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La gioia di dare vicinanza e presenza. La messa per gli ammalati alla clinica San Pier Damiani

Faenza, Clinica di san Pier Damiano, 7 maggio 2026.

Cari fratelli e sorelle, personale medico e paramedico, volontari, papa Leone XIV nel suo Messaggio per la 34.ma Giornata Mondiale del Malato ci sollecita a riflettere sull’amare i malati portando il loro dolore, prendendosi cura di loro.

Rispetto a ciò è fondamentale vivere l’invito che il Signore Gesù ci rivolge nel Vangelo di Giovanni. Volete vivere la mia gioia? Volete che la vostra gioia sia piena? «Rimanete nel mio amore» (cf Gv 15, 9-11).

Nell’incontro con gli ammalati, con quanti altri li accompagnano, con Dio stesso che, in Gesù si rende prossimo a loro, possiamo sperimentare la gioia di dare vicinanza e presenza. Gesù nella parabola del buon Samaritano non insegna chi è il prossimo ma come divenire prossimo, cioè come divenire noi stessi vicini.

Tutte le volte che visitiamo un ammalato ci rendiamo prossimo. Ma l’essere veramente prossimo non dipende dalla semplice vicinanza fisica, quanto dalla decisione di amare. Si è veramente samaritani quando ci fermiamo presso gli ammalati, li ascoltiamo, li curiamo con la nostra dedizione, con il nostro cuore, oltre che con le nostre mani. Insomma, siamo samaritani quando ci si occupa di loro, si dona a loro il nostro tempo, noi stessi.

Ma papa Leone XIV nel suo Messaggio ci sollecita a fare un passo ulteriore nella nostra opera samaritana. Ossia a comprendere meglio l’azione che compiamo, a pensare e a vivere più ampiamente la nostra missione, riconoscendola come missione condivisa. Detto altrimenti, siamo chiamati a riconoscere che nella cura ai malati non siamo e non operiamo da soli. Nel provare una commozione profonda nei confronti degli ammalati non si è medici singoli, persone che agiscono separatamente gli uni dagli altri. Non si curano gli ammalati come singoli individui, isolati rispetto agli altri. Si agisce in e con un «noi» di persone, che sono di più di una somma di piccole individualità. I familiari, gli altri medici, gli operatori sanitari, le persone impegnate nella pastorale sanitaria e tanti altri, contribuiscono a vivere la cura, l’assistenza agli ammalati in forma comunitaria, in un intreccio di relazioni interpersonali, responsabili e solidali, cooperanti al bene intero delle persone.

In un ospedale, in una clinica come questa si agisce nei confronti degli ammalati comunitariamente, in comunione. Si curano le persone ammalate insieme, come soggetti di un tutto relato, fatto di relazioni convergenti, mosse da un amore fraterno che ha, ultimamente, la sua radice in Dio, nella nostra unione con Lui, nella fede in Gesù Cristo. Nell’Atto di affidamento della Diocesi alla Beata Vergine delle Grazie che faremo domani così ci rivolgeremo a Lei per i nostri ammalati: «O Madre, aiutaci a vivere con i nostri ammalati donando vicinanza e presenza. Insegnaci a farci prossimo a loro, ma anche agli anziani e ai poveri, donando amore che riconosce in essi la carne di Cristo. Fa che, frequentandoli, scopriamo sempre più la dolce gioia di amare, a motivo della nostra unica appartenenza allo stesso Signore, Pastore e Servo nella sofferenza». Così sia.

+ Mario Toso, Amministratore apostolico