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Un padre che è stato sempre amato dal popolo cristiano. L’omelia per la festa di San Giuseppe

Parrocchia di san Giuseppe 1° maggio 2026.

Carissimi fratelli e sorelle, cari giovani, anche quest’anno sono qui con voi per celebrare il vostro Patrono, san Giuseppe lavoratore.

Umile falegname (cf Mt 13,55), promesso sposo di Maria, non esitò nell’assumere la paternità legale di Gesù. La grandezza di San Giuseppe consiste nel fatto che egli fu lo sposo di Maria e il padre di Gesù. Come affermò san Giovanni Crisostomo, si pose al servizio dell’intero disegno salvifico. La paternità di Giuseppe si è concretizzata nel mettersi totalmente a disposizione della realizzazione del mistero dell’incarnazione del Verbo di Dio e della missione redentrice che vi è congiunta. Giuseppe è stato per Gesù Bambino ciò che è stato Dio per il popolo di Israele: gli ha insegnato a camminare, tenendolo per mano; «era per lui come il padre che solleva un bimbo alla sua guancia, si chinava su di lui per dargli da mangiare» (Os 11,3-4).

Per questo suo ruolo nella storia della salvezza, San Giuseppe è un padre che è stato sempre amato dal popolo cristiano. Come lui anche noi dovremmo metterci totalmente a disposizione della realizzazione del Regno di Dio. Dovremmo cioè vivere con amore e nell’amore di Cristo tutte le attività che compiamo.

Giuseppe è stato scelto come patrono dei lavoratori. Questo aspetto è stato posto in evidenza sin dalla prima Enciclica sociale, la Rerum novarum di Leone XIII. San Giuseppe ha lavorato onestamente per garantire il sostentamento della sua famiglia. Da lui Gesù ha imparato il valore, la dignità e la gioia di ciò che significa mangiare il pane frutto del proprio lavoro.

Il Messaggio dei vescovi per la Festa dei Lavoratori 1° maggio 2026 mette in luce, in un tempo in cui incalzano gli eventi bellici, il rapporto del lavoro rispetto all’edificazione della pace. Il lavoro può essere considerato una forma di amore civile. Dal lavoro umano che produce beni e servizi per le famiglie e la società, si sprigiona una azione comunitaria e generativa. A casa propria, in una fabbrica, nell’ufficio, in agricoltura, nella stessa politica, nei mezzi di comunicazione, le persone sono chiamate a coordinarsi e a cooperare per azioni che contribuiscono a creare il bene comune, il bene di tutti.

Ma oggi, a causa di una guerra mondiale a pezzi, il lavoro, anche in Italia, soffre di problemi che si aggiungono ad altri. Preoccupa in particolare l’aumento dei prezzi dell’energia, che ha una ricaduta sui bilanci delle famiglie, delle imprese, sui poveri, su coloro che, immigrati, vivono difficoltà di inserimento e non hanno un’esistenza dignitosa.

Constatiamo che il lavoro si intreccia sempre più con la pace e con la guerra. L’intelligenza della mente e delle mani degli uomini è usata sia per costruire la pace sia, come è particolarmente evidente in questi tempi, la guerra. In un attimo si possono distruggere città e popoli, si possono uccidere persone innocenti, grandi e piccini, si possono devastare colture e il creato. Mentre ci vogliono anni a ricostruire, a bonificare territori, a rigenerare le attività produttive e industriali, a sanare le ferite dell’ambiente. Viviamo in una stagione storica in cui nel mondo ma anche, di riflesso in Europa, molti si stanno preparando ad esercitare il «mestiere della guerra», coinvolgendo attività industriali ed informatiche. E non si comprende che, dato lo sviluppo degli armamenti moderni, connessi alle meravigliose ma anche tremende potenzialità dell’intelligenza artificiale, non è più per l’umanità il tempo delle guerre. Non è più il tempo delle armi atomiche solo per alcuni popoli e non per tutti gli altri. È sempre più urgente porsi in ascolto della profezia di Isaia: «Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra» (Is 2,4). È, invece, il tempo di costruire istituzioni di pace, di moltiplicare i dialoghi all’insegna della fraternità e della ragionevolezza, di formare anche nuovi diplomatici, nuove generazioni di politici, nuovi imprenditori attenti a dare il primato a Dio. Solo così si potrà non avere padroni all’infuori di Dio Padre e meglio servire le persone, le famiglie, la società civile senza essere proni di quei poteri che schiavizzano, sfruttano e uccidono la libertà della gente. È tempo, soprattutto, di educare ad una pace disarmata e disarmante. Non abbiamo paura di essere forti nella fede religiosa. Siamo appassionati del bene comune. Siamo desiderosi di essere di Cristo, nostra forza e nostra speranza.

Entro un quadro dagli esiti catastrofici per l’umanità, per interi popoli, il lavoro è chiamato a rafforzare la sua vocazione di attività libera, creativa, partecipativa e solidale: una vocazione altamente intenta alla costruzione della pace e alla realizzazione di un’ecologia integrale, di uno sviluppo sostenibile.

Il nostro lavoro, ovunque lo compiamo, sia, allora, sempre orientato alla paziente ed incessante edificazione della pace. I nostri lavoratori e lavoratrici, i nostri generosi imprenditori – sono circa 500 le aziende e le attività commerciali del territorio parrocchiale -siano preparati professionalmente ed eticamente, capaci di innovazione, non mettendo al centro la pur indispensabile capacità tecnica e digitale, bensì tenendo al centro le persone, fine ultimo di ogni progresso.

Facciamo nostro, pertanto, il saluto di Cristo risorto: «La pace sia con voi». La guerra di aggressione, per dominio, per accaparramento e sfruttamento senza limiti delle risorse, è il grande inganno. Ci aiuti il Signore e il suo Spirito a vivere la fraternità e la destinazione universale dei beni.

In questa celebrazione Eucaristica ringraziamo in particolare don Pino Montuschi, ora a Villanova di Bagnacavallo, e che qui ha servito la comunità cristiana con passione, dedizione, intelligenza, aiutando a crescere in una spiritualità incarnata, attenti alla costruzione del Regno di Dio.

+ Mario Toso