Udine, Istituto salesiano G. Bearzi, 19 aprile 2026 [1]
Perché Lei ha scritto il volume «Gioia e speranza. Evangelizzazione, catechesi ed insegnamento sociale» che questa sera presentiamo?
I motivi fondamentali sono i seguenti: la Chiesa, della quale noi facciamo parte, non è estranea al mondo, ai molteplici problemi della città dell’uomo a motivo dell’Incarnazione del Figlio di Dio con la quale assume l’umanità, a motivo del fatto che Gesù Cristo porta all’umanità una salvezza integrale, ossia concernente ogni persona, tutta la persona, compresa la sua dimensione sociale, come ha ben evidenziato il Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia. Essa è chiamata ad abitare la società, il suo cambiamento piuttosto tumultuoso, bisognoso di redenzione e di orientamento verso il compimento umano in Dio. La seconda ragione consiste nel fatto che, a fronte delle molteplici sfide in atto, la Chiesa sente forte l’urgenza di promuovere ad ogni livello percorsi di speranza e di pace, radicati nella ricezione, nella celebrazione, nell’annuncio testimoniante del mistero dell’Incarnazione, morte e risurrezione di Cristo. Ebbene, la Chiesa per vivere la sua incarnazione nell’umanità, per redimerla e trasfigurarla in Cristo, in particolare sul piano sociale, ha nel tempo elaborato la DSC come elemento essenziale della sua evangelizzazione, della realizzazione progressiva del Regno di Dio.
Ma, ecco una terza ragione della pubblicazione del volume, che si può capire meglio leggendo con attenzione il sottotitolo: Evangelizzazione, catechesi e insegnamento sociale. La DSC o Insegnamento sociale non esiste come un masso erratico, a sé stante. Esiste nella Chiesa in connessione con l’annuncio, la catechesi e la missione, in particolare con la pastorale sociale.
Ma – e siamo alla quarta ragione, che spiega la pubblicazione del volume – la Dottrina o Insegnamento sociale o Magistero sociale, rispetto alla totalità dei cattolici, appare realtà conosciuta da pochi, tutto sommato da una minoranza. Per i più essa è, come diceva un professore australiano anni fa, un segreto ben conservato. Ciò ha condotto la gran parte dei cristiani a non conoscerne nemmeno l’alfabeto, come è stato sottolineato anche nella Settimana sociale di Trieste con riferimento al tema della democrazia. Il Documento preparatorio ha evidenziato la crescita dell’analfabetismo politico tra i cattolici. Nonostante il desiderio di un nuovo inizio si è dovuto constatare che si è divenuti tutti un po’ analfabeti funzionali.[2] Sembra si sia dimenticato come si fa a diventare comunità di fratelli e sorelle. Tra le varie cause di una tale situazione risulta il fatto che, come emerso anche dal Documento finale del Cammino sinodale della Chiesa italiana, la dimensione sociale della fede non è debitamente assunta, pensata, celebrata e proposta nei vari percorsi della catechesi e della formazione culturale e spirituale. Nello stesso Documento di sintesi del cammino sinodale, per rimediare ad una lacuna, piuttosto grave, l’Assemblea sinodale avanza, tra altre proposte, che «le Chiese locali si impegnino in percorsi formativi sulla Dottrina sociale della Chiesa, valorizzando quanto emerso nelle Settimane sociali».[3]
Evidentemente i suddetti percorsi formativi della DSC, per quanto detto, non andranno posti in atto nella separazione rispetto all’evangelizzazione, alla catechesi e alla Pastorale sociale, bensì nella complementarità e nella reciprocità.
Nel libro Lei parla di Dottrina Sociale della Chiesa (DSC), di Insegnamento Sociale (IS) e di Pastorale Sociale (PS): potrebbe riassumere il significato di questi termini, chiarendo differenze ed eventuali sovrapposizioni?
DSC e ISC e MS, ovvero Dottrina sociale della Chiesa, Insegnamento sociale e Magistero sociale, sono tre espressioni per indicare una stessa realtà, ossia un insieme piuttosto coerente di principi di riflessione (ad es. l’uomo è ad immagine di Dio), di criteri di giudizio (ad es. l’uomo ha il primato sul lavoro) e di orientamenti pratici (ad es. riformare le ingiuste strutture). Con l’espressione DSC si intende indicarne di più la natura teorica e l’organicità dei contenuti dottrinali. Con l’espressione IS si intende abitualmente sottolinearne l’aspetto più induttivo e storico, pratico e dinamico. Con l’espressione MS si intende indicare la stessa realtà con riferimento al soggetto promulgatore (Concilio, pontefici, Conferenze episcopali).
Proprio perché ogni espressione viene a riferirsi ad una medesima realtà, e proprio perché ognuna di esse ne evidenzia maggiormente una dimensione, è chiaro che quando si impiega per es. l’espressione DSC, questa non comprende solo gli aspetti teorici, escludendo quelli pratici e contingenti. Va, poi, tenuto presente che, siccome l’espressione DSC era impiegata anche prima del Concilio Vaticano II, quando le encicliche sociali approcciavano i problemi con un metodo prevalentemente (non esclusivamente) deduttivo, oggi, passati specie con san Paolo VI ad un metodo più induttivo (non esclusivamente) e storico, non la si può più usare solo secondo il suo significato preconciliare.
Analogamente impiegando l’espressione IS, che si riferisce prevalentemente agli elementi pratici, dinamici, storici, ad un metodo induttivo, bisognerà non dimenticare gli aspetti dottrinali permanenti, peraltro soggetti ad approfondimenti e riletture. Parimenti, bisognerà rammentare che il metodo deduttivo del precedente MS non è stato soppiantato da quello induttivo. Esso non è disgiungibile da quest’ultimo. Prevale o diviene secondario, a seconda dei contesti, dei temi trattati e del tenore dei documenti sociali.
Con l’espressione pastorale sociale (PS) si intende non un semplice settore della pastorale della comunità cristiana, è «essere» Chiesa, è tutta quanta la Chiesa che, come comunità-comunione, composita e unitaria, ossia con tutte le sue componenti, interagisce – nell’espletare la sua missione di salvezza e di servizio all’uomo, nella carità e nella verità – con le famiglie, la società civile, l’economia, la cultura, le istituzioni sociali, i corpi intermedi, le comunicazioni, l’IA, la società politica, le povertà e le diseguaglianze, i problemi ecologici, le guerre, la pace disarmata e disarmante. Detto diversamente, la PS non è riservata a pochi, a coloro che si dedicano più specificamente al sociale. Essa concerne tutti i credenti, tutti i soggetti ecclesiali (presbiteri, diaconi, laici, religiosi e religiose), singoli o associati, perché in tutti esiste, in virtù dell’inserimento battesimale in Cristo, la vocazione sociale. Il che, all’atto pratico, esige che ogni battezzato coltivi la dimensione sociale della fede, in comunione e in sinergia con gli altri, secondo complementarità e reciprocità.
Quali urgenze vede oggi per la presenza dei laici nella Chiesa e nel mondo?
