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Alberto Marvelli. La speranza che si fa scelta di impegnarsi per tutti. La spiritualità di un laico cattolico

Rimini, 21 maggio 2026.

 

  1. La carità politica come scelta di vita di impegnarsi per la speranza, per il bene comune

Alberto Marvelli, specie nell’ultima parte della sua esistenza ha vissuto la speranza cristiana come un impegno di servizio a tutti mediante la carità politica. Egli è ben cosciente che la speranza che abita in lui e di cui è portatrice la comunità cristiana nel mondo, nasce dall’amore e si fonda sull’amore che scaturisce dal Cuore di Gesù inchiodato sulla croce.

Il cristiano riconosce che la speranza che vive non illude e non delude perché è radicata nella certezza che niente e nessuno può mai separarlo dall’amore di Cristo. Nella Bolla di indizione del Giubileo ordinario dell’anno 2025 dedicato alla Speranza, Spes non confundit, non a caso si legge il brano della Lettera ai Romani: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? […] Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8, 35.37-39). Ecco perché questa speranza non cede nelle difficoltà: essa si fonda sulla fede ed è nutrita dalla carità, e così permette di andare avanti nella vita. Sant’Agostino scrive in proposito: «In qualunque genere di vita, non si vive senza queste tre propensioni dell’anima: credere, sperare, amare».[1]

Alberto, come si ricava dal suo Diario, intorno ai 15 anni, compì un salto di qualità nella sua vita spirituale. La ragione di ciò è stata un’intuizione profonda. Guardando a Cristo in croce comprese l’amore di Dio per lui. E, inoltre, capì come la sua vita di cristiano doveva essere una risposta d’amore a Cristo crocifisso: «Gesù io tendo a Te, voglio vivere per te, morire per Te, patire e soffrire per Te, come Te».[2] Cristo dalla croce gli ha parlato nell’intimo e lo ha invitato ad immedesimarsi con la sua vita fatta di un amore supremo, di dono totale al Padre e all’umanità.

Il cammino spirituale della vita interiore di Alberto da quel momento si intensificò specie dopo la morte del babbo e si condensò in questo proposito: voglio essere tutto di Gesù, tutto suo. Sempre amare e, quindi, tutto soffrire. Chi ama anche soffre! L’amore comporta sofferenza. Fare della propria vita un costante atto di amore a Cristo significa vivere uniti a Cristo sofferente. In questo modo Alberto decide, con l’ausilio di coloro che lo accompagnano spiritualmente, di avviarsi sulla via della perfezione, attraverso una donazione incessante al Signore Gesù.

Fin da giovane Alberto comprese che la sua vita poteva essere gioiosa e ricca di speranza se vita unita all’amore di Cristo, se vita permeata da un amore che sospinge al dono totale di sé stessi, sino alle ultime conseguenze, come mostrò Gesù Cristo sulla croce. Alberto comprese che il compito del credente non si riduceva alla preghiera in sé stessa, ma diveniva preghiera che si traduceva in azione animata dall’amore che si fa dono e soffre, in azione contemplativa di Cristo crocifisso.[3] La spiritualità del laico cattolico si incarna, si concretizza, nell’impegno di partecipare alla costruzione del Regno di Dio, vivendo l’amore di Cristo: nella famiglia, nel lavoro, nella cultura, nella società, nella politica. A questo san Giovanni Paolo II ha fatto riferimento parlando di Alberto Marvelli il giorno della sua beatificazione, assieme ad altri beati. Ossia, al fatto che il beato Alberto ha vissuto, tra l’altro, un impegno politico animato dalla carità, come modalità di partecipazione alla realizzazione del Regno di Dio. Questo non è l’equivalente di un regno terreno come le monarchie, come gli Stati teocratici e totalitari, bensì è animare gli ambiti di vita con l’amore di Cristo, rispettandone l’autonomia, la laicità, come è previsto nel disegno di Dio. Cristo stesso disse: «Rendete, dunque, a Cesare quello che è di Cesare, ma a Dio quello che è di Dio» (Mt 22, 21).

