San Francesco, 8 marzo 2026.
Questa III domenica di Quaresima vede al centro il celebre dialogo di Gesù con la donna Samaritana, raccontato dall’evangelista Giovanni. La donna si recava tutti i giorni ad attingere acqua ad un antico pozzo, e quel giorno vi trovò Gesù, seduto, “affaticato per il viaggio” (Gv 4,6). Nell’incontro con la Samaritana al pozzo, emerge il tema della “sete” di Cristo, che culmina nel grido sulla croce: “Ho sete” (Gv 19,28). Certamente questa sete, come la stanchezza, ha una base fisica. Ma Gesù, come dice ancora Agostino, “aveva sete della fede di quella donna” (In Ioh. Ev. 15, 11), come della fede di tutti noi. Dio Padre lo ha mandato a saziare la nostra sete di vita eterna, donandoci il suo amore: ma per farci questo dono Gesù chiede la nostra fede. L’onnipotenza dell’Amore rispetta sempre la libertà dell’uomo; bussa al suo cuore e attende con pazienza la sua risposta (Benedetto XVI)..
Nell’incontro con la Samaritana è in primo piano, si diceva, il simbolo dell’acqua, che allude chiaramente al sacramento del Battesimo, sorgente di vita nuova per la fede nella Grazia di Dio. Questo Vangelo, non a caso, fa parte dell’antico itinerario di preparazione dei catecumeni all’iniziazione cristiana, che avveniva nella grande Veglia della notte di Pasqua. “Chi berrà dell’acqua che io gli darò – dice Gesù – non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,14). Quest’acqua rappresenta lo Spirito Santo, il “dono” per eccellenza che Gesù è venuto a portare da parte di Dio Padre. Il cristiano, che rinasce dall’acqua e dallo Spirito Santo, entra in una relazione reale con Dio, una relazione filiale, e può adorarLo “in spirito e verità” (Gv 4, 23.24). Ovunque. Ogni giorno, in ogni luogo e in ogni momento della vita. I veri adoratori lo portano sempre nel cuore.
Ognuno di noi può immedesimarsi con la donna Samaritana: Gesù ci aspetta, specialmente in questo tempo di Quaresima, per parlarci. Fermiamoci a riflettere. Prendiamo coscienza che noi viviamo di amore, grazie allo Spirito di Dio e del Figlio. Quali gli effetti?
Ricevendo il Battesimo e lo Spirito santo formiamo la Chiesa, una comunità ben compaginata, nella quale troviamo una dimensione umana e divina.
La prima dimensione è subito percepibile, in quanto la Chiesa è una comunità di uomini e donne che condividono la gioia e la fatica di essere cristiani, con i loro pregi e difetti, annunciando il Vangelo e facendosi segno della presenza di Cristoche ci accompagna nel cammino della vita. Eppure, tale aspetto non è sufficiente a descrivere tutta la Chiesa, perché essa possiede anche una dimensione divina. Quest’ultima consiste nel fatto che la Chiesa è generata dall’amore di Dio, realizzato in Cristo. La Chiesa è allo stesso tempo comunità terrena e corpo mistico di Cristo, assemblea visibile e mistero spirituale, realtà presente nella storia e popolo pellegrinante verso il cielo (LG, 8; CCC, 771).
La Chiesa vive in questo paradosso: è una realtà insieme umana e divina, che è fatta di peccatori e li conduce a vivere in Dio, per salvarli divinizzandoli.
Guardiamo alla nostra comunità di credenti da vicino. Vi scorgiamo esattamente una dimensione umana fatta di persone concrete, che a volte manifestano la bellezza del Vangelo e altre volte faticano e sbagliano come tutti. Tuttavia, proprio attraverso i suoi membri e i suoi limitati aspetti terreni, nella nostra comunità si manifestano la presenza di Cristo e la sua azione di salvezza. Come diceva Benedetto XVI non esiste una Chiesa ideale e pura, separata dalla terra, ma solo l’unica Chiesa di Cristo, incarnata nella storia.
In questo consiste la santità e l’umanità della Chiesa: nel fatto che Cristo la abita e continua a donarsi attraverso la piccolezza e fragilità dei suoi membri. Contemplando questo perenne miracolo che avviene in lei, comprendiamo che Dio si rende visibile attraverso la debolezza delle creature. Egli ci rende capaci ancora oggi di edificare la Chiesa: non soltanto organizzando le sue forme visibili, ma costruendo quell’edificio spirituale che è il corpo di Cristo, attraverso la comunione e la carità tra di noi.
La carità genera costantemente la presenza del Risorto. «Voglia il cielo – affermava Sant’Agostino – che tutti pongano mente solo alla carità: essa sola, infatti, vince tutte le cose, e senza di essa tutte le cose non valgono niente; ovunque essa si trovi, tutto attira a sé» (Serm. 354,6,6).
+ Mario Toso
