanto dice che prima occorre aver provato la gioia di uno stupore sincero. La chiesa ci ha fatto conoscere Gesù, ci ha generato alla fede, al punto che per essa siamo stati pronti a lasciare ogni cosa, a metterci al servizio per tutta la vita del Signore e della sua chiesa. Della chiesa abbiamo visto la bellezza prima di vederne le rughe. Ma poi certo abbiamo imparato che non mancano le ferite, le contraddizioni, le fatiche nel vivere ecclesiale. Anche queste ferite vanno amate.
In quel momento cosa è successo? Cosa accade nella storia di chi si è effettivamente incamminato per amore di Gesù e ha deciso di spendere la sua vita nella chiesa del Signore?
Paolo e l’amore per la chiesa
Il Cardinal Martini ha spesso affrontato questo tema nei suoi esercizi, in particolare ai preti giovani, ma in realtà riferendosi ad una parabola del ministero che riguarda tutti. Bastano i titoli per evocare la domanda che soggiace: “Paolo nel vivo del ministero”, “Qualche anno dopo”[4] … Come dire che qui accade qualcosa di prezioso e particolare che merita di essere custodito e accompagnato.
La figura che spesso torna in queste riflessioni di Martini è Paolo. La sua biografia permette di entrare nel cuore di un apostolo proprio nel corso della sua vicenda di amore per il Signore e per la chiesa e di fronte agli ostacoli e alle fatiche che irrimediabilmente si impongono.
Proprio amando la chiesa, nella fatica di far crescere le sue comunità, Paolo è visto crescere il suo amore per il Signore e la sua maturità umana. Entrare nelle contraddizioni della vita e della chiesa, sostenere le fatiche senza perdere la forza e la gioia di credere, sono condizioni non solo per essere prete, ma semplicemente sono il mistero del nostro essere uomini veri. Il servizio al vangelo ci porta per strade inaspettate – “dove tu non vorrai” dice Gesù a Pietro – ma proprio imparando a lasciarci condurre dentro la vita e la prova noi impariamo effettivamente a diventare discepoli.
Scegliamo alcuni episodi sparsi della vita e delle opere di Paolo per dire cosa accade “oltre il disincanto”, nella scoperta di una forza del vangelo che si manifesta dentro la fragilità nostra e delle condizioni ecclesiali e di vita. Sono tracce di un pensiero non organico, ma forse è giusto che sia così, perché la vita non è prevedibile, non segue deduzioni precostituite, ma si dipana per sentieri impensati.
Ci vuole tempo
Il primo episodio che ci offre uno spunto di riflessione è tratto da Atti 9, 26ss. Paolo “cercava di unirsi con i discepoli”, ma il suo entrare nella chiesa non è facile e conosce malintesi e paure. Deve scontrarsi con diffidenze e resistenze. Allora interviene Barnaba, che lo presenta agli apostoli, ma neppure questo basta perché venga accettato. Addirittura, tentano di ucciderlo e deve rifugiarsi a Tarso. Sembra una ritirata, un fallimento. La novità che Paolo rappresenta non viene subito digerita dal corpo ecclesiale. Luca annota al termine dell’episodio, quasi con ingenuità, con un passaggio che sembra azzardato, che «la Chiesa era “dunque” (?) in pace per tutta la Galilea» (v 31). Ma la pace sembra raggiunta perché Paolo è espunto; la novità che egli rappresenta pare ricacciata via. Chissà se anche lui si sentiva in pace. Nella sua versione degli inizi, in Galati 2, non sono esenti accenti di chi rivendica una autonomia da chi non l’ha subito capito.
Sempre i “nuovi venuti” sono difficili da digerire, le nuove idee sono fraintese; a volte anche per l’irruenza con cui si presentano. Nella istituzione della chiesa, come in ogni istituzione ma forse con peculiarità proprie, si scontrano tradizione e novità. Paolo rappresenta bene questa fatica ad accettare la novità, l’inerzia tipica di ogni istituzione ad accettare sconvolgimenti, cambiamenti, novità. La novità che Paolo rappresenta sarà poi decisiva per tutta la chiesa.
