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La gioia del Vangelo nasce da una relazione. San Francesco alla Collegiata di Lugo

4 ottobre 2026
Solennità di San Francesco
Collegiata di Lugo

Fratelli e sorelle,

qual è il segreto di Francesco di Assisi?

 

«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra», è la preghiera che Gesù rivolge al Padre e che abbiamo ascoltato nel vangelo di oggi.

Il primo aspetto che vorrei evidenziare è questo sguardo nuovo, uno sguardo che si alza al cielo ma che comprende la terra, uno sguardo di lode. Francesco, infatti, ha fatto della sua vita una lode, non soltanto con le parole, ma con il suo modo di guardare il mondo. Francesco guardava la stessa realtà e vi ha scoperto anzitutto la presenza di Dio. Si è stupito! E badate bene che quando si parla di stupore non si intende soltanto quella percezione che immediatamente genera gioia. Si intende quella reazione a volte spiazzante, disorientante, per la quale ci si rende conto che l’Altro è entrato nella nostra vita e l’ha sconvolta, ribaltata come un calzino. Di qui, solo attraverso la concessione che possiamo concordare all’Altro e agli altri, di entrare, disordinare e disorganizzare la nostra vita, sgorga – a volte presto, a volte dopo tempo, a volte come una carezza, a volte come un calcio, a volte come luce a volte come tuono – la letizia per cui il sole, la luna, l’acqua, il fuoco, gli animali e perfino “sora morte corporale” diventavano occasioni per ringraziare e benedire il buon Signore.

 

«Hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli».

Francesco aveva capito che per incontrare Dio bisogna diventare piccoli. Non significa rinunciare all’intelligenza, ma liberarsi dalla pretesa di bastare a sé stessi. Significa fidarsi: unica porta per la conoscenza, per ogni conoscenza. Dal pertugio della piccolezza si conosce l’esperienza bruciante, ma che non ustiona, di aver bisogno di Dio e che senza di Lui si è persi.

La grande svolta della vita di Francesco, infatti, è avvenuta quando ha smesso di mettere sé stesso al centro. Da giovane sognava successo, gloria, riconoscimenti. Poi ha incontrato Cristo e ha capito che la sazietà si trova da un’altra parte. Da quel momento ha iniziato a vivere da discepolo, e in questa via della piccolezza è diventato un gigante comprendendo le beatitudini nella maniera corretta:

Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete, perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo.
Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo.
Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
– Lc 6, 20-23

Qual è la lettura corretta? Fidarsi della seconda parte di ogni beatitudine proclamata e porre su di essa l’attenzione: vostro è il Regno, sarete saziati, riderete, la vostra ricompensa è grande!

La sua povertà non consisteva pertanto solo in uno sforzo di volontà o nel credere che fosse essa a salvarlo. Era la condizione necessaria, e lo è ancora, per essere riempiti “di Regno”, di cibo, di gioia e di doni.

Vuoti per essere riempiti da Colui che ci ama e finalmente essere contenti perché consapevoli di avere un Padre che, quando sa e vuole Lui, per il nostro bene e per la nostra crescita – e non secondo i nostri tempi e le nostre frette – ci colmerà di ogni bene.

«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro».

Stanchi per il lavoro, per le preoccupazioni, per le tensioni familiari, per le complicazioni, per i “non senso”, cerchiamo sollievo in molte cose, ma non sempre troviamo pace, anzi, a volte ci disperdiamo in esse.

Francesco ha trovato il suo riposo nel Signore. Non perché la sua vita sia stata riposante. Anzi. Ha conosciuto sacrificio, incomprensione, malattia e sofferenza. Eppure, chi lo incontrava percepiva una profonda serenità. La sua gioia non nasceva dalle circostanze favorevoli. Nasceva dalla certezza di essere amato da Dio.

La gioia del Vangelo nasce da una relazione. Per questo può resistere anche nelle prove.

Gesù non dice soltanto: «Venite a me». Dice anche: «Prendete il mio giogo sopra di voi».

Cristo non elimina le responsabilità della vita e la nostra libertà. Non ci promette una strada senza fatica. Ci invita piuttosto a portare il peso insieme a Lui e tra di noi.

Francesco ha seguito il Signore senza riserve. Ha portato il giogo dell’amore ai poveri, della fraternità, del perdono, della rinuncia a sé stesso. Ma proprio quel giogo gli ha donato la libertà.

È il paradosso del Vangelo: quando pensiamo soltanto a noi stessi diventiamo schiavi; quando impariamo a donarci diventiamo liberi.

Infine, «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore».

La grandezza di Francesco non stava nelle opere compiute, ma nella sua somiglianza con Gesù. Era mite. Mite di quella mitezza che per amore si lascia ferire. Pensiamo alle stigmate.

Stupito, lieto, mite e quindi ferito nella carne, si percepiva fratello di tutti: dei poveri e dei ricchi, dei vicini e dei lontani, delle persone e delle creature. Quanto più si avvicinava a Cristo, tanto più si sentiva vicino a tutto ciò che esiste.

Amici, facciamoci stupire dall’irruzione di Dio. Permettiamo alla letizia, apparentemente irragionevole, quella letizia che non ci toglierà la libertà di piangere, di abitare la nostra vita. Accogliamo gli spazi interiori ed esteriori di non controllo, perché saremo saziati. Sono gli spazi dell’attesa, dell’arte, della ricerca. Sono la premessa ad uno stupore da rivivere. Lasciamoci ferire, perché conformati al Signore Gesù crocifisso e risorto, amato da Francesco, saremo collocati nel punto di osservazione più veritiero ed autentico su di noi e sulla realtà.

San Francesco non ci indica una teoria e nemmeno degli orientamenti morali. Ci mostra una vita. Una vita che nasce dal Vangelo e che al Vangelo continuamente ritorna.

+ Michele, vescovo