Il cardinale Achille Silvestrini è stato un grande diplomatico della Santa Sede, pastore e servitore del Vangelo, capace di leggere la storia con gli occhi della fede.
La convinzione che la Chiesa debba stare dentro la storia senza paura, dialogando con tutti e cercando sempre vie di incontro, è stata la direttrice principale del suo ministero. Silvestrini maturò questa visione durante il Concilio Vaticano II, vivendo in prima persona quel grande slancio che voleva aprire la Chiesa al rapporto con il mondo contemporaneo e alla costruzione della pace tra i popoli.
Il suo stile di servizio pastorale nasceva proprio da questa prospettiva. Non era un uomo dello scontro; non cercava la contrapposizione, bensì la comprensione delle persone e delle situazioni.
Mi sembra significativo sintetizzare quattro punti fondamentali che il Cardinale Pietro Parolin, in occasione dei 100 anni dalla nascita (online) di Silvestrini, evidenzia della sua opera diplomatica: la costruzione di soluzioni in assenza di elementi comuni (pensiamo all’umiltà di dialogare con chi non ha niente in comune con noi); la distinzione di diversi ambiti del contendere (pensiamo a quanto è importante dare il giusto nome alle cose, riconoscendo le questioni essenziali e quelle non prioritarie); capacità di lungimiranza (pensiamo allo “sguardo lungo”, alla prospettiva che deve guidare i processi decisionali); la necessità di accettare i limiti e gli intralci con fermezza (il tratto pasquale della realtà, che ci insegna che a partire dalla croce è possibile la vera vita). Questi quattro punti sono particolarmente attuali nel contesto odierno. Viviamo infatti in una società segnata da polarizzazioni, conflitti culturali e internazionali, difficoltà nel riconoscere il valore dell’altro.
Un altro aspetto particolarmente significativo riguarda il tema della pace. Nella sua attività internazionale, Silvestrini comprese che la pace non nasce semplicemente dall’equilibrio dei rapporti di forza, ma dal riconoscimento dei diritti fondamentali della persona. Per questo lavorò affinché la libertà religiosa fosse riconosciuta come uno dei principi essenziali della convivenza tra i popoli, contribuendo in modo decisivo al processo di Helsinki.
Anche oggi, mentre il mondo è segnato da guerre, tensioni geopolitiche e nuove forme di esclusione, questo insegnamento conserva tutta la sua forza e ci aiuta a leggere il presente con occhi nuovi.
Vi ringrazio per questa occasione che ci permette di riprendere in mano e di riscoprire l’importante servizio pastorale e diplomatico di questa figura della nostra Chiesa diocesana.
+ Michele, vescovo