 

  1. Vita di carità nell’impegno sociale e politico, incentrato nell’Eucaristia: preghiera, azione e sacrificio

Alberto intraprese l’impegno politico non immediatamente, ma dopo essersi laureato a Bologna in ingegneria meccanica, dopo aver prestato servizio militare presso il 5° Centro Automobilistico, in qualità di allievo ufficiale. In seguito, lavorò, sia pure per poco tempo, alla Fiat di Torino. Nel marzo 1943 venne richiamato alle armi, come sergente, nella caserma di Dosson, vicino a Treviso. Il 1943 è un anno decisivo per l’Italia e per il mondo intero: è l’anno della caduta del fascismo e dell’occupazione tedesca del suolo italiano. Il primo novembre 1943 Rimini viene colpita dal primo bombardamento da parte degli aerei inglesi. È l’inizio di una distruzione che durerà sino al 21 settembre 1944, con 396 incursioni aeree sia da parte degli alleati sia da parte dei tedeschi. La città è distrutta all’82%. La gente in gran parte sfolla dalla città. Alberto, dopo aver sistemato la sua famiglia a Vergiano, moltiplica la sua attività di solidarietà e di carità nei confronti degli sfollati ma anche dopo ogni bombardamento. Era il primo a soccorrere feriti, incoraggiare i superstiti, assistere i moribondi, sottrarre alle macerie quelli che erano rimasti bloccati o sepolti vivi.

«Ma bisognava fare ancora di più – si legge nella breve ma intensa biografia edita in più di un milione di copie nel 2004, l’anno della beatificazione -».[4]Alberto cominciò a visitare contadini e negozianti. Comperava ogni genere di viveri, poi con la sua bicicletta carica di sporte andava dove sapeva che c’era fame, malattia bisogno. Il suo impegno di carità non lo distoglieva dal pregare il rosario e ogni giorno si accostava alla santa Comunione.

Quando si insedia la prima giunta del Comitato di liberazione, Alberto è fra gli assessori. Non è iscritto a nessun partito. È il più giovane. Ha solo 26 anni. La concretezza nell’affrontare i problemi, il coraggio nelle situazioni difficili, la disponibilità senza limiti – il suo motto era «servire è migliore del farsi servire: Gesù serve» –[5] lo rendono popolare. Gli affidano i compiti più difficili ed impegnativi: l’Ufficio Alloggi e Ricostruzioni, la locale sezione del Genio Civile. Il prefetto lo nomina Commissario per la sistemazione del fiume Marecchia e presidente della locale sezione Montecatini. Fonda la cooperativa edile riminese, per dare lavoro ai molti disoccupati. Riprende anche l’insegnamento all’Istituto tecnico e un’intensa attività caritativa verso tutti i poveri e i diseredati.

Impegnato nel difficile compito della ricostruzione della città fu rimproverato di non dedicarsi altrettanto ad attività ecclesiali. Alberto era convinto che per un laico si può, in particolare, realizzare la santità proprio nell’impegno col mondo, nel lavoro, nella professione, nella famiglia, nello studio, nella politica, specie se si agisce ispirati dal Vangelo, con l’amore di Cristo, servendo come Lui ha servito il Padre e l’umanità.

È importante sottolineare come per Alberto l’azione scaturisce dal mondo interiore, da una spiritualità che si traduce in azione, che si incarna. La sua preghiera diventa azione. Diventa attività in cui c’è unità profonda tra preghiera e azione.

 

  1. La carità politica

L’impegno politico per Alberto fu quello di una fede che si incarna anche, e in maniera alta, nell’ambito del bene comune, luogo in cui, a motivo della guerra, bisognava servire con più amore. Ciò era un dato acquisito, un fatto naturale, entro l’ambiente dell’AC. Questa, in cui Alberto era attivo e responsabile, non aveva trascurato di preparare i giovani alla «grande politica», ossia a quell’azione comunitaria che realizza il bene comune, il bene di tutti. La santità, ossia una vita colma di amore per Dio e per il prossimo, per la polis, come si concretizza nella famiglia, nel lavoro, nella cooperazione, nelle istituzioni, si allarga, naturalmente, all’ambito più vasto dell’amore.