Ma perché entri nel corpo ecclesiale Paolo stesso deve accettare di superare l’irruenza che certamente era un tratto del suo carattere. La novità infatti porta sempre anche delle scorie, delle impurità, delle scompostezze. Paolo è nuovo ma insieme è vecchio, porta lui stesso i segni della propria storia; la storia della sua fede, quella di un fariseo della scuola di Gamaliele, del suo carattere, della sua formazione; tutto questo deve passare al crogiuolo della vita per rinascere in Cristo. La conversione di Damasco è un avvenimento tutto interiore, di cui lui stesso parla poco, come una intuizione fatta di luce e di oscurità. Diventa manifesta proprio perché deve misurarsi con la chiesa che subito non lo capisce, che mostra diffidenza, paura e resistenza. Questo entrare nel vivo della chiesa è proprio il luogo dove Paolo stesso è chiamato a riprendere da capo la sua intuizione spirituale, è chiamato a dare ragione del vangelo che gli si è manifestato affinché tutti possano comprenderlo e capirlo. Ci vuole tempo. Il tempo è il mistero necessario perché si faccia chiarezza in Paolo e nella chiesa delle origini, perché la novità di Cristo e della salvezza per mezzo della fede sia compresa come compimento della storia di Israele nel cui seno nasce la chiesa delle origini.
Paolo accetta di vivere un tempo di marginalità e apparente esclusione, ma sarà un tempo prezioso. Non sarà neppure la prima e ultima volta che Paolo è contestato e sottoposto quasi a processo nella chiesa, in relazione con le comunità cristiane. Potrebbe esser utile riprendere il commento che Martini fa di 2 Cor 1, 12-2, 11 nel suo testo “Paolo nel vivo del ministero” (pp 27-42). La maturità dell’apostolo Paolo passa attraverso i “malintesi” che segnano l’inizio del suo essere nella chiesa. I malintesi sono parte della vita. Sono il luogo di un affinamento e di un chiarimento, non solo per gli altri ma anche per se stessi. Non sono inutili, a volte sono necessari.
A volte si soffre nel vedere che le cose cambiano solo lentamente. La tentazione è sempre quella di voler vedere crescere il seme, di non accettare che cresca nella notte, nel silenzio e nell’oscurità della terra. Si soffre l’inerzia che si oppone al cambiamento; questo accade spesso in ogni istituzione, anche quella della chiesa. Quando si arriva in una comunità, proprio perché si giunge da fuori, si vedono cose che chi è dentro non coglie, e insieme non si capisce il senso di elementi che si sono sedimentati da tempo. In mille modi si ripropone nella chiesa e per un prete lo scontro tra una novità e una tradizione, tra una prospettiva inedita e la consuetudine. È una fatica necessaria e utile, ma è una fatica. Reggere il tempo è un primo banco di prova per il ministero e per l’umanità del prete. Reggere il tempo senza perdere la passione, senza stancarsi di portare una novità che è antica, che esprime non il gusto di cambiare per cambiare, ma di un vangelo che sempre un “inizio”, che ripropone la grazia del principio.
Reggere i conflitti
C’è un altro aspetto che caratterizza lo stile con cui Paolo entra nel ministero, nelle comunità che serve. Paolo è un uomo combattivo, non ha timore di usare parole franche e a volte scomode. Lo vediamo sia ad Antiochia che nelle successive chiese mentre entra con “parresìa”, con franchezza, nel cuore di scontri che diventano momenti importanti di chiarimento e di crescita. Ma appunto occorre non sottrarsi agli scontri. “Ma quando Cefa venne ad Antiochia mi opposi a lui apertamente, perché evidentemente aveva torto” (Gal 2, 11). Non si deve avere paura di scontrarsi, apertamente. Non è semplice trovare questo stile di franchezza nella chiesa. Spesso c’è paura dei conflitti; il più delle volte vengono rimossi, e i problemi si lasciano cadere. La mancanza di parresia è la ragione per far crescere la lamentela, quella non aperta ma nascosta. La chiesa conosce bene questo clima malato, dove le questioni non si affrontano, dove quanto viene rimosso riemerge in malcontenti e disagi che esplodono improvvisi.