Innanzitutto, l’urgenza di essere sé stessi, ossia persone che vivono in Cristo, nella comunione con Lui e tra di loro, partecipando alla sua missione, che implica, come già detto, l’annuncio di una salvezza integrale, di ogni persona, di tutta la persona.
In quanto battezzati, cresimati ed eucaristizzati, ossia in quanto membra vive di Cristo e della sua Chiesa, i fedeli laici, che con fede accolgono, celebrano, annunciano e testimoniano Gesù Cristo che ricapitola in sé tutte le cose, che le fa nuove, allo stesso tempo annunciano e testimoniano un’umanità interamente trasfigurata, mediante un’esistenza permeata da un Amore pieno di verità.
A causa di una vita in Cristo, che ricapitola in sé e fa nuove tutte le cose, i fedeli laici (ma anche – è bene ribadirlo – i presbiteri, i diaconi, i religiosi) posseggono una vocazione, una chiamata a vivere (anche) il sociale con l’amore di Cristo. La loro fede ha, pertanto, una dimensione sociale.[4]
La DSC, che è parte ed elemento essenziale dell’evangelizzazione (senza la DSC non si evangelizza e non si educa alla fede pienamente),[5] è aiuto a vivere la fede in modo da renderla adulta, ossia una fede non separata dalla vita quotidiana, ma incarnata in essa. La DSC non è un impedimento a vivere la fede, non impedisce di incontrare Gesù Cristo. Tutto al contrario. La DSC aiuta i credenti a vivere gli impegni della vita quotidiana partendo da Cristo, dal suo Amore pieno di Verità. La DSC sollecita una fede non semplicemente professata a parole, ma celebrata, incarnata nella vita, ossia vissuta e sperimentata come servizio alla persona e alla società, facendosi dono in Gesù Cristo che si dona al Padre e all’umanità.
In breve, i fedeli laici devono essere educati a vivere con coerenza il loro essere in Cristo, ma anche la loro vocazione a servire il mondo, con l’amore di Cristo. Detto altrimenti, per la loro fede sono chiamati a vivere sia nella comunità cristiana sia nel mondo, mossi dallo Spirito d’amore del Padre e di Cristo. Il compito dei fedeli laici, in quanto battezzati, implica non solo di vivere uniti nella comunità cristiana, praticando il comandamento dell’amore, ma anche di annunciare e vivere la redenzione di Cristo – perché integrale – nel sociale: Dio in Cristo non redime solamente la singola persona, ma anche le relazioni sociali tra gli uomini, le istituzioni sociali, i vari ambiti di vita (cf Evangelii gaudium, n. 178).
La proposta del Vangelo non consiste solo in una relazione personale con Dio. Concerne il Regno di Dio (Lc 4,43). Si tratta di amare Dio che regna nel mondo, a motivo della sua incarnazione, con la quale ha assunto le persone e il creato. Vengono trasfigurati con la sua morte e risurrezione. Nella misura in cui Egli riuscirà a regnare tra di noi, la vita sociale sarà uno spazio di fraternità, di giustizia, di pace, di dignità per tutti.
Tanto l’annuncio quanto l’esperienza cristiana tendono a provocare conseguenze sociali. Il progetto di Gesù è instaurare il Regno del Padre suo. Chiede ai suoi discepoli: «Predicate, dicendo che il Regno dei cieli è vicino» (Mt 10, 7).
Per quanto concerne le urgenze del mondo che richiederebbero l’impegno dei credenti, in quanto cristiani e in quanto persone animate dal Vangelo, mossi dalla sua ispirazione, basta guardarsi attorno. Le molteplici questioni che coinvolgono il nostro Paese, l’Europa e il mondo.
Vi sono sfide cruciali, che vanno affrontate con senso critico e nel quadro di una cultura integrale (non integrista), poggiante sulla base di un umanesimo trascendente. Tra queste sfide vanno segnalate: le diseguaglianze, la custodia dell’ambiente, la promozione del lavoro per tutti in un momento in cui irrompe l’intelligenza artificiale, l’urgenza della pace mondiale, la riforma radicale delle istituzioni internazionali, la trasformazione culturale nella direzione di un umanesimo trascendente, la tutela dello Stato di diritto (si pensi alla qualificazione giuridica quali diritti soggettivi dell’aborto, dell’eutanasia, della manipolazione genetica e della procreazione con le più moderne tecniche mediche) e della democrazia,[6] l’integrazione socio-culturale dei migranti, le quali urgono: un discernimento sapienziale, la compattazione di una nuova sintesi culturale come anche la creazione di percorsi comuni orientati alla partecipazione della vita civile.
Ma la forza della partecipazione civile, se rivela giovinezza e vitalità incipienti, non basta per dare attuazione, sul piano politico, al bene comune di un «noi comunitario» chiamato popolo.
Occorre anche una partecipazione politica (!), supportata da adeguata cultura e vita spirituale, da un’azione plurale, comunitaria, generativa. Occorre superare – non negare, bensì integrare e completare – il civile. Occorre essere presenti nel politico, là ove si prendono le decisioni e si approvano le leggi che aiutano la società civile a compiersi.
Naturalmente, prima ancora di essere una forma di governo, di buone pratiche, di principi strutturali (Costituzione, rappresentanza, divisione dei poteri, ordinamenti giuridici, di regole procedurali come il metodo della maggioranza) la democrazia è espressione della vita morale e spirituale del popolo. Ha origine nelle persone, nella loro indigenza, nella loro ricchezza d’essere, intesa come capacità di pensiero e di parola, di creatività sociale e di immaginazione politica. Ha a che fare con il sentirsi parte di un tutto che ci completa – in termini di solidarietà e di sussidiarietà – e che supporta il nostro compimento umano in Dio.
La suddetta partecipazione politica, ma anche quella partitica, deve poter disporre di strumenti che la possano esprimere e far valere, in maniera che possa incidere nei processi decisionali, democratici e partecipativi, deliberativi, cruciali per la difesa e la promozione del bene comune in sintonia con la dignità delle persone e con la pace.
La democrazia cresce con l’uso della partecipazione, che va educata. La partecipazione si impara da ragazzi, va «allenata» al senso critico.[7]Impoverisce se diventa un insieme di processi formali, burocratici, procedure senza anima. In essa non ci può essere una sistematica frustrazione del sogno e della profezia. Questo perché la democrazia non può ridursi ad un insieme di processi incapaci di ascoltare le tante realtà in cui si articola una società complessa quale la nostra. La democrazia si atrofizza, diventa un nominalismo, una formalità, perde rappresentatività. Lascia fuori il popolo, i poveri, nella costruzione del bene comune, nella lotta quotidiana per la dignità, nell’approvazione delle leggi.
