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Nel mistero dell’amore che spreca se stesso, si sostanzia il dono. Omelia a conclusione del corso Universa Laus, 1 agosto 2026

I partecipanti alla moltiplicazione dei pani e dei pesci (Cf. Mt 14,13-21), così come gli invitati del profeta Isaia che promette in nome di Dio acqua agli assetati, vino, latte e cibo senza pagare, (Cf. Is 55,1-3) fanno esperienza di una radicale gratuità.

C’è una fame e una sete che può senz’altro essere saziata dall’acquisto di cibo, c’è una fame e una sete che può essere saziata sicuramente dal frutto del proprio lavoro, ma c’è una fame ed una sete, potremmo dire, “superiore”, che non può essere saziata dal solo nutrimento e, pertanto, dalla capacità più o meno autonoma di procurarsi il sostentamento.

C’è una fame radicale, che ci impone di riempirci, ma raramente facciamo esperienza “totale” ed “integrale” della sazietà.

Ciò che ci sazia veramente è l’esperienza di una tavola dove si è ospitati dalla gratuità e dalla compagnia di chi ci ama veramente!

Seppure non possiamo ancora e non dobbiamo chiudere gli occhi e le mani di fronte a chi ancora scandalosamente non ha cibo per sopravvivere, non potremmo neppure rasserenarci di fronte alle “pance piene” qualora mancassero dell’esperienza indimenticabile dell’amore gratuito di chi ce lo prepara e di chi ci fa compagnia.

Il profeta, infatti, ammonisce e chiede di stare attenti a non sperperare denaro per ciò che non è pane e per ciò che non sazia.

Cosa non è pane? Cosa non sazia?

Non è pane e non sazia ciò che non conosce il mistero “dell’inutile necessario” e del “di più”.

Riconsegniamo per un attimo alle nostre menti l’esperienza di un pasto vissuto con chi ci ama; la cura della tavola, il decoro del piatto, l’abbondanza del cibo, la tovaglia della festa, il tovagliolo di stoffa, i fiori, il vino conservato per l’occasione, la stanchezza di chi da giorni prepara… tutto inutile: eppure?

Eppure necessario per chi ama, per mostrare amore, e splendido per chi, non chiuso in moralismi a tratti ipocriti, ha conservato l’umiltà ed ha sperimentato, con Pietro e gli apostoli, il trauma petrino di non volersi far lavare i piedi (Cf. Gv 13,8).

Non si tratta di essere approfittatori o avari, se lo fossimo non ci sazieremmo, si tratta piuttosto di essere capaci di vedere l’amore, accoglierlo e di saperlo ricambiare con la gratitudine degli umili.

Questa, è la parabola dell’esperienza di Dio ed è anche di ciò che stiamo vivendo cioè l’amore di Cristo dal quale nulla e nessuno potrà separarci (Cf. Rm 8,38).

È questa l’esperienza dei beneficiari del profeta, invitati a sovrabbondare nell’acquisto, senza denaro, di ogni ben di Dio.

È questa l’esperienza dei testimoni della compassione “non necessaria” di Gesù che al solo sguardo si commuove e muove azioni di cura integrale delle folle.

È questa l’esperienza delle folle che si vedono non solo sazi, ma anche nella possibilità di portare a casa i pezzi avanzati perché ce n’era in abbondanza.

È l’esperienza di noi qui, che celebrando l’Eucarestia guardiamo forme architettoniche inutili ma armoniose e belle, udiamo canti curati che ci coinvolgono come lode “inutile” a chi non ha bisogno del nostro canto; vediamo paramenti curati e colori intensi che non aggiungono nulla alla sostanza di ciò che si celebra e a chi presiede, ma ci incuriosiscono e aprono ad un altro mondo; ascoltiamo parole in abbondanza, belle ma non sempre comprensibili come poesie; tocchiamo corpi, mangiamo cibo e bevanda che non riempie ma sazia perché qui, nel mistero dell’amore che spreca se stesso, si sostanzia il dono e il contatto con Colui che nella notte in cui fu tradito, preparava per tutta la storia il pasto festoso, sovrabbondante e curato del suo amore.

Certo, non possono mancare ora come allora, i servi della gratuità, come i discepoli – come noi – che avendo gustato più a volte a sazietà di questa tavola, non smetteranno di farsi servi inutili “dell’inutile” che da vita al mondo (Cf. Lc 17,10).

 

+ Michele, vescovo