L’attività politica poteva e doveva diventare l’espressione più alta della fede vissuta. Alberto, assieme alla maggioranza dei giovani cattolici, aveva ben presenti le parole di Pio XI, il quale, già il 18 dicembre 1927, disse che «il campo politico è il campo di una carità più vasta, la carità politica».[6]

Quando a Rimini rinascono i partiti, su invito di Benigno Zaccagnini, altro romagnolo, nato a Faenza, Alberto accetta di iscriversi alla Democrazia cristiananell’anno 1945. Fu l’anno in cui lo stesso vescovo di Rimini, S. Ecc. Mons. Luigi Santa, chiamò Alberto a dirigere i Laureati Cattolici, presso i quali impostò il programma formativo su due pilastri portanti, indispensabili per formare la coscienza cristiana dei credenti: carità e cultura.[7] Un binomio di estrema attualità anche per noi oggi, in cui la politica dispone di poche persone veramente preparate e, purtroppo, di parecchi analfabeti funzionali, sia dal punto di vista cristiano sia dal punto di vista politico.[8]

Zaccagnini non era uno sconosciuto nell’ambiente cattolico riminese ove partecipò a vari incontri formativi e di carattere politico. Era una personalità di primo piano. Diventerà Segretario della DC, rispettato e apprezzato anche dagli avversari, come dimostrano le lettere inviategli dalla Presidente della Camera dei deputati Nilde Iotti.[9]

Anche Alberto Marvelli, cresciuto al pari di Benigno Zaccagni nel grembo della FUCI, si era formato come politico dell’oltre e della speranza. I cattolici erano convinti che la propria fede – accolta, celebrata, testimoniata – rafforzava sempre più l’appartenenza primaria a Cristo risorto e al suo Regno, rispetto ad altre appartenenze, reali sì, ma non di valenza ultima per il proprio destino umano e trascendente.

La Trascendenza di Dio, alla quale riconoscevano il primato, consentiva ai politici cristiani di poter dire, sulle orme di don Mazzolari, di non aver altri padroni all’infuori di Dio stesso.[10] Di qui i credenti desumevano il senso della propria libertà e di una limpida laicità cristiana.  Di qui ricavavano la novità e la fecondità del loro pensiero politico e, quindi, la loro capacità di innovare una politica sclerotizzata e subalterna a nuove idolatrie e ideologie. Lavorando «in grazia di Dio», ovvero in comunione con Dio, non ci potevano essere interessi particolaristici, né false ambizioni, né ricerca di tornaconti personali. C’era solo la consapevolezza che bisognava costruire il futuro del popolo italiano, servendo il bene comune della Nazione.

Alberto si sentiva in sintonia con la spiritualità che veniva proposta nel 1942 dal presidente nazionale dell’AC Luigi Gedda, il quale aveva dato vita alla Società operaia. Il punto centrale di tale spiritualità stava nelle parole pronunciate da Gesù nel Getsemani: «Padre non la mia, ma la tua volontà sia fatta». Entra, dunque, a far parte della Società Operaia il 2 gennaio 1946. L’adesione convinta alla spiritualità getsemanica, nel suo ultimo anno di vita, è quasi presagio della sua salita in croce con Cristo, atto culminante di un dono totale ed estremo, mediante una tragica morte.