Nonostante tante frustrazioni, delusioni rispetto ad una democrazia con luci ma con non poche ombre, nella società italiana si legge il desiderio di una ripartenza, verso una nuova cittadinanza fondata sul contributo di tutti. L’enciclica Fratelli tutti (= FT) sollecitava a questo. Il Documento preparatorio della Settimana sociale dei cattolici in Italia a Trieste definiva una tale enciclica un abecedario, ove i cristiani possono trovare le prime lettere dell’alfabeto politico, in un contesto socioculturale in cui siamo tutti divenuti un po’ «analfabeti funzionali».[8] Nell’enciclica FT papa Francesco fa capire che la politica per essere degna degli uomini dev’essere imperniata sulla Carità e sulla fraternità. Lo stesso papa Francesco a Trieste ci ha ricordato che l’amore politico non si accontenta di curare gli effetti dei mali sociali, ma cerca di affrontarne e risolverne le cause.[9]Ciò avviene predisponendo dei progetti di legge che si approvano nei parlamenti.
Detto altrimenti, non si può essere «analfabeti di democrazia» sul piano politico, ossia sul piano delle varie istituzioni partecipative, compresi i partiti, finché resterà attuale l’ideale di una democrazia dal popolo, del popolo, per il popolo.
La conoscenza della DSC serve solo ai laici impegnati in politica o, almeno in qualche misura, ad ogni laico? Può fare qualche esempio?
Poiché la DSC in radice appartiene ad ogni persona battezzata, cresimata, eucaristizzata, a ogni persona che vive in Cristo, con Cristo, per Cristo, si può affermare che tutti i credenti ne debbono possedere una conoscenza teorico e pratica essenziale. E credenti non sono solo quelli che frequentano le chiese (non molti), ma li troviamo nelle famiglie, nelle corsie degli ospedali, nelle scuole, nelle aziende, nella cooperazione, nella finanza, nella comunicazione, nei quartieri, nelle amministrazioni, nei partiti. Tutti i credenti in Cristo, in quanto battezzati, secondo i loro carismi, sono chiamati ad evangelizzare la società, ad essere in ascolto dei mondi sociali, ad essere seminatori di cambiamento in essi, ad essere promotori del bene comune, specie dei più poveri. Bisogna riconoscere che senza di loro la democrazia si atrofizza, diventa un nominalismo, una formalità, perde rappresentatività.
La conoscenza, teorica e pratica, della DSC dev’essere un patrimonio specialmente di coloro che sono impegnati più direttamente in politica come rappresentanti della gente, come segretari di partiti, come ministri, come presidenti dei Consigli dei ministri, come presidenti delle repubbliche o altro.
Tutti i battezzati sono chiamati a vivere e a testimoniare, come scrive la Fratelli tutti (= FT) di papa Francesco, la carità sociale, ma in particolare i politici, i quali sono responsabili primi della realizzazione del bene comune. In quanto tali sono chiamati a vivere la carità nella politica, vocazione altissima. La politica è una delle forme più preziose della carità, proprio perché cerca il bene comune (cf FT n. 180). Per far capire la differenza tra la carità sociale vissuta dai semplici cittadini e la carità vissuta dal politico di professione papa Francesco scrive: «È carità stare vicino a una persona che soffre, ed è pure carità tutto ciò che si fa, anche senza avere un contatto diretto con quella persona, per modificare le condizioni sociali che provocano la sua sofferenza. Se qualcuno aiuta un anziano ad attraversare un fiume – e questo è squisita carità –, il politico gli costruisce un ponte, e anche questo è carità. Se qualcuno aiuta un altro dandogli da mangiare, il politico crea per lui un posto di lavoro, ed esercita una forma altissima di carità che nobilita la sua azione politica» (FT n. 186).
Quale percorso di avvicinamento alla DSC consiglierebbe ad un laico o ad un gruppo di laici?
Innanzitutto, il percorso che solitamente viene organizzato e proposto all’interno della propria associazione, aggregazione o movimento ecclesiale. Oppure possono essere utili i percorsi che vengono abitualmente programmati per le nuove generazioni nell’AC, CL, AGESCI, ANSPI, CSI, COLDIRETTI, o per i nuovi soci nelle cooperative bancarie o agricole o di terzo settore (che portano nel loro Statuto il riferimento alla DSC). Possono essere altrettanto utili anche i corsi di aggiornamento per i lavoratori e per le lavoratrici delle varie professioni, nelle varie imprese, in occasione della considerazione della necessità di conoscere la cultura digitale, l’intelligenza artificiale, le sue applicazioni, l’urgenza di discernere le differenze tra intelligenza umana ed intelligenza artificiale, l’urgenza di conoscerne la natura ambivalente, in quanto fonte di enormi opportunità ma anche di profondi rischi.
Una modalità di avvicinamento alla DSC può anche esserci qualora sia organizzato più classicamente un corso di DSC in vista di preparare i catechisti ad essere più atti nel discernimento sociale, oppure quando viene organizzata – cosa abbastanza impegnativa – una Scuola di formazione all’impegno sociale e politico.
In che modo pensa che si possa proporre la DSC ai giovani nel percorso della Catechesi? Tramite nozioni di base, esperienze pratiche, confronto con persone impegnate, altro?
Formando adeguatamente prima di tutto i catechisti e le catechiste ad una profonda fede, ad una spiritualità liturgica, alla comunione ecclesiale, al senso della missione, ad una pedagogia personalista, empaticamente cristiana, con una buona conoscenza dei contenuti teologici e morali, sull’uso dei mezzi moderni di comunicazione e di ricerca, non esclusa l’IA, intesa però come strumento che integra ma non sostituisce la preparazione culturale dei catechisti. Quando non si abbiano catechisti e catechiste preparati, ai quali la comunità affida sempre più un mandato, riconoscendo un ministero, diventa arduo parlare di come proporre la DSC ai giovani nel percorso della catechesi. Sono i catechisti debitamente preparati, dotati di una spiccata sapienza del cuore, di una buona conoscenza teorico-pratica della DSC e dei problemi sociali che saranno in grado di trovare le modalità più appropriate di proporre la stessa DSC ai giovani nei percorsi della Catechesi nella situazione concreta, a fronte di destinatari diversi, con i mezzi disponibili, conoscendo le provenienze familiari e in relazione sinergica con i genitori e la comunità ecclesiale.
In termini generali si può dire che è dapprima utile presentare alcune nozioni base, ossia l’alfabeto, a partire dalla narrazione della storia della DSC, dalla presentazione di esperienze di vita delle stesse prime comunità cristiane, di testimoni, di eroi e santi sociali nelle varie epoche, dal confronto con persone impegnate a tradurla in pratica nell’oggi, in vari ambiti di vita.
L’impressione è che nelle comunità non ci sia stata una forte mobilitazione contro la guerra e che solo il Papa e i vescovi abbiano avuto il coraggio di chiamare per nome e cognome i responsabili. È così? Per quale motivo?
Serve una più diffusa educazione a una pace disarmata e disarmante (si confronti la recente Nota della CEI su Educare a una pace disarmata e disarmante, Edizioni San Paolo, Milano 2026). Non basta pregare, perché la stessa preghiera «ci educa ad agire».[10] La preghiera è importantissima ma non sufficiente. Non basta condannare la guerra anche con toni forti. Occorre costruire sempre più istituzioni di pace, essere artigiani di pace, partecipando alla realizzazione democratica del bene comune. Se i cristiani, come ha sottolineato lo stesso papa Leone nel suo viaggio a Nicea, sono nel mondo più di due miliardi e mezzo, se le università cattoliche nel mondo sono più di 1.500, non è utopistico sperare che si possano impiegare e disporre maggiori energie e risorse nello sviluppo di una cultura di pace, nella preparazione di nuove generazioni di politici che, ai vari livelli, operino per ristabilire il diritto internazionale, per avviare un serio disarmo nucleare, per sostenere prassi e strategie di risoluzione pacifica dei conflitti con trattati giusti e duraturi, mediante il dialogo, il potenziamento di forze militari compartecipate nel ristabilire la pace, nel costruirla, sotto l’egida normalmente dell’ONU profondamente riformata.