Anche oggi sembra che manchi il senso critico dentro il corpo ecclesiale. Usciamo da una stagione – quella post-conciliare – dove nella chiesa si è ripercossa la forza critica che dominava nel clima sociale; con tutti i rischi di questa operazione. Spesso la critica è stata mossa da ragioni prese in prestito dalle idee comuni nella società; molte volte ha avuto uno stile rivoluzionario e anti-istituzionale. Ora questo clima è cambiato. Ma sembra di essere entrati in una stagione ecclesiale dove regna un po’ di omologazione, dove non emergono voci fuori dal coro, dove la libertà di parola sembra fare paura, dove l’obbedienza e la comunione diventano alibi per togliere ogni franchezza e discussione.
In realtà i conflitti e la critica sono parte della storia della chiesa e del suo incessante rinnovamento. La ragione di una forza critica all’istituzione religiosa va più precisamente ancorata alle sue radici profetiche e alla rilettura cristologia della relazione di Gesù con le istituzioni religiose. Anche Gesù si è opposto e ha vissuto contrasti duri con l’istituzione religiosa della fede di Israele. Non perché si pensasse fuori da questa tradizione, ma per ritrovarne la verità nascosta e perduta. Non è inseguendo le mode che nella chiesa si vive il coraggio di criticare e di opporsi. Paolo stesso vive nei confronti delle sue comunità un ministero che fa della critica e del conflitto un passaggio decisivo.
Reggere i conflitti chiede un’etica rigorosa del confronto. Anzitutto la parola è detta “apertamente”, ovvero di fronte al fratello. Essa allora nutre la relazione e non la tradisce. Una parola che per essere capace di vivificare la relazione, deve purificarsi da ogni animosità e personalizzazione dei conflitti. Nello scontro, infatti, riemerge sempre il proprio orgoglio ferito, la permalosità ad ogni correzione, la paura di non essere stimati. Un esercizio necessario di purificazione è quello che porta a spogliare il conflitto da ogni risentimento personale. Ma proprio dando parola alle questioni si impara a renderle oggettive, a dare le proprie ragioni e ad ascoltare quelle altrui.
Mi pare che ci sia un’altra attenzione che rende i conflitti capaci di far crescere la chiesa: è l’arte dell’accordo, la capacità di contrattare punti di incontro reali e possibili. Paolo stesso, nel suo scontro con Pietro non spinge l’opposizione fino agli estremi. Si ferma prima, accetta l’accordo del cosiddetto concilio di Gerusalemme. Sembra un compromesso, e in parte lo è. Ma la vita ha bisogno di buoni compromessi. La storia della chiesa ne è piena e sono la sua forza. Anche con coloro con i quali condivide le grandi battaglie Paolo dovrà trovare giusti compromessi, momenti nei quali dividersi per non perdersi di vista. «Il dissenso fu tale che si separarono l’uno dall’altro; Barnaba, prendendo con sé Marco, s’imbarcò per Cipro. Paolo invece scelse Sila e partì, raccomandato dai fratelli alla grazia del Signore» (At 15, 39-40). Paolo e Marco si divideranno, e proprio così continuerà l’opera di evangelizzazione. Il confronto chiede che nessuno pretenda per sé la parola definitiva, che ci si rimetta ad una istanza che tutti ci supera, ad una parola che tiene insieme anche prospettive che paiono lontane.
Alla fine, reggere i conflitti chiede l’umiltà del perdono, la forza di una riconciliazione che viene dall’alto, che ci precede e ci supera e per questo è capace di tenere insieme in una comunione veramente “cattolica” anche le sensibilità più diverse. Nessuno è la chiesa intera, e la chiesa stessa come istituzione si riconosce sottomessa alla Parola, normata da essa. A volte occorre ricorrere a quella che Martini chiamava la “terapia della Parola”[5], il tornare alle origini, alle parole sorgive che custodiscono il Vangelo.