Sabato 5 ottobre 1946, vigilia delle elezioni amministrative, esce di casa in bicicletta per recarsi ad un comizio elettorale. Ne ha già tenuto uno prima di cena. È poi andato alla chiesa di Santa Croce per l’adorazione eucaristica. Alberto percorre il viale Regina Elena, e, a duecento metri dalla sua casa, un autocarro alleato urta violentemente la bicicletta e scaraventa Alberto contro il muro di un giardino. Alberto viene portato alla vicina Casa di Cura. Muore dopo due ore di agonia, con la madre e i due fratelli minori accanto. Tutta la notte fu vegliato dagli amici. Piangevano e pregavano. Il funerale fu un trionfo. La bara fu portata a spalle dagli amici dalla chiesa al cimitero. Con un corteo che si snodava per tre chilometri. C’era tutta Rimini: dal vecchio sindaco socialista, ai politici, agli amministratori, ai conoscenti, ai poveri che egli aiutava. Fu sepolto al cimitero di Rimini. Una semplice lapide portava la scritta: Alberto Marvelli: operaio di Cristo.

Come ebbe modo di affermare Benigno Zaccagnini, la sua fama di santità era già diffusa fra quanti lo conoscevano quand’era ancora vivente.

Venne beatificato il 5 settembre 2004, a Loreto, da Giovanni Paolo II, assieme allo spagnolo Pietro Torres e all’italiana Pina Suriana.

  1. I cattolici dopo la Settimana sociale dei cattolici vissuta due anni fa a Trieste (3-7 luglio 2024).

Incontrando la figura del beato Alberto Marvelli e, assieme, quella di Benigno Zaccagnini, che ebbe responsabilità politiche più alte a livello partitico, ci si è potuti confrontare con due figure alquanto significative di credenti che hanno fatto del loro impegno a servizio del bene comune un atto costante d’amore. La politica, prima del partito, era per loro l’estrema conseguenza della carità socialee strumento di verità. Troviamo in questi due fulgidi protagonisti, anticipati nel loro pensiero e nella loro esperienza politica, i contenuti essenziali dell’enciclica sociale di Papa Francesco Fratelli tutti. In questa si legge: «“La carità sociale ci fa amare il bene comune e fa cercare effettivamente il bene di tutte le persone, considerate non solo individualmente, ma anche nella dimensione sociale che le unisce”».[11] Nel paragrafo successivo si specifica: «L’amore sociale è una “forza capace di suscitare nuove vie per affrontare i problemi del mondo d’oggi e per rinnovare profondamente dall’interno strutture, organizzazioni sociali, ordinamenti giuridici”».[12] Proprio il suo rapporto con la verità favorisce nella carità il suo universalismo e così la preserva dall’essere relegata in un ambito ristretto e privato di relazioni.[13] La carità politica si esprime nell’apertura a tutti.[14]

Dopo il tempo dei grandi partiti di massa, dopo la fine ingloriosa della Democrazia cristiana, dopo il prevalere dell’ideologia della diaspora dei cattolici, secondo la quale non è specifico, o strettamente cogente, per i cattolici il collegamento tra fede e impegno politico, tra ispirazione cristiana e politica, tra Dottrina sociale della Chiesa e umanizzazione della polis, resta aperto il problema se coloro dei cattolici che si impegnano in politica non abbiano bisogno della loro fede. Cosa davvero inammissibile sia per il beato Alberto Marvelli sia per Benigno Zaccagnini.

Rispetto al suddetto nucleo di questioni sembra che per non pochi, nel mondo cattolico, non vi sia l’urgenza di affrontarle con decisione e lucidità. E si possa continuare a militare tranquillamente nei partiti senza chiarire la connessione fra fede e politica.  A conti fatti, si lascia inevasa la questione dell’impoverimento motivazionale dell’impegno politico del cattolico. Si dà maggior rilevanza all’appartenenza ai partiti, rispetto all’essere credente.[15] Come ha sottolineato lo stesso Papa Francesco in un suo discorso a un gruppo della Pontificia Commissione per l’America Latina: «Essere cattolico nella politica non significa essere una recluta di qualche gruppo, organizzazione o partito, bensì vivere dentro un’amicizia, dentro una comunità. Se tu, nel formarti nella Dottrina sociale della Chiesa, non scopri nel tuo cuore il bisogno di appartenere a una comunità di discepolato missionario veramente ecclesiale, in cui puoi vivere l’esperienza di essere amato da Dio, puoi correre il rischio di lanciarti un po’ da solo nelle sfide del potere, delle strategie, dell’azione, e finire nel migliore dei casi con un buon posto politico, ma solo, triste e con il rischio di essere manipolato». Circa la presunzione che per essere un buon politico non sia necessario essere cristiano, papa Francesco, citando san Oscar Romero, ha così continuato «[…] il cristiano che si mette in politica ha l’obbligo di professare la propria fede. E se così facendo nascesse in questo campo un conflitto tra la lealtà alla sua fede e la lealtà all’organizzazione, il cristiano vero deve preferire la sua fede e dimostrare che la sua lotta per la giustizia è per la giustizia del Regno di Dio, e non per un’altra giustizia».[16]