La democrazia, per essere a servizio dell’uomo, richiede di essere fondata su valori condivisi: quali potrebbero essere? Quale percorso immagina che si possa seguire per definirli e poi per porli come fondamento condiviso?
Come è stato rilevato da vari studiosi, tra i quali possiamo citare Ernst-Wolfgang Böckenförde ‒, dopo la completa positivizzazione del diritto, lo Stato liberale non appare in grado di tutelarsi e di conservare le sue strutture giuridiche, perché non possiede in proprio e definitivamente quei valori da cui è stato generato e di cui necessita per sussistere.[11] Come documenta l’esperienza legislativa contemporanea, infatti, è proprio il principio di maggioranza che, permettendo in certa maniera una fondazione «autonoma» dei principi costituzionali dello Stato liberale di diritto, giunge a cambiarli e, a volte, addirittura a sostituirli con principi contrari.
Oggi si stanno, infatti, moltiplicando i tentativi di stravolgimento nei confronti di ciò che può essere definito l’ultimo «resto» del diritto naturale. Basti pensare alle varie proposte di includere l’aborto e l’eutanasia nel catalogo dei diritti umani fondamentali. Ciò è riuscito, ad esempio, alla Francia, nella quale c’è stata l’approvazione del parlamento francese di una risoluzione che eleva l’aborto a diritto fondamentale.[12]
Molte di queste proposte non equivalgono ad un aggiornamento dei diritti umani. Documentano, piuttosto, come i diritti non siano più pensati quali espressioni della dignità dell’uomo in quanto creatura di Dio, aventi un fondamento nella legge morale naturale. Si tratta, spesso, di pretese arbitrarie, prive di un fondamento obiettivo. Nascono da schemi culturali di natura meramente sociologica, sempre soggetti ai mutamenti della sensibilità dominante nei vari momenti storici e senza riscontro nella struttura antropologica ed etica degli esseri umani.
Cosa bisogna fare?
Secondo Benedetto XVI, i principi costituzionali dello Stato liberale, nonché i diritti e i doveri omologati nei suoi ordinamenti giuridici, ricavano solidità e cogenza da fonti esterne allo Stato, indisponibili rispetto alla regola procedurale della maggioranza. Quando, invece, trovano il loro fondamento ultimo soltantonelle deliberazioni di un’assemblea di cittadini, «possono essere cambiati in ogni momento e, quindi, il dovere di rispettarli e perseguirli si allenta nella coscienza comune».[13] I Governi e gli Organismi internazionali possono allora dimenticare l’oggettività e l’«indisponibilità» dei diritti. Quando ciò avviene, il vero sviluppo dei popoli è messo in pericolo. Questo perché non è detto che quanto è approvato dalla maggioranza sia sempre giusto dal punto di vista morale. Un’autentica democrazia non è solo il risultato di un rispetto formale di regole, ma è anzitutto frutto della convinta accettazione dei valori che ispirano le procedure democratiche: la dignità delle persone umane, il rispetto dei diritti dell’uomo, l’assunzione del bene comune come fine e criterio regolativo della vita politica. Se non vi è un consenso generale su tali valori, si smarrisce il significato profondo della democrazia e si compromette la sua stabilità.
Secondo Benedetto XVI, una misura condivisibile di verità e di bene, come anche un robusto consenso morale da parte dei cittadini, sono disponibili in una comunità politica, quando essa promuova il diritto alla libertà religiosa,[14] quando apra alle religioni uno spazio pubblico, ove esse possono offrire la loro proposta di «vita buona», in un libero e disciplinato confronto plurale.
Per papa Francesco la democrazia fiorisce là ove non solo si potenziano i meccanismi istituzionali che massimizzano le possibilità di discussione, la continua correzione delle scelte. Essa ha bisogno di un ethos diffuso tra la popolazione, di stili di vita orientati da una vita buona, del riferimento ad una verità morale fondata non solo sul consenso ma anche razionalmente. Il destino della democrazia dipende dall’autenticità delle relazioni fraterne e dall’amore-carità.
Sulla base della fraternità e dell’amore pieno di verità, amore realista, ci si impegna tutti affinché ogni cittadino si trovi nelle condizioni sociali, economiche, culturali, politiche che gli consentono di poter prendere parte alla vita della Repubblica. Una democrazia a bassa intensità finisce per ferire le libertà dei cittadini e di impedire la loro crescita integrale.
La partecipazione non si improvvisa: si impara da ragazzi, da giovani e va “allenata”, anche al senso critico rispetto alle tentazioni ideologiche e populistiche, comprese quelle dei sovranismi e dei nazionalismi esasperati, quasi autocratici.
Quali sono le principali ragioni che ostacolano la circolazione vitale della DSC nelle coscienze, nella catechesi, nei vari ambienti di vita, nelle realtà temporali, nella cultura?
Nel discernimento dei principali ostacoli, che impediscono alla DSC di entrare nelle vene della vita delle comunità cristiane e delle associazioni cattoliche o di ispirazione cristiana, come discernimento e come energia costruttrice, ci viene in aiuto quanto ha recentemente detto l’arcivescovo Mario Delpini nell’incontro con il Movimento Cristiano Lavoratori, tenutosi a Milano il 10 luglio 2025.[15]
Una prima ragione o un primo ostacolo, che ne impedisce la diffusione, e che scoraggia coloro stessi che vi credono – non paiono, però, moltissimi, purtroppo – è che la DSC è circondata da un’ampia e silenziosa complicità nel disinteresse.[16] Ciò è stato dimostrato clamorosamente anche in occasione dell’ultima Settimana sociale dei cattolici in Italia, celebratasi a Trieste nel luglio scorso 2024, nonostante la presenza di circa mille persone, del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e di papa Francesco, che sono entrambi intervenuti con parole ben ponderate e sapienti circa il tema relativo alla democrazia e alla partecipazione.[17] Detto diversamente, in un momento di caduta o di tramonto dell’Occidente,[18] ossia in un contesto di crisi socioculturale in cui ci sarebbe stato, e ancora c’è, un estremo bisogno di rinascita spirituale, di fraternità e di solidarietà, di elaborazione di una nuova cultura, la proposta significativa e profetica, carica di positività e di visione nuova, della DSC, non ha suscitato particolare interesse. Anzi, è stata snobbata, considerata insignificante, inutile.
Una seconda ragione è data, secondo l’arcivescovo Delpini, dal fatto che il contesto culturale, che circonda la DSC, è a tal punto indottrinato e pervaso da un accentuato individualismo libertario ed utilitarista,[19] da far apparire la sua proposta socioculturale come inattuale, fuori dal tempo, in quanto improntata in termini di fraternità, di solidarietà, di servizio al bene comune, di trascendenza.
