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Un solo gregge, un solo Pastore. L’omelia per la solennità di Sant’Apollinare nella Cattedrale di Ravenna

Cattedrale della Risurrezione di Ravenna
23 luglio 2026 – Sant’Apollinare, vescovo e martire

 

Ringrazio l’Arcivescovo Lorenzo per aver avuto la fraterna delicatezza di invitarmi a presiedere l’Eucarestia nel giorno del vostro e nostro Patrono Sant’Apollinare, quale protettore della Regione Emiliano Romagnola e di Ravenna.

C’è una bella notizia che, anche oggi, si impone alla nostra mente e al nostro cuore. Gesù ci dice: “Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore”.

Questa immagine ci porta alla fonte della nostra fede e della nostra gioia: il Signore è morto ed è risorto per noi, con un amore gratuito e libero, pieno di bontà e di bellezza. La cosa ancor più bella, è che questa immagine non rimane solo un’immagine, ma è realtà per noi, proprio qui, nella comunità, nella Parola, nel perdono, nel Pane di vita. Radunati nel Suo nome, facciamo esperienza viva, buona e bella di Lui.

Ci viene anche ricordato oggi, in particolare nella memoria del santo vescovo Apollinare, pastore di questa Diocesi, che il titolo più alto della nostra dignità, qualsiasi sia il nostro servizio nella Chiesa, è di essere parte del gregge di Gesù. Questa è la nostra grazia più grande e il fondamento della nostra speranza: Lui è il nostro pastore e noi tutti siamo suo gregge.

C’è dunque una sostanziale parità e fraternità tra tutti noi credenti più rilevante di ogni altra specificazione. Questa è la nostra gioia: “noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada” (Is 53,6) ma il Signore ha avuto misericordia, noi siamo tornati al “Padre e custode delle nostre anime” (cfr. 1 Pt 2,25) e abbiamo ereditato una strettissima relazione con Lui.

La Chiesa, capolavoro del Padre, del Figlio e dello Spirito va compresa così: un solo gregge e un solo Pastore, il Cristo e Lui stesso ha voluto lasciarci il segno di questa Sua presenza pastorale facendo si, che alcuni, pur restando pecore, diventassero pastori.

È un regalo che Gesù fa alla Sua comunità perché non sia mai lasciata sola, senza guida e non dimentichi mai, facendone esperienza, della relatività a Cristo nell’azione pastorale, nella vita personale e comunitaria.

I pastori, chiamati e ordinati, devono rimanere in strettissimo contatto con l’unico Pastore e, allo stesso tempo, devono restare nel loro gregge, condividendone la vita con i suoi drammi e le sue gioie portando sempre sulla pelle, secondo la suggestiva immagine di Papa Francesco, l’odore delle pecore.

Nel quadro ecclesiale odierno, però, dobbiamo anche urgentemente riscoprire che tutte le pecore, tutti i battezzati, senza eccezioni, sono chiamati in qualche modo a partecipare al servizio del pastore, cioè al servizio di “guida”.

Questo aspetto si sviluppa in forza del fatto che ognuno di noi, salvato dal Signore Gesù, diventa con Gesù operatore di salvezza, nell’annuncio, nella preghiera e nel servizio pastorale. Non tutti siamo pastori, ma tutti siamo chiamati a partecipare alla funzione pastorale in necessaria relazione con coloro che sono i pastori per chiamata e ministero. È la corresponsabilità di cui parliamo da tanto e che il Sinodo ha ulteriormente approfondito.

Potremmo dire sulla scia delle immagini evocate, che se da una parte i pastori devono avere l’odore delle pecore è altrettanto necessario che le pecore odorino un po’ di pastore. Tutto ciò non per “livellare”, ma per comprendere che tutti siamo chiamati a diventare corresponsabili nell’annuncio e nella guida della comunità. In ogni caso, non possiamo perdere il segno e il ministero dei pastori ordinati senza i quali perderemmo la memoria viva, sacramentale, di Cristo pastore e pertanto il comune riferimento a Lui, dal quale lasciarci guidare alla luce della Parola e della Tradizione degli apostoli.

Oggi abbiamo un estremo bisogno di recuperare questa nostra comune appartenenza al gregge con ministeri diversi, che sono segno e memoria l’uno per l’altro di ciò che ciascuno è integralmente. I pastori ricordano a tutti il servizio pastorale di ciascuno; gli sposi ricordano a tutti, pastori compresi, la sponsalità che ci appartiene come forma alta dell’amore; i diaconi ricordano a tutti e sono pungolo per ricordare che ogni vocazione si esplicita nella forma del servo… e così via.

Siamo un solo gregge e un solo Pastore… Le condizioni storiche ed ecclesiali ci hanno abituato a percepire Chiesa solo dove c’è il prete fino al punto da provocare lo spegnimento delle comunità cristiane dove non abita più il parroco. Le persone difficilmente sentono la Chiesa vicina se il prete non è ovunque. Dobbiamo riscoprire nella vera fede, che la prossimità del Signore è quella decisiva e dove c’è un battezzato, una pecora, lì c’è anche il pastore e il gregge: la prossimità deve esserci ma è quella del Corpo ecclesiale. È una consapevolezza che dobbiamo riprendere, non solo in forza del calo dei pastori, ma per la ricchezza del dono che il Signore ha fatto a tutti noi.

Il Signore ci mette anche in guardia dai lupi, che spesso si travestono da pecore (cfr. Mt, 7,15). Non mancheranno i lupi in questo tempo di necessaria revisione dell’assetto del gregge e dei pastori, ma non temiamo troppo perché Gesù ci dice: “Il Padre mio, che [mi ha dato le pecore] è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre” (Gv 10,29).

Sant’Apollinare ci ispiri, ci protegga, ci accompagni.

 

+ Michele, vescovo