Orbene, dopo la Settimana sociale dei cattolici a Trieste (3-7 luglio 2024), dopo la recente riunione degli ex DC nel salone delle Colonne all’Eur a Roma (29 marzo 2026) per celebrare il cinquantesimo anniversario del Congresso della DC che elesse Benigno Zaccagni segretario, riusciranno i cattolici a convergere nel riconoscimento del primato dello spirituale sulla politica partitica? Riusciranno a trarre tutte le conseguenze del loro essere cristiano sul piano della loro azione politica e progettuale? Accetteranno l’imprescindibilità, in vista di un pensiero sapienziale e di rinnovate sintesi culturali alte, dell’Insegnamento o dottrina o magistero sociale della Chiesa,[17] definito da san Giovanni Paolo II parte essenziale e, quindi, non facoltativa, dell’evangelizzazione e dell’umanizzazione del sociale, superandone erronee interpretazioni meramente deduttivistiche o ideologiche?

Non raramente non pochi cattolici, che militano in diversi partiti, si servono della DSC come se fosse un self-service, ossia come un supermercato in cui si entra e si selezionano alcuni prodotti, giudicati più conformi ai propri punti di vista, mentre se ne rifiutano altri, considerati meno validi o meno rispondenti al quadro ideologico del proprio partito. Ciò si è anche ripetuto all’interno di quei gruppi che, durante e dopo la Settimana sociale dei cattolici in Italia, svoltasi a Trieste, si sono riproposti di formare nuove cordate per un rinnovato impegno politico, appellandosi sì alla DSC, ma utilizzandola parzialmente, valorizzando solo alcuni temi, tralasciando quelli che non erano considerati omogenei con le logiche delle scelte del partito.

Ciò che, in ultima analisi, vanifica la ricchezza ispiratrice e progettuale della DSC è il fatto di posporla al partito in cui si è scelto di militare, assegnando di fatto il primato non all’esperienza credente in Cristo, al Vangelo, ma alla propria appartenenza partitica. Qualcosa di simile sembra essersi verificato nell’incontro di un gruppo di cattolici a Milano, dopo Trieste. Lì, a detta degli stessi partecipanti, afferenti al PD o del PD, la DSC sembra sia stata piuttosto lasciata da parte per concentrarsi, invece, sul tema, ritenuto più urgente, del riposizionamento dei cattolici rispetto alla linea politica espressa dalla Segretaria Elly Schlein. Con ciò è stata probabilmente persa un’importante occasione, quella dell’analisi e della riformulazione dei contenuti politici del partito alla luce della DSC, specie in vista di poter offrire un apporto significativo da parte dei cattolici non in quanto cristiani, ma da cristiani, rispetto ai grandi problemi della società contemporanea, sia sul piano europeo sia sul piano mondiale.[18]