Note
[1] René Vaillome ha parlato di una “seconda chiamata”, che riguarda proprio il discepolo che deve fare i conti con una condizione che sembra impossibile: “Il rischio della durata per noi, come per ogni impresa umana, è quello di una certa usura dell’ideale perseguito e dello sforzo fatto per realizzarlo, usura che ci porterebbe ad accontentarci della mediocrità nella santità. Con il passare del tempo e con la maturità dell’età sorge la tentazione di un compromesso tra le esigenze soprannaturali dell’amore del Signore e quelle della nostra personalità di uomini adulti. Ogni anno un maggior numero di noi giunge a questa tappa decisiva della vita spirituale, tappa in cui deve effettuarsi un’ultima volta la scelta tra Gesù o il mondo, tra l’eroicità della carità o la mediocrità, tra la croce o un certo benessere, tra la santità o una onesta fedeltà all’impegno religioso (…) Nella prima tappa non abbiamo ancora fatto l’esperienza dell’impossibilità umana e naturale in cui siamo di vivere in accordo con l’ordine soprannaturale dei consigli. Durante la giovinezza, vi è infatti come una corrispondenza tra la generosità propria al temperamento di questa età e la chiamata di Gesù a lasciar tutto per seguirlo. Non ci sembra che la povertà, la castità, l’obbedienza, la preghiera e la carità presentino delle difficoltà insormontabili. (…) In una parola, entriamo progressivamente in una fase nuova della nostra vita, scoprendo, a nostre spese, che le esigenze della vita religiosa sono impossibili. Sperimentiamo che la povertà non dev’essere solo materiale, ma deve giungere al distacco da noi stessi e da ogni azione interessante. La castità integrale, l’obbedienza con tutte le sue conseguenze, la carità fino al dono totale di noi stessi agli altri, tutta una vita centrata sul valore contemplativo dell’adorazione: stiamo sperimentando che tutto ciò è impossibile, che supera le nostre forze ed è contrario allo sviluppo naturale dei nostri istinti e della nostra personalità. Sì, è impossibile! Gesù ce l’aveva detto, ma ora tutto ciò appare sotto una luce nuova e proprio nel momento stesso in cui Gesù è lontano e quasi sensibilmente assente dalla nostra vita! Umanamente Egli non c’è più. Né possiamo più contare sull’entusiasmo giovanile che gli anni hanno smorzato in noi. Questa impossibilità non ci è forse apparsa di colpo ed in modo altrettanto brutale per tutti i punti, ma, più o meno consciamente, essa diverrà per noi un’evidenza. (…) Che serve tentare l’impossibile? Poiché per noi l’essere perfetti è impossibile, non ci resta che accontentarci di una vita onesta. Ma una semplice vita onesta al seguito di Gesù crocifisso come è miseria e che delusione! E tuttavia, se sapessimo ciò che Gesù aspetta da noi in questo momento critico della nostra vita religiosa, se sapessimo ciò ch’Egli attende da una tappa che non è un regresso come noi immaginiamo ma una messa in atto delle condizioni per una nuova partenza, per la scoperta di una vita secondo lo Spirito e la fede, con la convinzione, che ancora dobbiamo acquisire, che una tale vita è allora possibile con Gesù!
[2] Carlo Maria Martini, Paolo nel vivo del ministero, , Áncora, Milano 1989. pp 27-42; Benoît Standaert, “Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore” (1 Re, 19, 11). Dal mistero al ministero, dal ministero al mistero, in Aa.Vv., Lo spirito dell’apostolo. Quando il ministero ha un’anima, Àncora, Milano 2002, p 35.
[3] Vedi la riflessione di Voillaume sulla Seconda chiamata. Questo testo fa da sfondo alla scelta del tema del “disincanto”. Come approfondimento abbiamo poi deciso di approfondirne l’aspetto ecclesiale, istituzionale. Vedi René Voillaume, Sulle strade del mondo. Lettere ai fratelli cristiani, Morcelliana, Brescia 1964, 3-22.
[4] Carlo Maria Martini, Qualche anno dopo. Riflessioni sul ministero presbiteriale, Centro Ambrosiano – PIEMME, Milano 1987; Carlo Maria Martini, Paolo nel vivo del ministero, , Áncora, Milano 1989.
[5] Carlo Maria Martini, Discorso di Mileto, Centro Ambrosiano, Milano 2002 p 27.






