Faenza, Cattedrale 10 maggio 2026.
“…perché io vivo voi vivrete: io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi” (Gv 14, 15-21)
Cari fratelli e sorelle, cari anziani ed ammalati, se è vero che la vita umana in ogni sua fase è degna del massimo rispetto, per alcuni versi lo è ancor di più quando è segnata dall’anzianità e dalla malattia. L’anzianità costituisce una tappa importante del nostro pellegrinaggio terreno, che ha fasi distinte, ognuna con proprie luci e proprie ombre. Più di una volta ci saremo chiesti: che senso dare alla nostra esistenza ora che siamo anziani e malati? Come vivere la fragilità della nostra vita quando la malattia ci rende pressocché dipendenti dagli altri? Beh, in questo momento, in cui ci troviamo insieme nella cattedrale, chiesa madre dei battezzati, di coloro che vengono generati alla vita di Cristo, viviamo, anzitutto, un momento di ringraziamento al Signore, a Maria, Madre di Colui che ci salva.
Non guardiamo solo a noi stessi, alla nostra condizione, seppure ne siamo segnati nel nostro corpo e nel nostro spirito. Mettiamoci alla presenza del Signore Gesù, della comunità qui convenuta. Sentiamoci uniti a Gesù e a sua Madre, ai nostri fratelli e sorelle. Mettiamo il nostro cuore vicino a quello di Gesù Cristo e di Maria, Madre della Chiesa. Sia un momento in cui parliamo soprattutto col cuore: Cor ad cor loquitur. Sentiamoci uniti, come sempre lo siamo nella comunità cristiana, uniti insieme col Signore e tra di noi.
Ringraziamo il Signore e la Beata Vergine delle Grazie perché abbiamo vissuto momenti bellissimi di luce radiosa nel cammino della Chiesa, durante i Giubilei, le celebrazioni della Pasqua, della Pentecoste, dei battesimi, delle cresime, dei matrimoni, assieme a momenti in cui qualche nube si è addensata nelle nostre anime: al tempo del Covid, delle alluvioni, dei terremoti, dei lutti per la morte di persone care, di sacerdoti zelanti, di grandi testimoni del lavoro, dell’impegno sociale. Assieme a voi nel ringraziamento mi ci metto anch’io con voi, divenuto anziano, con qualche malanno, giungendo al termine del mio mandato di vescovo di Faenza-Modigliana.
Abbiamo cercato di servire Cristo e la sua Chiesa con amore profondo e totale, che è l’anima della nostra testimonianza e del nostro servizio al Vangelo. Abbiamo cercato di donare speranza, quella che ci viene da Cristo, specie nelle nostre comunità, nelle famiglie, nelle associazioni.
Non possiamo negare che, nelle varie appartenenze famigliari, sociali, solidali, la Chiesa, col suo mistero di comunione e di missione, è stata e rimane la passione più alta della nostra vita. Nella Chiesa, con la Chiesa, siamo vissuti nella speranza!
E continuiamo a vivere uniti al Signore della vita ancora adesso, più anziani e resi più fragili dagli anni che passano. La Chiesa vive lungo il corso del tempo. È sempre in divenire. E noi, con essa, siamo incamminati, pellegrini, verso la Gerusalemme celeste. Formiamo la comunione dei santi, un corpo vivo, animato dallo Spirito d’amore di Dio. Viviamo realmente con la forza spirituale di Dio. Siamo attratti da Lui. Andiamo avanti e gravitiamo verso di Lui.
Aggrappati a Cristo e alla sua croce, che ci apre alla vita in pienezza, la vita eterna di Dio Uno e Trino, rimaniamo uniti tra di noi e con l’Amore eterno del Padre, del Figlio e dello Spirito santo. Continuiamo a servire il Signore con la preghiera, con l’offerta di noi, con – potendolo – l’Eucaristia.
Qui troviamo la nostra gioia, pur divenendo più anziani e più malati, sempre più bisognosi dell’aiuto dei nostri fratelli e delle nostre sorelle. Questa è la nostra gioia più profonda che nessuno ci può togliere. Chiediamo a Maria Beata Vergine delle Grazie perché ci aiuti a lavorare sempre, come potremo, con il nostro cuore, con il nostro amore, con la nostra riflessione, con tutte le nostre forze interiori per il bene della Chiesa, per il bene comune dell’umanità. Maria e Cristo suo Figlio ci donino la grazia di chiudere la nostra giornata terrena pronunciando, con l’ultimo respiro, le parole «Signore, ti amo!».
Siamo qui nella domenica che segue la solennità della Beata Vergine delle Grazie.
L’odierna mentalità tende spesso ad emarginare gli anziani e i nostri fratelli e sorelle sofferenti, quasi fossero soltanto un “peso” ed “un problema” per noi. Chi ha il senso della dignità umana e della riconoscenza sa che essi vanno, invece, rispettati e sostenuti mentre affrontano serie difficoltà legate al loro stato. Con le indispensabili cure cliniche, occorre mostrare una concreta capacità di amarli, vicinanza, incoraggiamento, accompagnamento e preghiera. Come loro ci hanno aiutati a crescere, così vanno sostenuti nell’incontro fiducioso col Signore, pieno di tenerezza e di misericordia. In questa prospettiva oggi vivremo l’Unzione degli infermi.
+ Mario Toso, vescovo amministratore apostolico