Ciò ha dato l’impressione, presso non pochi che, per i cattolici impegnati in politica, non si diano reali congiunzioni con la loro vita in Cristo, con le radici della loro esperienza credente del mistero intero di Cristo, vissuto non solo sul piano liturgico ma anche nella vita quotidiana: la fede va tradotta e concretizzata nell’impegno sociale, nella storia. Il cristianesimo, come ha sottolineato recentemente papa Leone XIV, non si riduce ad una semplice devozione privata, perché implica anche un modo di vivere in società improntato all’amore di Dio e del prossimo che, in Cristo, non è più un nemico ma un fratello.[19] Non c’è, per conseguenza, separazione nella personalità di un personaggio pubblico, spiega il pontefice ad un gruppo di rappresentanti politici: non c’è da una parte l’uomo politico e dall’altra il cristiano. C’è l’uomo politico che, mosso dalla Carità di Cristo, animato dalla propria coscienza, vive cristianamente i propri impegni e le proprie responsabilità.[20]  Una posizione che sia per Alberto Marvelli sia per Benigno Zaccagnini era ben chiara anni prima. E che presuppone che si assegni il primato a Dio rispetto ad ogni partito in cui si milita. La Trascendenza di Dio, alla quale si riconosce il primato, consente ai politici cristiani di poter dire, sulle orme di don Mazzolari, di non aver altri padroni all’infuori di Dio stesso.[21]Secondo il beato Alberto Marvelli occorre, allora, «far comprendere che è necessario tornare a Dio, al Vangelo, che è indispensabile ascoltare la voce del Papa, che è quella stessa di Dio. Bisogna fondare il diritto nazionale ed internazionale su basi cristiane. Il Vangelo e le Encicliche pontificie devono essere la norma di vita non solo dei singoli, ma dei popoli, delle nazioni, dei governi, del mondo».[22] Come fece Alberto Marvelli nel 1941, all’inizio della Seconda guerra mondiale, diventa per noi oggi necessario riconoscere, rispetto alla terza guerra mondiale a pezzi, che l’umanità appare senza lo spirito di carità. Si finisce per odiarsi come nemici invece di amarsi come fratelli, tutti redenti da Cristo, scriveva Alberto nel suo Diario. «Tutti gli uomini parlano di pace, desiderano la pace, ma pochi sono quelli che, come il Papa (Pio XII), lavorano per essa, per mantenerla, per farla ritornare».[23]

Diventa, per conseguenza, ancora una volta, inevitabile porsi l’interrogativo: davvero il nesso tra la fede e la vita politica non suscita l’impulso incomprimibile ad una rivoluzione d’amore rispetto all’esistente, peraltro bisognoso di profonde trasformazioni e riforme? E ciò con riferimento a tutte le realtà umane. La salvezza, che Gesù Cristo ha ottenuto con la sua morte e la sua risurrezione, racchiude, infatti, tutte le dimensioni della vita umana, la salute, la comunicazione, l’educazione, la politica, la cultura, l’IA.

Ecco un punto cruciale per i credenti rispetto alla DSC. Questa diviene strumento di una nuova società, di una nuova politica e di una nuova democraziase suscita un discernimento continuo che coinvolge, con il riferimento al Verbo che si fa carne, i vari soggetti ecclesiali, anche i credenti impegnati in politica o nella famiglia, nelle imprese e nella società civile. L’esperienza credente del mistero totale della redenzione di Cristo sostiene le coscienze dei battezzati, dei cresimati e degli eucaristizzati con un Amore pieno di verità, da viversi con riferimento alle sfide della pace, della cura dell’ecologia integrale, della legalità, del superamento della corruzione, dell’animazione etica dell’intelligenza artificiale, del rinnovamento della democrazia.[24] Non solo le «inquieta» ma, simultaneamente, le rende capaci di quella profezia che declina nella cultura contemporanea ciò che è specifico del cristianesimo, in modo che si presenti ragionevole e praticabile anche per chi non crede.[25]

Solo a partire dal riconoscimento del primato della fede cristiana potrà derivare il rinascimento dell’impegno politico e partitico dei cattolici, quale si è sperato nella Settimana sociale dei cattolici vissuta due anni fa a Trieste (3-7 luglio 2024).

