Skip to content

Gioco e disabilità: “inutili” risorse formative

Cosa succede quando le parole non bastano? E come può un semplice gioco da tavolo diventare il terreno su cui costruire una comunità dove nessuno resta indietro? Sono queste le domande che hanno guidato l’incontro formativo presso la Diocesi di Faenza-Modigliana, con gli interventi di Caterina Minardi e Gabriele Mari, dedicato a esplorare la disabilità non come un limite, ma come un’occasione per ripensare il nostro modo di educare.

 

Oltre le parole: la rivoluzione della CAA

Spesso ci sentiamo impotenti di fronte a chi non parla o sembra non comprendere. Caterina Minardi ha aperto l’incontro con una provocazione: ci ha immersi in un mare di simboli incomprensibili per farci provare lo spaesamento che vive quotidianamente chi ha una disabilità complessa.

La soluzione esiste e si chiama Comunicazione Aumentativa Alternativa (CAA). Non si tratta di una tecnica per specialisti, ma di un approccio che valorizza tutto ciò che già usiamo: gesti, mimica, disegni e supporti visivi. “La persona davanti a me, pur con disabilità gravi, è una persona che può comprendere ed esprimersi”, ha ricordato Minardi. Attraverso i pittogrammi — simboli che traducono i concetti in immagini — è possibile rendere accessibile a tutti anche la vita parrocchiale, dal catechismo alla messa, trasformando un “mare di parole” in un sentiero chiaro e accogliente.

 

Il gioco: una cosa seria per tutte le età

Il testimone è poi passato a Gabriele Mari, educatore e game designer, che ha ribaltato i pregiudizi sul gioco. “Il gioco non è una perdita di tempo, ma il primo motore dell’apprendimento”, ha spiegato. Il gioco strutturato, quello con le regole, è una vera palestra di vita: allena la memoria, insegna il rispetto degli altri e crea una relazione immediata “faccia a faccia”.

Il cuore del suo intervento ha riguardato la Teoria del Flusso: un’attività funziona solo se c’è equilibrio tra la sfida e l’abilità di chi la compie. Se un gioco è troppo difficile crea ansia, se è troppo facile annoia. Per l’educatore, la vera sfida dell’inclusione è saper modificare il gioco “qui e ora”, adattandolo alle persone che ha davanti.

 

Accessibilità o Personalizzazione?

Mari ha illustrato come rendere un gioco inclusivo attraverso due strategie:

  1. L’Accessibilità: semplificare per tutti (ad esempio sostituire i numeri di un dado con i colori).

  2. La Personalizzazione: fornire uno strumento specifico a chi ne ha bisogno (come un “righello magico” per chi ha difficoltà nel conteggio), permettendo agli altri di mantenere il livello di sfida originale.

L’obiettivo non è l’inclusione perfetta — che spesso è un concetto astratto — ma un’inclusione reale e contingente, basata sulla relazione. Anche la sconfitta diventa così un momento educativo: in un ambiente protetto come quello ludico, perdere non significa “fallire”, ma imparare cosa fare meglio la prossima volta.

 

Una rete di supporto: l’Ufficio Catechistico Disabili

A chiudere l’incontro, Sofia Leoni ha ricordato che gli educatori e i catechisti non sono soli in questo cammino. La Diocesi di Faenza offre un servizio dedicato proprio alla catechesi per le persone con disabilità. L’ufficio è a disposizione per creare materiali su misura, formare le parrocchie e, soprattutto, mettersi in ascolto delle famiglie, che sono il primo ponte per comprendere i bisogni dei ragazzi.

L’invito finale è chiaro: non dobbiamo aver paura di “sporcarci le mani” con la diversità. Che sia attraverso un mazzo di carte modificato o un libro di preghiere illustrato, l’importante è che la “Parola” arrivi a tutti, nessuno escluso.