Buona sera a tutti! Un cordiale saluto al Sindaco Riccardo Graziani, alla giunta, alle autorità civili e militari. Ai preti, al diaconio, alle suore al gruppo AGESCI.
Cari amici, cari cittadini originari di Alfonsine e di adozione! Cari babbo e mamma, zii.
Grazie per questo momento di ringraziamento e preghiera per la mia ordinazione episcopale proprio qui, nel mio paese di origine.
Si potrebbero dire tante cose su di noi, ma permettiamo al Signore di entrare qui, questa sera, tra di noi e lasciamo parlare Lui. Egli vuole condividere con noi la Sua Parola e sicuramente ci vuole fare del beneAscoltiamolo come nostro compaesano, lo ascoltiamo come fossimo nell’angolo della piazza nel giorno di mercato, il lunedì, e lo lasciamo parlare.
Gesù passa e ci chiede: “come stai?” La risposta più frequente che si sente dire è: “sono stanco, ho tanto da fare, siamo sempre di corsa, ho l’ansia” – “A so strac; a so sempar d’corsa; acsè, sa vut mai!”: nella nostra lingua madre.
Non è un problema nuovo, lo hanno vissuto anche i discepoli e Gesù stesso se ne accorge, conosce queste risposte e rivolgendosi a loro diceva, e dice a noi ora: “venite a me, voi tutti che siete stanchi ed oppressi, ed io vi darò ristoro” (Mt 11, 28-29).
Quali sono le indicazioni di Gesù per vincere e vivere bene questa stanchezza, per vivere un vero relax?
Tre imperativi da parte di Gesù:
“Venite a me”. Cosa significa? È una cosa molto semplice e potremmo tradurla così: “vieni da me, parliamo un po’, beviamo qualcosa insieme”.
In sostanza Gesù propone una interruzione, una frattura del tempo, delle attività, della propria volontà di fare tutto, di finire di tutto…
Gesù non propone di diventare inconcludenti e fannulloni, ma di uscire dall’egocentrismo, cioè dalla prospettiva che non riesce a guardare oltre al proprio ombelico, ai propri progetti e alla risoluzione solo dei propri problemi perché, il “per se, e basta” è molto stancante.
Gesù, con questo imperativo ci invita ad alzare la testa e guardare gli altri, guardare Lui, per recuperare ciò che veramente è riposante: la gratuità delle relazioni, la non produttività immediata e “quantificabile” della relazione con Lui e con gli altri.
“Prendete il giogo”. Strumento ormai invisibile – se non in qualche casa appeso, lustrato con la coppale, ridotto ad ornamento, o dimenticato in un vecchio capanno – non sembra essere proprio l’attrezzo più idoneo ad un tempo di riposo e rilassamento.
Eppure, questa immagine cara a Gesù, intende rafforzare la necessaria relazione con gli altri e con Lui per vivere nel sollievo e comprenderne tutte le intrinseche dinamiche.
Giogo infatti significa unire, legare insieme, costruireuna relazione dove non viene negata la fatica perché, un giogo, resta sempre un giogo e bisogna portarlo insieme, bisogna prendere lo stesso passo, tirare dalla stessa parte. D’altronde, che relazioni sarebbero quelle dove nessuno vuole portare il peso, dove ognuno va dalla propria parte, dove uno corre e l’altro zoppica? Succede, certo, ma ben presto tutto diventa iper faticoso e la condanna inevitabile, non inflitta dagli altri ma da sé stessi, è la solitudine o la distruzione di uno dei due.
Non a caso Gesù come terzo imperativo dice “imparate da me” umiltà e mitezza. Di queste parole spesso abbiamo un’accezione quasi negativa. Umile e mite ci appare qualcuno quasi remissivo o passivo rispetto agli altri, non capace di stare tra quelli che possono fare la differenza nella storia.
Eppure, mitezza non è sottomissione, mitezza è atteggiamento e parola attiva che non conoscendo sosta, getta ponti, crea legami, ascolta e non parla con aggressività. La mitezza fa la differenza nella storia!
La mitezza è quella che manca ora a molti potenti del mondo che stanno stancando e sfinendo le popolazioni schiacciate dalla violenza. Questi potenti, – ma può succedere a tutti nelle relazioni molto prossime,quotidiane, familiari, amicali – non hanno il coraggio di uscire da sé stessi e dai propri obiettivi prendendo sul serio il “venite a me”! Non sanno prendere il giogo, lo tirano in testa agli altri o legano gli altri ad esso per trascinarli dove vogliono loro. Non sono miti. Ma senza mitezza, non c’è riposo, non c’è pace, non ci sono relazioni sane.
L’umiltà del cuore è quel dono, quella virtù che fa essere non aggressivi nelle parole e nei modi, perché chi è umile nel cuore sa che le cose non dipendono tutte da sé stesso e impara che ci si può fidare e si fida.
Se non ci si fida, ci si difende solamente, si accumulasmodatamente per paura del futuro, si sospetta, si preparano armi preventive. Ma questo ci sfinisce: non c’è nulla di più stancante che non aver fiducia negli altri e fede in Dio, per chi crede. Senza mitezza e umiltà del cuore, non basterebbero 11 mesi di ferie all’anno.
Cari tutti di Alfonsine, vi invito a prendere sul serio con me queste parole di Gesù: usciamo dai soli nostri punti di vista e dai progetti egoistici e guardiamo anche agli altri, ai loro bisogni. Prendiamo il giogo insieme, cioè lavoriamo in ogni ambito della vita per costruire un pezzo di storia e di mondo più umano. Alleniamoci nella mitezza e nell’umiltà per costruire legami che non schiaccino gli altri o noi stessi. Costruiamo relazioni affidabili! È il servizio di ogni uomo e donna che vive nella storia, è la missione dei cristiani che, in questo modo, anche senza troppe parole, fidandosi di Dio aumenteranno quel capitale umano di fiducia che èanche premessa dell’accoglienza di Dio e degli altri nella propria vita.
+ Michele, vescovo