Secondo Luigi Sturzo e, successivamente, Giuseppe Dossetti, il partito deve rimanere sempre uno strumento rispetto ai valori e non assurgere mai a fonte di essi.[26]

Quando il potere politico non strumentalizza la fede, la propria religione, il nome stesso di Dio, come nel caso del Trumpismo, ponendoli a servizio di una politica di potenza, imperialistica;[27] quando l’impegno politico non assume il primato rispetto all’esperienza religiosa e all’ispirazione etica, e non trascina ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso,[28]  la politica – la «grande politica» come la definiva il beato Marvelli –  e la democrazia, possono tenere viva la loro anima etica e continuare il loro percorso di civiltà, entro i vari contesti sociali e culturali, tenendo sempre fermi i principi dell’Amore pieno di verità, della dignità della persona, della fraternità, e del bene comune.

+ Mario Toso

 

[1] Francesco, Spes non confundit, n. 3.

[2] A. Marvelli, Diario e lettere. La spiritualità di un laico cattolico, a cura di Fausto Lanfranchi, Prefazione di Giuseppe Gervasio, p. 49.

[3] La matrice della formazione umana, apostolica, spirituale di Alberto è salesiana.

[4] Centro Studi Marvelli, Beato Alberto Marvelli. «L’amore non è mai riposo». Il cammino spirituale di un laico cattolico, il Ponte Edizioni, Rimini 2014,

[5] Cf ib., p. 22.

[6] PIO XI, Discorso alla Federazione Universitaria Cattolica Italia (18 dicembre 1927) in «L’Osservatore Romano (23 dicembre 1927), p. 3.

[7] Cf E. Preziosi, Carità e politica in Alberto Marvelli, in AA. VV., Alberto Marvelli. Fedeltà a Dio, fedeltà alla storia, a cura di R. Di Ceglie-N. Valentini, Messaggero, Padova 2004, p. 126.

[8] Cf documento preparatorio della 50a settimana sociale dei cattolici in italia. Al cuore della democrazia#PartecipareTraStoriaeFuturo, Trieste (3-7 luglio 2024), p. 24.

[9] Cf   Zaccagnini, il seme buono della politica, a cura di Aldo Preda e di Carlo Zaccagnini, Studium, Roma 2025, pp. 40-41.

[10] Cf R. Prodi, La passione per la democrazia, in A. Preda-C. Zaccagnini (a cura di), Zaccagnini il seme buono della politica, Studium, Roma 2025, p. 15.

[11] Francesco, Fratelli tutti (=FT), n. 182.

[12] FT, n. 183.

[13] Cf FT, n. 184.

[14] Cf FT, n. 190.

[15] Su queste tematiche può tornare utile il saggio di M. Toso, Cattolici e politica. In un tempo di cambiamento epocale, Prefazione di Stefano Zamagni, Società Cooperativa Sociale Frate Jacopa, Roma 2019.

[16] Francesco, Discorso a un gruppo della Pontificia Commissione per l’America Latina (Sala del Concistoro: lunedì, 4 marzo 2019).

[17] DSC e ISC e MS, ovvero Dottrina sociale della Chiesa, Insegnamento sociale e Magistero sociale, sono tre espressioni per indicare una stessa realtà, ossia un insieme piuttosto coerente di principi di riflessione (ad es. l’uomo è ad immagine di Dio), di criteri di giudizio (ad es. l’uomo ha il primato sul lavoro) e di orientamenti pratici (ad es. riformare le ingiuste strutture). Con l’espressione DSC si intende indicarne di più la natura teorica e l’organicità dei contenuti dottrinali. Con l’espressione IS si intende abitualmente sottolinearne l’aspetto più induttivo e storico, pratico e dinamico. Con l’espressione MS si intende indicare la stessa realtà con riferimento al soggetto promulgatore (Concilio, pontefici, Conferenze episcopali).

Proprio perché ogni espressione viene a riferirsi ad una medesima realtà, e proprio perché ognuna di esse ne evidenzia maggiormente una dimensione, è chiaro che quando si impiega per es. l’espressione DSC, questa non comprende solo gli aspetti teorici, escludendo quelli pratici e contingenti. Va, poi, tenuto presente che, siccome l’espressione DSC era impiegata anche prima del Concilio Vaticano II, quando le encicliche sociali approcciavano i problemi con un metodo prevalentemente (non esclusivamente) deduttivo, oggi, passati specie con san Paolo VI ad un metodo più induttivo (non esclusivamente) e storico, non la si può più usare solo secondo il suo significato preconciliare.