Una terza ragione sarebbe data – ragione simile alla seconda, quasi una conseguenza della precedente –, dal sospetto dell’irrilevanza della DSC o, meglio, della sua improponibilità odierna. Parlare di pace, di giustizia sociale, in un contesto di invasioni di eserciti, della cresciuta possibilità di una terza guerra mondiale, di aggressività inusitata da parte delle stesse multinazionali tecnologiche, sarebbe peccare di ingenuità. Nel mondo vi sono 32 guerre in atto. L’economia vive in termini di concorrenza spregiudicata, di vera e propria lotta – si pensi all’imposizione (trasformatasi in parte in «contrattazione») di dazi da parte degli USA -, di contrapposizione di interessi, come anche di discriminazione dei soggetti più deboli, dei più poveri, degli stessi giovani e delle donne.[20]
Ma vi sono altre ragioni, sempre secondo sua Ecc. mons. Mario Delpini, che non manifestano la rilevanza, la significatività e la capacità umanizzante della DSC. Si tratta di ragioni legate non tanto alla DSC in sé o alla percezione che ne ha la società indifferente nei confronti del Vangelo, quanto piuttosto al comportamento dello stesso associazionismo cattolico. Ossia, in primo luogo, al modo affaticato ed incolore di vivere la DSC, al punto da renderla poco attrattiva alla gran parte dello stesso mondo cattolico e all’associazionismo laico; in secondo luogo, a causa di una stucchevole retorica sul Vangelo, sull’ispirazione cristiana, che si esaurisce in un’incessante celebrazione di un passato glorioso, a cui però corrisponde un’operosità quotidiana reticente che, in ultima analisi, si adegua ai criteri che seguono tutti, e che non evidenzia la propositività, la visione di futuro del Magistero sociale;[21] e, in terzo luogo, soprattutto, le divisioni tra le stesse associazioni cattoliche, più intente ai distinguo e all’affermazione puntigliosa dei propri punti di vista, senza però giungere alla condivisione e alla coltivazione di mete comuni da raggiungere insieme, in un’umile corresponsabilità.[22] Tutto questo finisce per ostacolare l’immissione dei principi, dei criteri di giudizio, degli orientamenti pratici, degli stili di vita, proposti dalla DSC, nelle arterie della società, dell’economia, della politica, della cultura, sia sul piano nazionale sia sul piano internazionale, a livello del multilateralismo.
Ma, oltre alle ragioni rilevate magistralmente dall’arcivescovo Mario Delpini, chi scrive ne vorrebbe elencare qualche altra. Basti pensare, come già sottolineava anni fa Giuseppe Lazzati, docente di letteratura cristiana antica e Rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, che i cattolici, benché posseggano il grande tesoro della DSC non sempre sono in grado di tradurlo nella vita, in termini politici. Non raramente, poi, non pochi cattolici, che militano in diversi partiti, si servono della DSC come se fosse un self-service, ossia come un supermercato in cui si entra e si selezionano alcuni prodotti, giudicati più conformi ai propri punti di vista, mentre se ne rifiutano altri, considerati meno validi o utili. Ciò è anche avvenuto all’interno di gruppi che, durante e dopo la Settimana sociale dei cattolici in Italia, svoltasi a Trieste, si sono riproposti di formare nuove cordate per un rinnovato impegno politico, appellandosi sì alla DSC, ma utilizzandola parzialmente, valorizzando solo alcuni temi (ad es., migranti, loro inserimento sociale, scolastico; pace, sicurezza sociale, non smantellamento della sanità pubblica, inversione del calo demografico, superamento della carenza di lavoratori, formazione professionale, politica in senso alto, dimensione europea, tutela ambientale, cambiamenti climatici, partecipazione e democrazia). Si tratta, come è evidente, di cose sacrosante, ma non sufficienti a valorizzare la proposta complessiva ed unitaria della stessa DSC. Non si possono tralasciare i temi fondamentali:
- della vita (dal concepimento sino alla sua fine naturale; non esiste il diritto al suicidio, lo Stato non può comandare il suicidio), della conseguentepromozione, ferma ed ampia, di una cultura della vita e della speranza, attraverso in particolare, il rispetto della dignità della vita umana che comprende anche l’eliminazione della pena di morte;
- della fraternità;
- della famiglia secondo la proposta di Cristo – intesa in senso più che sociologico;
- della libertà religiosa;
- dell’autonomia della scuola cattolica (scuola paritaria, secondo la legge 62/2000 di Luigi Berlinguer);
- della subordinazione della finanza (oggi stravolta dal crescente fenomeno della cosiddetta finanziarizzazione) all’economia reale; dei mercati liberi, stabili, trasparenti, democratici, non oligarchici, ministeriali alle amministrazioni pubbliche, al mondo del lavoro, alle imprese, alle comunità locali, ai beni collettivi, al bene comune;[23]
- dell’educazione all’integrazione socioculturale per i migranti;
- della formazione sociale e politica dei cittadini, anche dal punto di vista dell’uso etico dell’Intelligenza artificiale;[24]
- della legalità e della lotta alla corruzione;
- del graduale superamento dell’assistenza per le situazioni di emergenza (l’assistenza aiuta a sopravvivere, ma non a vivere dignitosamente) per aiutare chi è povero a vivere di dono, ossia come persona capace di prendersi cura dell’altro mettendolo in condizione di essere libero e responsabile, capace, a sua volta, di farsi dono verso gli altri e il bene comune;
- dell’abbattimento delle strutture di peccato,[25] della consistente riduzione, se non del totale condono, del debito estero e del debito ecologico;[26]
- dell’innalzamento di istituzioni di pace,[27] del rompere le catene dell’ingiustizia, ponendo sempre più condizioni di uguaglianza.
È chiaro che l’utilizzo in toto della DSC, specie nei suoi aspetti contingenti e superati, legata a contesti storici particolari, non è praticabile o raccomandabile.
