Cattedrale, 3 aprile 2026.
Il brano del profeta Isaia (Is 52, 53-12) che abbiamo sentito ci invita a riflettere sulla Passione di Gesù, sull’amore incommensurabile dell’Amore di Dio per ciascuno di noi, per tutta l’umanità. Nello stesso tempo, ci fa comprendere quanto siano scandalosamente enormi la nostra cecità e il nostro essere anaffettivi e privi di empatia nei confronti del Signore Gesù: non riconoscendo il Servo sofferente non solo rifiutiamo il Figlio di Dio ma danneggiamo noi stessi, rinneghiamo la nostra identità di figli nel Figlio che si fa servo per amore. Perdiamo noi stessi, la gioia di vivere donandoci. Ci basta questo mondo che cresce nell’odio, non certo in un’età dell’oro come proclamano i guerrafondai.
Con la sua Passione, che termina con la morte e sfocia nella risurrezione, Gesù ci mostra che siamo fatti per la comunione con Dio, nostro Padre, per vivere sempre con Lui, per amare a ogni costo. Diventando uomo, accettando la morte, ci mostra che Egli condivide realmente tutto di noi. Non ci lascia da soli a lottare contro il male, l’ingiustizia, il peccato, le guerre fratricide. Egli, pur continuando noi a vivere con la nostra fragilità, ci rende più capaci di bene, di libertà, di fraternità e di pace, di gloria. A noi che, con Cristo diveniamo Cielo, Dio, è possibile percorrere la strada della vita con la potenza di quella verità sull’uomo e sul mondo che è contenuta nel mistero dell’Incarnazione e della Redenzione. A noi è data la possibilità di vivere l’assoluto umano che si realizza in Gesù, vero Uomo e vero Dio. Un popolo che rifiuta di sapere quale sia la propria verità, umana e divina, finisce perduto nei labirinti del tempo e della storia, privo di valori e di grandi scopi, incapace di costruire la pace, bene grande.
Se, come umanità diamo per scontato che il cristianesimo e i cristiani non debbano avere la libertà religiosa – secondo il rapporto “World Watch List” in questo stesso 2026, i cristiani perseguitati nel mondo sono saliti a 388 milioni -, se rimaniamo indifferenti di fronte all’uccisione di tanti bambini come ad Hamas e a Gaza, in Giordania e in Iran, accettiamo di fatto che i nostri fratelli, i popoli della terra, i più deboli, i più piccoli, non abbiano il diritto di vivere e di crescere secondo la misura alta dell’umanità che vive in Cristo.
Egli, ancora oggi continua ad essere crocifisso ed ucciso. Credenti che rinunciano ad incarnare il suo Vangelo nella vita, nelle relazioni e nelle istituzioni sociali, nelle culture, purtroppo è come se crocifiggessero il loro Maestro e vanificassero la sua forza di amare, nonché la sua salvezza, che è di ogni uomo, di tutto l’uomo.
I credenti che non praticano la loro fede non riconoscono Cristo nella loro vita e nei più piccoli, nei poveri, che sono sua carne. Se abbandonano con superficialità le loro comunità – secondo recenti statistiche per un nuovo credente che entra a far parte della comunità, ne escono 28 – rinunciano a crescere secondo la statura divina dei figli viventi nel Figlio.
La Passione, che Cristo continua a subire ancora oggi, gli è inflitta da coloro che abbandonando la comunità cristiana di fatto non lo amano più come Fratello, Figlio di Dio nel quale siamo e viviamo in forza del Battesimo e dei Sacramenti.
In questo pomeriggio della Passione di Gesù domandiamo, pertanto, perdono per la nostra ottusa ingratitudine nei confronti di Chi è stato trafitto per i nostri peccati (cf Is 52,13-53,12).
Riflettiamo sul dramma che con la nostra indifferenza provochiamo nello stesso Signore Gesù. Egli soffre sì per gli oltraggi, gli insulti ma soprattutto per il rifiuto del suo Amore, perché non lo vediamo presente nel povero, nel sofferente, nelle persone abbandonate, in coloro che le guerre uccidono o costringono a fuggire dalla loro casa.
Cerchiamo il volto di Gesù Crocifisso che tanto ci ha amati. Riconosciamo Colui che abbiamo trafitto. Diciamogli: Gesù mio, abbi pietà di me, perdonami, perdonaci. Aiutaci a fare del mondo una «casa di pace» per tutti.
+ Mario Toso