Analogamente impiegando l’espressione IS, che si riferisce prevalentemente agli elementi pratici, dinamici, storici, ad un metodo induttivo, bisognerà non dimenticare gli aspetti dottrinali permanenti, peraltro soggetti ad approfondimenti e riletture. Parimenti, bisognerà rammentare che il metodo deduttivo del precedente MS non è stato soppiantato da quello induttivo. Esso non è disgiungibile da quest’ultimo. Prevale o diviene secondario, a seconda dei contesti, dei temi trattati e del tenore dei documenti sociali.

[18] In proposito basti leggere C. Cottarelli, All’inferno e ritorno. Per la nostra rinascita sociale ed economica, Feltrinelli, Milano 2022.

[19] Cf Leone xiv, Discorso alla Delegazione di rappresentanti politici e personalità civili della Val De Marne, nella Diocesi di Créteil, in Francia, giovedì 28 agosto 2025.

[20] Rivolgendosi sempre alla Delegazione di rappresentanti politici, provenienti dalla Francia, così prosegue papa Leone: «Siete dunque chiamati a rafforzarvi nella fede, ad approfondire la dottrina — in particolare la dottrina sociale — che Gesù ha insegnato al mondo, e a metterla in pratica nell’esercizio delle vostre funzioni e nella stesura delle leggi. I suoi fondamenti sono sostanzialmente in sintonia con la natura umana, la legge naturale che tutti possono riconoscere, anche i non cristiani, persino i non credenti. Non bisogna quindi temere di proporla e di difenderla con convinzione: è una dottrina di salvezza che mira al bene di ogni essere umano, all’edificazione di società pacifiche, armoniose, prospere e riconciliate. Sono ben consapevole che l’impegno apertamente cristiano di un responsabile pubblico non è facile, in particolare in certe società occidentali in cui Cristo e la sua Chiesa sono emarginati, spesso ignorati, a volte ridicolizzati. Non ignoro neppure le pressioni, le direttive di partito, le “colonizzazioni ideologiche” — per riprendere una felice espressione di Papa Francesco —, a cui gli uomini politici sono sottoposti. Devono avere coraggio: il coraggio di dire a volte “no, non posso!”, quando è in gioco la verità. Anche qui, solo l’unione con Gesù — Gesù crocifisso! — vi darà questo coraggio di soffrire in suo nome. Lo ha detto ai suoi discepoli: “Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!” (Gv 16, 33)».

[21] Cf R. Prodi, La passione per la democrazia, in A. Preda-C. Zaccagnini (a cura di), Zaccagnini il seme buono della politica, Studium, Roma 2025, p. 15.

[22]A. Marvelli, Diario e lettere. La spiritualità di un laico cattolico, a cura di Fausto Lanfranchi, Prefazione di Giuseppe Gervasio, p. 76.

[23] Ib., p. 74.

[24] Su quest’ultimo tema si veda il contributo dei pontefici in M. Toso, Chiesa e democrazia, Società Cooperativa Sociale Frate Jacopa, Roma 20252.

[25] Cf M. Toso, Gioia e speranza, Edizioni delle Grazie, Faenza 20252. p. 27.

[26] Cf ib., 18-19.

[27] Cf Fede e impegno politico. Il mondo cattolico e la strada scelta da Trump e dai Maga. Le motivazioni vere dell’attacco al Papa in un’intervista a Stefano Zamagni, in «ilPonte», domenica 3 maggio 2026, p. 2.

[28] Cf Leone xiv, Discorso nella cattedrale di san Giuseppe (Bamenda), 16 aprile 2026: «Gesù ci dice: “Beati gli operatori di pace!”. Guai, invece, a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici e politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso»