Bagnacavallo, Chiesa di san Giovanni, 28 marzo 2026.
Cari giovani, questa sera siete chiamati a donarvi più consapevolmente a Gesù crocifisso, a vivere Cristo, Cristo crocifisso e Risorto, sempre veniente in noi, nelle nostre vite, nelle nostre Comunità ed associazioni.
Non siete chiamati a donarvi a Cristo crocifisso come a un oggetto di venerazione e di culto, come quello che troviamo nelle nostre chiese o a casa nostra. Siamo chiamati a donarci a Chi il crocifisso di legno, appeso alle pareti o posto sugli altari, indica, cioè a Gesù come Persona, che è viva, che ci ha amato e ci ama. Gesù vive in Dio, in noi, dentro i nostri cuori. Nessuno è felice come chi sa di essere amato, scriveva la poetessa Alda Merini.[1]
Ricevere il Crocifisso questa sera dal vescovo equivale non tanto a un atto formale ed esteriore. È, invece, in ultima analisi, dire «sì Signore, Ti amo», con più determinazione. È dire a noi stessi e alla comunità: «rispondo al tuo dono e mi dono a te, Figlio di Dio, nel quale siamo e viviamo». Noi, grazie al Battesimo, siamo inseriti come i tralci nella vite, che è Gesù. Viviamo Cristo, come soleva scrivere e dire san Paolo.
Accogliendo il Crocifisso, questa sera, con i vostri coetanei e coetanee, vi donate davanti alla comunità a Lui con amore. Volete rispondere all’ Amore di Chi è venuto ad abitare in noi, in voi, con amore, specie con il suo Spirito d’amore, effuso dall’alto della Croce. Gesù dalla Croce effonde su di noi il suo Spirito d’amore. Noi vivremo, – se lo vogliamo, evidentemente -, del suo Amore, nel suo Amore, ovunque: a casa, a scuola, nello sport, nel gruppo di amicizia. Non vivremo da soli, non saremo soli. Non saremo da soli o con l’intelligenza artificiale a cercarlo, a volere il bene (che può costarci!), a perdonare, a costruire una rete di fraternità, a vivere con empatia (sentendo che gli altri ci appartengono, che sono carne di Cristo), ad aiutare chi va affiancato ed accompagnato perché si scoraggia, a prenderci cura dei nostri genitori, dei nonni, dei piccoli, del nostro quartiere, del creato, del giardino della terra in cui siamo posti, della pace. Vivremo in Lui, con Lui, per Lui. Per chi è innamorato, ma anche di più, non ci possono essere spazi e tempo per distrarsi, per voltare da un’altra parte lo sguardo. Si agisce contemplandolo, portandolo nel cuore.
Noi Chiesa, qui riunita, non facciamo proselitismo. La Chiesa si sviluppa, piuttosto, per “attrazione”: come Cristo, “attira tutti a sé”, con la forza del suo amore, culminato nel sacrificio della Croce. La nostra comunità ecclesiale, questa sera, compie la sua missione nella misura in cui, associata a Cristo, consegnandovi la croce, vi dona, vi affida, un’altra volta, l’Amore di Cristo, la sua Carità.
Presbiteri, animatori e vescovo, vi invitiamo a concentrarvi sulla forza di attrazione dell’Amore di Gesù: tale forza è, proprio, la Charis, è l’Agape, è l’Amore di Dio che si è incarnato in Gesù Cristo e mediante lo Spirito Santo è donato alla sua Chiesa per santificare ogni credente, l’opera di evangelizzazione, di catechesi, del servizio agli altri e alla società. In effetti, non è la Chiesa che attrae, ma Cristo. E se un cristiano o una comunità ecclesiale attrae è perché, attraverso l’annuncio e la vita sacramentale, arriva a chi accoglie la linfa vitale della Carità che sgorga dal Cuore del Salvatore.
San Paolo scrive: «Caritas Christi urget nos» (2Cor 5,14). Il verbo sunechei dice che l’amore di Cristo ci spinge in quanto ci possiede, ci avvolge, ci avvince. Ecco la forza che attrae tutti a Cristo, come Lui stesso profetizzò: «Io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Nella misura in cui ci amiamo gli uni gli altri, come Cristo ci ha amato, noi siamo suoi, siamo la sua comunità, e Lui può continuare ad attirare attraverso di noi. Infatti, solo l’amore è credibile, solo l’amore è degno di fede.
L’unità attrae, la divisione disperde, allontana.
Cari giovani, care giovani, questa sera fate un ulteriore passo verso Gesù. Ponete il vostro cuore più vicino e più in sintonia con il Cuore di Gesù. Cari fratelli e sorelle, non dimentichiamo che il Crocifisso è Colui che siede sul trono della Croce. È lì che regna amando, perdonando, riconciliando tutti, formando un’unica grande famiglia tra tutti i popoli. È lì che Lui si impegna e si mostra come profeta e testimone di una pace disarmata e disarmante (cf CEI, Educare a una pace disarmata e disarmante. Nota pastorale, Edizioni San Paolo, Milano 2026).
Guardate spesso al Crocifisso, tenetelo stretto, baciatelo, mostrategli affetto, come facevano i santi che sono raffigurati nei quadri che abbiamo nelle nostre parrocchie, mentre poggiano la loro guancia sulla Croce, mentre la baciano, mentre la coccolano, stanno vicini ad essa: come la Madre di Dio, san Francesco d’Assisi e i suoi frati, san Carlo Borromeo, santa Benedetta della Croce o Edith Stein, san Padre Pio da Pietrelcina.
Vi ho citato santa Benedetta della Croce, una grande santa, la santa che ha insegnato l’empatia e l’ha anche coltivata nei confronti del Crocifisso. Ebrea, convertita al cristianesimo, monaca del Carmelo, filosofa, allieva del fenomenologo E. Husserl. Venne deportata nel campo di concentramento di Auschwitz, in Polonia, dove è uccisa nella camera a gas. Lei soleva scrivere che la scienza più grande è vissuta da Cristo Crocifisso, perché sulla croce ha fatto di sé un dono totale, allo stato puro. Chi coltiva l’amore di Cristo Crocifisso vive la massima Sapienza, la scienza del vivere bene, come l’ha vissuta il Figlio di Dio in mezzo a noi.
Il più grande dei discepoli di Gesù è colui che sta in mezzo agli uomini non come uno che domina, spadroneggia, ma come uno che serve: «Io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22, 27).
Gesù propone un modo di pensare e di agire rivoluzionario:
- Perché capovolge i rapporti tra il Maestro e i discepoli. Nel giudaismo i discepoli lavavano i piedi al loro maestro;
- Nella lavanda dei piedi, che noi leggeremo il Giovedì Santo, vediamo il Figlio di Dio che serve i suoi discepoli, le sue creature, abbassandosi, facendosi come uno schiavo, come colui che non si apparteneva e non aveva nessuna dignità e non contava nulla nella società, lavando i piedi degli apostoli, svolgendo un lavoro umile;
- Perché ci fa capire che il servire, come il prenderci cura degli altri sino a perdere sé stessi, è divino, più che esercitare il potere, il comando. Per Gesù lo stesso essere costituiti in autorità significa essere chiamati a servire!
Chi riceve il crocifisso è chiamato ad apprendere che, come il Figlio di Dio che si fa prossimo a chi ha bisogno, anch’egli è chiamato ad abbassarsi per essere vicino ai propri fratelli e sorelle, per spendere la propria vita per loro, specie per i più poveri. Ma, come ci ha insegnato don Oreste Benzi, per amare meglio i poveri occorre amare sopra ogni cosa e ogni persona, Gesù Cristo stesso.
+ Mario Toso
[1] “Nessuno è felice come chi sa di esser amato” è una frase di quelle che colpiscono subito. Ha una semplicità disarmante, ma dentro contiene un pensiero profondo, quasi universale. Merini non parla di una felicità rumorosa, esibita o legata ai successi esteriori. Parla di una felicità più intima, silenziosa, che nasce quando una persona sente di avere un posto nel cuore di qualcuno.








