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Prendere il largo nel mare della storia e gettare le reti per conquistare gli uomini al Vangelo. L’omelia per la solennità dei Santi Pietro e Paolo

Faenza, cattedrale 28 giugno 2026

 

Cari fratelli e sorelle, la solennità odierna ci rimanda a coloro che sono considerati colonne della Chiesa. Anche san Paolo è tra questi, riconosciuto apostolo dalla comunità cristiana delle origini. Tra i Dodici, Gesù scelse Simone, ribattezzato Pietro, come la “pietra” su cui edificare la Chiesa. A lui, come abbiamo udito, vengono affidate le chiavi del regno e la guida dei fratelli. A Pietro è significativamente dedicata la nostra cattedrale. A Pietro, secondo la tradizione, si attribuisce l’invio, in questa regione, di sant’Apollinare, per iniziare l’annuncio del Vangelo.

Ebbene, Pietro, che aveva riconosciuto in Gesù il Cristo, il Figlio del Dio vivente, e aveva ricevuto l’assicurazione che le potenze degli inferi non sarebbero prevalse sulla Chiesa, come riferisce la prima Lettura (cf At 12, 1-11), era in carcere per opera di Erode. Dalla Chiesa saliva incessantemente a Dio una preghiera per lui. Un angelo del Signore lo libera dalle catene. Stordito dal prodigio dell’apparizione dell’angelo, dal suo fulgore, appena rientra in sé dice: «Ora so veramente che il Signore ha mandato il suo angelo e mi ha strappato dalla mano di Erode e da tutto ciò che il popolo dei Giudei si attendeva».

Da questo episodio siamo invitati a pregare per Pietro, per il suo attuale successore Leone XIV. Lo stesso papa Francesco era solito terminare i suoi discorsi dicendo: «E non dimenticatevi di pregare per me». È importante pregare per il successore di Pietro, per il suo importante ministero, ma anche perché non è un superuomo come ritengono di essere alcuni responsabili delle Nazioni della terra. Non a caso, Leone XIV ha convocato, già per la seconda volta, il Concistoro straordinario dei cardinali (26-27 giugno 2026) per ascoltare, per apprendere, per farsi aiutare nell’esercizio del suo ministero petrino. Così papa Leone spiega il bisogno di essere coadiuvato: «L’autorità del primato, infatti, è propria di chi ascolta e solo perciò guida, di chi apprende e solo perciò insegna, sempre alla sequela dell’unico Maestro» (Omelia nella santa Messa con il Collegio Cardinalizio, Basilica di san Pietro, venerdì 26 giugno 2026). Ai cardinali all’inizio di un incontro concistoriale ha detto: il ministero petrino non può essere vissuto in solitudine. Ho bisogno del vostro sostegno, della vostra libertà, della vostra franchezza e della vostra lealtà. Il che vuol dire che il papa ha bisogno di un sostegno non soltanto personale, ma pubblico. La lealtà non è un invito all’obbedienza passiva, bensì alla corresponsabilità.

Pietro, lo sappiamo dai Vangeli, aveva un carattere deciso e impulsivo. Egli era disposto a far valere le sue ragioni con la forza. Ma è anche a volte pauroso. Il suo lavoro era quello di un pescatore. Un giorno la sua barca diviene il luogo da cui Gesù ammaestra la gente, presso il lago di Genèsaret. Quando ha finito di parlare, dice a Simone: «Prendi il largo e calate le reti per la pesca». Simone risponde: «Maestro abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti» (Lc 5, 4-5).

Anche oggi viene detto alla Chiesa e ai successori degli apostoli di prendere il largo nel mare della storia e di gettare le reti, per conquistare gli uomini al Vangelo, a Dio, a Cristo, alla vera vita.

Detto altrimenti, come Cristo con la sua incarnazione si è immerso nell’umanità, siamo chiamati a gettarci nel mare della storia. Prendiamo il largo, per conquistare gli uomini a Cristo. Caviamoli fuori dalle acque salate dell’egoismo, del culto dell’io e del profitto, del delirio dell’onnipotenza, della logica del dominio, ossia del male e della morte. Conduciamoli a Cristo, allo splendore della sua luce, alla pienezza della sua Vita di amore, di dono. Con Lui e con i nostri fratelli viviamo il suo Amore che ricrea e serve l’umanità affinché sia più umana, più magnifica, grazie alla comunione con Lui, Uomo nuovo.

In un tempo in cui dominano molti conflitti, in cui vige una terza guerra mondiale a pezzi, con una rivoluzione digitale che, quale fattore di accelerazione,  alla guerra visibile ne affianca varie forme ibride – attacchi cibernetici, manipolazione dell’informazione, automazione di decisioni strategiche -, il papa Leone XIV e la Chiesa, nella loro missione di evangelizzatori degli uomini sono impegnati a portare le persone fuori dal deserto delle povertà, della fame, della sete, delle stragi inutili e insensate, delle tratte, dei neocolonialismi, della mercificazione digitale dei più poveri e deboli. Negli ultimi viaggi apostolici il successore di Pietro non ha tentennato nel denunciare l’indifferenza nei confronti dei migranti e della vita nascente. Rispetto alla vita, nell’incontro con i membri del Parlamento generale della Spagna, ha affermato con chiarezza: «La difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà. Ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza. Quando questa certezza si offusca, i più vulnerabili sono le prime vittime e la legge perde il suo significato più profondo: servire e proteggere ogni persona».[1] Nell’omelia ai Cardinali nel secondo Concistoro ha ribadito chiaramente che «la guerra non è mai degna dell’uomo, e non è mai benedetta da Dio, perché il Creatore ci ha dotati di intelligenza e volontà per risolvere i conflitti da esseri umani e non da bestie».[2]

E che dire del grande apostolo delle genti, san Paolo? Dapprima persecutore feroce dei cristiani, ghermito da Cristo (cf Fil 3,12), si autodefinisce «apostolo per volontà di Dio» (2 Cor 1,1). Diviene un evangelizzatore innamorato ed entusiasta di Cristo. Sulle sue orme desidera «farsi tutto a tutti», senza riserve (1 Cor 9,22). In questa solennità può bastare forse chiederci, – soprattutto noi che siamo più avanti negli anni, compreso il vescovo presente, giunto ormai alla fine del suo mandato -: possiamo attribuirci con verità, giunti ormai avanti nella vita, le parole dell’Apostolo: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede»? Il Signore mi è stato vicino. Mi ha dato forza, perché potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo?

Senza accelerare i tempi – non tocca a noi stabilire quando e come – penso che sarebbe davvero consolante poter incontrare il Signore e dire con l’ultimo respiro, come fece Benedetto XVI «Signore ti amo», rispondendo direttamente, senza giri di parole, alla domanda di Gesù a Pietro: «Mi ami tu»?

È l’augurio che possiamo farci reciprocamente.

 

+ Mario Toso

[1] Leone XIV, Discorso al Parlamento spagnolo, Madrid 8 giugno 2026.

[2] Omelia, Basilica di san Pietro, venerdì 26 giugno 2026.