Ciò che, tuttavia, vanifica la ricchezza ispiratrice e progettuale della DSC è il fatto di posporla al partito in cui si è scelto di militare, in una posizione subalterna, assegnando di fatto il primato non all’esperienza credente in Cristo, ma alla propria appartenenza partitica. Qualcosa di simile sembra essersi verificato nell’incontro di un gruppo di cattolici a Milano, dopo Trieste. Lì, a detta degli stessi partecipanti, afferenti al PD o del PD, la DSC sembra sia stata piuttosto lasciata da parte per concentrarsi, invece, sul tema, ritenuto più urgente, del riposizionamento dei cattolici rispetto alla linea politica espressa dalla Segretaria Elly Schlein. Con ciò è stata probabilmente persa un’importante occasione, quella dell’analisi e della riformulazione dei contenuti politici del partito alla luce della DSC, specie in vista di poter offrire un apporto significativo da parte dei cattolici in quanto cristiani, rispetto ai grandi problemi della società contemporanea, sia sul piano europeo sia sul piano mondiale.[28]
Ciò, invece, ha dato l’impressione, presso non pochi credenti che, per i cattolici impegnati in politica, non si diano reali congiunzioni con la loro vita in Cristo, con le radici della loro esperienza credente del mistero intero di Cristo, vissuto non solo sul piano liturgico ma anche nella vita quotidiana: la fede va tradotta e concretizzata nell’impegno sociale. Il cristianesimo, come ha sottolineato recentemente papa Leone XIV, non si riduce ad una semplice devozione privata, perché implica anche un modo di vivere in società improntato all’amore di Dio e del prossimo che, in Cristo, non è più un nemico ma un fratello.[29] Non c’è, per conseguenza, separazione nella personalità di un personaggio pubblico, spiega il pontefice ad un gruppo di rappresentanti politici: non c’è da una parte l’uomo politico e dall’altra il cristiano. C’è l’uomo politico che, mosso dalla Carità di Cristo, animato dalla propria coscienza, vive cristianamente i propri impegni e le proprie responsabilità.[30]
Diventa, allora, inevitabile porsi l’interrogativo: davvero il nesso tra la fede e la vita politica non suscita l’impulso incomprimibile ad una rivoluzione d’amorerispetto all’esistente, peraltro bisognoso di profonde trasformazioni e riforme? E ciò con riferimento a tutte le realtà umane. La salvezza, che Gesù Cristo ha ottenuto con la sua morte e la sua risurrezione, racchiude, infatti, tutte le dimensioni della vita umana e della vita, la salute, passando per la comunicazione, l’educazione e la politica.
Ecco un punto cruciale per i credenti rispetto alla DSC. Questa diviene strumento di una nuova società, di una nuova politica e di una nuova democraziase suscita un discernimento continuo che coinvolge, con il riferimento al Verbo che si fa carne, i vari soggetti ecclesiali, anche i credenti impegnati in politica o nella famiglia e nella società civile. L’esperienza credente del mistero totale della redenzione di Cristo sostiene le coscienze dei battezzati, dei cresimati e degli eucaristizzati con un Amore pieno di verità, da viversi con riferimento alle sfide della pace, della cura dell’ecologia integrale, della legalità, del superamento della corruzione, dell’animazione etica dell’intelligenza artificiale. Non solo le inquieta ma, simultaneamente, le rende capaci di quella profezia che declina nella cultura contemporanea ciò che è specifico del cristianesimo, in modo che si presenti ragionevole e praticabile anche per chi non crede. E ciò alimentando una progettualità germinale sul piano sociale, economico, politico, culturale: una progettualità che necessita, ovviamente, di essere sviluppata e maggiormente concretizzata nelle varie situazioni storiche, sino a divenire progetto e, poi, più in particolare, programma politico e, da ultimo, partitico. Il che, ovviamente, non deve indurre ad equiparare la DSC con le varie elaborazioni e proposte di programmi partitici che possono nascere dall’incarnazione dell’insegnamento sociale della Chiesa nei vari contesti socioculturali delle nazioni e del mondo. La DSC in quanto tale si pone su un piano più alto ed universale.
A questo punto, diviene più chiara una delle ragioni per cui è stato scritto il volume che qui si presenta. Si tratta di una motivazione, evidentemente, propedeutica ad una lettura intera di esso, non a morsi e a bocconi. Essa, inoltre, è fondamentale nel ribadire che per i credenti la loro vita quotidiana non può essere separata dalla fede, quasi che ci possa essere per essi un’esistenza non unitaria, profondamente lacerata.
Il volume Gioia e speranza, nei suoi vari capitoli, si ripromette di mostrare, in particolare, la via che, percorrendola, consente sia di superare l’esiziale frattura tra fede e vita, condannata dai vari pontefici, sia di comprendere che la DSC non è una realtà esterna rispetto alla fede vissuta, ossia ad una fede incarnata, bensì un discernimento sociale, un sapere sapienziale, una progettualità – bisognosa di varie incarnazioni culturali e sociali – che erompono da una esistenza che viveCristo, come diceva san Paolo (cf Fil 1,21). E, quindi, plasmata dallo Spirito d’amore del Verbo, che si fa carne per redimere, divinizzare l’umanità, le sue relazioni con il creato.
In breve, la DSC è espressione innanzitutto di un’esperienza credente, ricca di fede e di amore. Mentre viene accolta, celebrata e sperimentata, essa è sorretta, in quanto scienza, da un’ampia cultura teologica ed umanista, da sintesi culturali che sempre si rinnovano.
Frutto dell’esperienza dell’evento che è Gesù Cristo, che si incarna e redime l’umanità nella sua integralità, mediante la sua morte e risurrezione, infonde in tutte le attività umane il suo Amore redimente e trasfigurante.
Nell’Eucaristia che celebrano, i credenti si uniscono a Cristo, come scrive papa Francesco nell’enciclica Dilexit nos (=DN), che «è il cuore del mondo»! «La sua Pasqua di morte e risurrezione è il centro della storia, che grazie a Lui è storia di salvezza». Tutte le persone, tutte le creature del mondo che attraverso le persone partecipano – mediante i sacramenti, specie mediante l’Eucaristia -, all’Incarnazione, morte e risurrezione del Verbo che si fa umanità, avanzano «verso la meta comune, che è Dio, in una pienezza trascendente dove Cristo risorto abbraccia e illumina tutto» (DN n. 31).
Vivendo l’esperienza credente del mistero eucaristico, memoriale dell’incarnazione, morte e risurrezione di Gesù Cristo, che ricapitola in sé tutte le cose, i credenti scorgono nella sua redenzione integrale le radici più profonde dell’evangelizzazione del sociale, dell’umanizzazione più piena delle persone, delle relazioni interpersonali e comunitarie, non escluse quelle della vita politica e democratica. L’evangelizzazione e la DSC che essi mutuano, in certa maniera, dalla partecipazione al mistero della salvezza integrale di Cristo, sono realtà che derivano dall’esperienza di fede dell’Amore di Cristo, che li sollecita a prolungare la sua opera di trasfigurazione e ricapitolazione di tutte le cose nell’Uomo celeste (cf 1 Cor15, 45-49), sia quelle della terra sia quelle del cielo. L’amore di Cristo è la forza che anima e regge il Regno di Dio in questo mondo e nell’altro.
In conclusione, se la DSC fosse considerata come un qualcosa di aprioristico, come una dottrina che è calata sulla terra da un iperuranio platonico e a sé stante, e che dovrebbe essere ricevuta passivamente è evidente che sarebbe preclusa la via della sua ricezione da parte di persone libere e responsabili. Se la DSC fosse realmente una dottrina precostituita, preconfezionata, e non un sapere teorico pratico, elaborato o composto con l’approfondimento razionale dei dati di fede (depositum fidei), e inoltre con l’aiuto di più apporti del sapere umano, avrebbero ragione coloro che la rifiutano perché non lascerebbe libertà nella ricerca della verità.
A coloro che reputano la DSC, come si è detto sopra, ha cercato di rispondere qualche tempo fa lo stesso Papa Leone XIV. Egli ha già avuto modo di parlare sulla DSC e di prendere posizione verso sue talune visioni distorte o di quasi indifferenza in uno dei suoi primi pronunciamenti, ovvero nel Discorso ai Membri della Fondazione Centesimus annus Pro Pontifice del 17 maggio 2025.[31]
In un contesto di relativismo gnoseologico ed etico, la DSC è chiamata, secondo Leone XIV, ad offrire il suo apporto specifico in quanto disciplina, ossia in quanto sapere teorico-pratico sapienziale, che appartiene all’ambito della teologia morale sociale e che si caratterizza, tra le altre scienze, per una propria ministerialità, a servizio del Regno di Dio, implicante la rigenerazione del discorso antropologico ed etico sul piano socioculturale. Essa, in particolare, con l’ausilio di varie scienze teologiche ed umane, offre quelle indicazioni che sono necessarie alla costruzione di una vita sociale effettivamente ordinata a Cristo, al compimento umano in Dio, senza nulla togliere alla sua sana autonomia terrena, anzi potenziandola, rendendola più sé stessa nel suo ordine naturale, ossia anche in quell’ordine che è pensato e voluto da Dio stesso creatore.[32]
A detta di Leone XIV, la DSC rappresenterebbe una scienza che fornisce chiavi interpretative che pongono in dialogo varie scienze, molteplici saperi, e la coscienza cristiana, la quale non esclude, anzi include, la coscienza umana, perfezionandola.[33] A quale fine?
Al fine di dare – entro un contesto culturale caratterizzato da linguaggi ambigui e ambivalenti, virtuali –[34] un contributo fondamentale alla conoscenza, alla speranza, alla pace e, in definitiva, come già accennato, alla realizzazione del Regno di Dio.
Da queste prospettive, evocate da Leone XIV, viene a noi la conferma che la DSC non è un sapere dedotto da premesse astratte e, quindi, non è imposto dall’alto, come non pochi oggi pensano. Nemmeno è una dottrina elaborata attenendosi unicamente ad una mera ripetizione del revelatum, su ciò che di fatto è stato rivelato, senza che la ragione possa studiare, illuminare la parola di Dio – non in sé stessa, perché la parola di Dio è autosufficiente, ma nello spirito degli uomini -, per disporli ad accogliere la fede e a viverla. La DSC essendo appartenente alla teologia morale sociale, è una scienza religiosa fondata soprattutto sulla parola di Dio, ma non solo. Essa si avvale, come sopra accennato, dell’apporto di altre scienze teologiche, di altre scienze umane. Si avvale dell’apporto della ragione teologica e della ragione umana, nei suoi vari gradi di sapere, e quindi si avvale anche dei risultati di quella ricerca comune che pongono in atto gli uomini quanto alla verità, al bene, a Dio.
Ecco perché si può dire che la DSC è un sapere interdisciplinare, in un contesto di transdisciplinarità, che è quello della teologia morale sociale, cioè di un sapere più propriamente teorico-pratico-pratico, di un sapere, quindi, che non coincide semplicemente con la teologia morale sociale ma che la arricchisce di una valenza progettuale commisurata alla realtà storica.
Tutti parlano di bene comune. Che cos’è per la Dsc?
Troverei molto agevole rispondere così: per la DSC il bene comune è la vita retta della moltitudine, del popolo, della gente. Siccome, però, un simile modo di rispondere, che potrebbe essere trovato nelle opere di Autori classici, non sarebbe facilmente comprensibile ai più, debbo precisare subito che la stessa DSC nella Costituzione pastorale Gaudium et spes lo definisce in maniera diversa, come l’insieme delle condizioni sociali (politiche, economiche, giuridiche, religiose, morali) che consentono alle persone, alle famiglie, ai vari gruppi sociali, alle imprese, alla società politica, alla comunità politica mondiale di raggiungere il loro compimento umano in Dio. La definizione della GS non esclude la definizione classica di bene comune come vita retta della moltitudine. La presuppone. Senza la vita retta della moltitudine, composta da elettori e da rappresentanti, dalle famiglie, dai corpi intermedi, dagli stessi partiti, il bene comune come insieme di condizioni sociali, orientate alla realizzazione del bene comune, bene di tutti, non sarebbe attuato.
[1] Cf M. Toso, Gioia e speranza. Evangelizzazione, catechesi e insegnamento sociale, Edizioni delle Grazie, Faenza 20252.
[2] SETTIMANE SOCIALI DEI CATTOLICI IN ITALIA, Documento preparatorio della 50a Settimana sociale dei Cattolici in Italia: Al cuore della democrazia #Partecipare TraStoriaeFuturoTrieste 3-7 luglio 2024, p. 24.
[3] CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Terza Assemblea sinodale delle Chiese che sono in Italia: Lievito di pace e di speranza. Documento di sintesi del Cammino sinodale (Roma, 25 ottobre 2025), p. 18.
[4] Cf M. Toso, Dimensione sociale della fede. Sintesi aggiornata di Dottrina sociale della Chiesa, LAS, Roma 20233.
[5] Cf GIOVANNI PAOLO II, Sollicitudo rei socialis, n. 41: «La dottrina sociale della Chiesa non è una «terza via» tra capitalismo liberista e collettivismo marxista, e neppure una possibile alternativa per altre soluzioni meno radicalmente contrapposte: essa costituisce una categoria a sé. Non è neppure un’ideologia, ma l’accurata formulazione dei risultati di un’attenta riflessione sulle complesse realtà dell’esistenza dell’uomo, nella società e nel contesto internazionale, alla luce della fede e della tradizione ecclesiale. Suo scopo principale è di interpretare tali realtà, esaminandone la conformità o difformità con le linee dell’insegnamento del Vangelo sull’uomo e sulla sua vocazione terrena e insieme trascendente; per orientare, quindi, il comportamento cristiano. Essa appartiene, perciò, non al campo dell’ideologia, ma della teologia e specialmente della teologia morale. L’insegnamento e la diffusione della dottrina sociale fanno parte della missione evangelizzatrice della Chiesa. E, trattandosi di una dottrina indirizzata a guidare la condotta delle persone, ne deriva di conseguenza l’«impegno per la giustizia» secondo il ruolo, la vocazione, le condizioni di ciascuno. All’esercizio del ministero dell’evangelizzazione in campo sociale, che è un aspetto della funzione profetica della Chiesa, appartiene pure la denuncia dei mali e delle ingiustizie. Ma conviene chiarire che l’annuncio è sempre più importante della denuncia, e questa non può prescindere da quello, che le offre la vera solidità e la forza della motivazione più alta».
[6] Cf M. Toso, Chiesa e democrazia, Società Cooperativa Sociale Frate Jacopa, Roma 20252.
[7] Cf Francesco, Discorso a Trieste, 7 luglio 2024.
[8] DOCUMENTO PREPARATORIO DELLA 50ASETTIMANA SOCIALE DEI CATTOLICI IN ITALIA. Al cuore della democrazia#PartecipareTraStoriaeFuturo, Trieste (3-7 luglio 2024), p. 24.
[9] Francesco, Discorso presso il Centro Congressi “Generali Convention Center” (7 luglio 2024).
[10] Cf Leone xiv, Riflessione nella Veglia di preghiera per la pace, sabato 11 aprile 2025.
[11] Su questi aspetti hanno fermato la loro attenzione anche Joseph Ratzinger e Jürgen Habermas. Si veda, ad esempio, J. Ratzinger-J. Habermas, Etica, religione e Stato liberale, Morcelliana, Brescia 2004.
[12] Considerare l’aborto come «diritto» apre un baratro di cui non si scorge il fondo: si praticherà quando e come si vuole, senza limiti, nei suoi confronti non varrà l’obiezione di coscienza, che pure è caposaldo delle libertà personali. Nell’ottica della decisione francese, chi obietterà si opporrà all’esercizio di un diritto, entrerà in uno spazio giuridico negativo, fino a poter subire sanzioni.
[13] Ib.
[14] Cf CIV 29.
[15] Cf M. Delpini, Prolusione: Non chiudiamoci in un museo: speranza e non autocelebrazione, in EDIZIONI TRAGUARDI SOCIALI- MOVIMENTO CRISTIANO LAVORATORI, Identità e storia del cattolicesimo associato in Italia, Atti del Simposio (Milano 9 luglio 2025), Mancini Edizioni, Roma 2025, pp. 17-20.
[16] Cf ib., p. 17.
[17] Cf Documento preparatorio della cinquantesima Settimana Sociale Dei Cattolici In Italia, Al cuore della democrazia#PartecipareTraStoriaeFuturo , Trieste 3-7 luglio 2024.
[18] Cf E. Todd, La sconfitta dell’Occidente, Fazi Editore, Roma 2024; C. Rhodes, Il capitalismo Woke. Come la moralità aziendale minaccia la democrazia, Fazi Editore, Torino 2023; R. Prodi- M. Giannini, Il dovere della speranza: le guerre, il disordine mondiale, la crisi dell’Europa e i dilemmi dell’Italia, Rizzoli, Milano 2024; F. Fornaro, Una democrazia senza popolo, Bollati Boringhieri, Torino 2025; M. Toso, Chiesa e democrazia, Società Cooperativa Sociale Frate Jacopa, Roma 20252.
[19] Cf M. Delpini, Prolusione, p. 18.
[20] Su questi scenari può essere utile leggere il saggio di C. COTTARELLI, La verità sulle sfide economiche e sociali del nostro futuro, Mondadori, Milano 2025.
[21] Cf M. Delpini, Prolusione, p. 19.
[22] Cf ib.
[23] Cf Pontificio consiglio della giustizia e della pace, Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2011 (3.a ristampa).
[24] Francesco, Intelligenza artificiale e pace. Messaggio per la 57.a Giornata Mondiale della Pace, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2024, specie pp. 28-30. Si confronti anche Dicastero per la dottrina della fede-dicastero per la cultura e l’educazione, Antiqua et nova, sul rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2025.
[25] Cf Giovanni paolo ii, Sollicitudo rei socialis, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1987, nn. 35-37. Le «strutture di peccato» o i peccati sociali si radicano nei peccati personali e, quindi, sono sempre collegati ad atti concreti delle persone che, da sole o in gruppo, li introducono, li consolidano, li rendono difficili da rimuovere. E così si rafforzano, si diffondono e diventano sorgente di altri peccati, condizionando la condotta degli uomini.
[26] In generale, il debito ecologico fa riferimento, in termini di obbligazione e responsabilità, a quanto i Paesi industrializzati, o Nord del mondo, hanno accumulato nei confronti dei Paesi in via di sviluppo, o Sud del mondo, per aver sfruttato le loro risorse naturali e aver contribuito in modo determinante al loro degrado ambientale e sociale. Su questo ha scritto l’enciclica Laudato sì’ (cf nn. 51-52) come anche l’esortazione apostolica Laudate Deum (4 ottobre 2023), che ha evidenziato sia la debolezza della politica internazionale sia i progressi e i fallimenti delle Conferenze sul clima.
[27] Cf M. Toso, Se vuoi la pace, prepara istituzioni di pace. Il caso Ucraina. Riflessioni per il discernimento, prefazione di Stefano Zamagni, Società Cooperativa Frate Jacopa, Roma 2022, specie pp. 67-73. Tra le associazioni cattoliche e di ispirazione cristiane è nata l’idea di un Convegno dedicato all’istituzione nel nostro Paese di un Ministero della Pace. Il fine dichiarato è quello di articolare un progetto volto a dare vita ad un’istituzione pubblica. Su questo si legga l’editoriale del prof. Stefano Zamagni scritto in «Avvenire» nella domenica 22 giugno 2025.
[28] In proposito basti leggere C. Cottarelli, All’inferno e ritorno. Per la nostra rinascita sociale ed economica, Feltrinelli, Milano 2022.
[29] Cf Leone xiv, Discorso alla Delegazione di rappresentanti politici e personalità civili della Val De Marne, nella Diocesi di Créteil, in Francia, giovedì 28 agosto 2025.
[30] Rivolgendosi sempre alla Delegazione di rappresentanti politici, provenienti dalla Francia, così prosegue papa Leone: «Siete dunque chiamati a rafforzarvi nella fede, ad approfondire la dottrina — in particolare la dottrina sociale — che Gesù ha insegnato al mondo, e a metterla in pratica nell’esercizio delle vostre funzioni e nella stesura delle leggi. I suoi fondamenti sono sostanzialmente in sintonia con la natura umana, la legge naturale che tutti possono riconoscere, anche i non cristiani, persino i non credenti. Non bisogna quindi temere di proporla e di difenderla con convinzione: è una dottrina di salvezza che mira al bene di ogni essere umano, all’edificazione di società pacifiche, armoniose, prospere e riconciliate. Sono ben consapevole che l’impegno apertamente cristiano di un responsabile pubblico non è facile, in particolare in certe società occidentali in cui Cristo e la sua Chiesa sono emarginati, spesso ignorati, a volte ridicolizzati. Non ignoro neppure le pressioni, le direttive di partito, le “colonizzazioni ideologiche” — per riprendere una felice espressione di Papa Francesco —, a cui gli uomini politici sono sottoposti. Devono avere coraggio: il coraggio di dire a volte “no, non posso!”, quando è in gioco la verità. Anche qui, solo l’unione con Gesù — Gesù crocifisso! — vi darà questo coraggio di soffrire in suo nome. Lo ha detto ai suoi discepoli: “Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!” (Gv 16, 33)».
[31] Cf Leone xiv, Discorso ai Membri della Fondazione Centesimus annus Pro Pontifice, 17 maggio 2025.
[32] Cf M. Toso, La dimensione sociale della fede. Sintesi aggiornata della dottrina sociale della Chiesa, LAS, Roma 2023, p. 71.
[33] Cf Leone xiv, Discorso ai Membri della Fondazione Centesimus annus Pro Pontifice, 17 maggio 2025.
[34] Sull’intelligenza artificiale e l’intelligenza umana si legga la Nota già citata ed elaborata da Dicastero per la dottrina della fede-dicastero per la cultura e l’educazione, Antiqua et nova, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2025. Si veda anche: P. Benanti, L’uomo è un algoritmo? Libri Castelvecchi 2025.
