INTERVISTA A SUA ECCELLENZA MONS. MARIO TOSO
DA PARTE DEL GIORNALE «LA VITA CATTOLICA» DI UDINE
Nel mondo sempre più destrutturato di oggi, non le sembra che la Dsc dovrebbe avere un ruolo centrale, almeno per i cristiani e in specie per i laici impegnati? Sembra invece che venga tenuta da parte. Per quale motivo?
La Dottrina o Insegnamento sociale o Magistero sociale, rispetto alla totalità dei cattolici, appare, in ultima analisi, una realtà conosciuta da pochi, tutto sommato da una minoranza. Per i più essa è, come diceva un professore australiano anni fa, un “segreto ben conservato”. Ciò ha condotto non pochi credenti a non conoscerne nemmeno l’alfabeto, come è stato sottolineato anche nella Settimana sociale di Trieste con riferimento al tema della democrazia. Il Documento preparatorio ha evidenziato la crescita dell’analfabetismo politico tra i cattolici. Tra i motivi risulta, come emerso anche dal Documento finale del Cammino sinodale della Chiesa italiana, che la dimensione sociale della fede non è debitamente assunta, pensata, celebrata e proposta nei vari percorsi della catechesi e della formazione culturale e spirituale.
Nel contesto di una politica sempre più conflittuale, a cominciare dal linguaggio, i politici di ispirazione cristiana (quasi tutti, come si dicono) quali principi dovrebbero anzitutto assumere dalla Dsc?
Basterebbe rileggere l’enciclica Fratelli tutti di papa Francesco. La conflittualità e le guerre crescenti ne richiedono una rivisitazione e un rilancio sul piano pastorale, educativo, politico. Forse non è stata presa sul serio. In tale enciclica si afferma che la grandezza politica di un popolo si mostra quando, in momenti difficili, si opera proprio sulla base di grandi principi e pensando al bene comune a lungo termine. Occorre, innanzitutto, riconoscere ogni essere umano come un fratello o una sorella e ricercare un’amicizia sociale. In vista di ciò è fondamentale l’esercizio alto della carità. Per aiutare i bisognosi e per dare vita a processi sociali di fraternità e di giustizia sociale, di integrazione, occorre progredire verso un ordine sociale e politico avente come anima ciò che papa Francesco chiama carità sociale. Detto altrimenti, occorre vivere la politica come una vocazione altissima. La politica è una delle forme più preziose della carità, in quanto cerca il bene comune. La carità coniugata nel sociale ci fa amare il bene comune e fa cercare effettivamente il bene di tutte le persone, considerate non solo individualmente ma anche nella dimensione relazionale che le unisce. Però, l’amore sociale è una forza capace di suscitare nuove vie per affrontare i problemi del mondo d’oggi se non è considerata un vago sentimento e ad una condizione essenziale: se si accompagna all’impegno per la verità. La carità ha bisogno della luce della verità, luce che è, ad un tempo quella dellaragione e della fede. Un buon politico si impegna perché si diffonda una cultura del rispetto reciproco, del dialogo, di una convivenza pacifica.
L’esito del referendum sembra aver fatto rinascere la voglia di partecipazione politica specie nei giovani e negli astensionisti. È solo un caso?
No. Appare un fatto positivo, che fa ben sperare. A patto che i giovani, assieme ovviamente agli adulti con esperienza di vita politica, si impegnino a rigenerare la politica che trascende i partiti. I partiti sono un ottimo strumento per la partecipazione quando siano riformati e non siano assolutizzati addirittura identificandoli con leader carismatici. Per ridare dignità alla politica occorre coltivare la ricerca della verità, della libertà, della fraternità, della giustizia sociale e del connesso bene comune. Oggi vanno sbaragliati l’individualismo e l’utilitarismo. Là dove prevalgono il libertarismo, la dittatura del relativismo assoluto, l’idolatria del denaro e della tecnica, è facile che il potente o il più abile riesca ad imporre la menzogna, un pensiero unico. Accettare che ci siano beni-valori permanenti, benché non sia sempre facile riconoscerli, conferisce solidità e stabilità all’etica sociale.
Come va accompagnata questa riscoperta?
Investendo in una cultura sapienziale, nella formazione di nuove generazioni all’impegno sociale e politico, al senso critico; educando soprattutto le coscienze, accompagnando i politici perché vivano una spiritualità profonda, all’insegna del servizio al bene comune.
In che modo pensa che si possa proporre la DSC ai giovani nel percorso della Catechesi?
Formando adeguatamente prima di tutto i catechisti e le catechiste ad una profonda fede, ad una spiritualità liturgica, alla comunione ecclesiale, al senso della missione, ad una pedagogia personalista e comunitaria, empaticamente cristiana, con una buona conoscenza dei contenuti teologici e morali, sull’uso dei mezzi moderni di comunicazione e di ricerca, non esclusa l’IA, intesa però come strumento che integra ma non sostituisce la preparazione personale e culturale dei catechisti. Quando non si abbiano catechisti e catechiste preparati, ai quali la comunità affida sempre più un mandato, riconoscendo un ministero, diventa arduo parlare di come proporre la DSC ai giovani nel percorso della catechesi. Sono i catechisti debitamente preparati, dotati di una spiccata sapienza del cuore, di una buona conoscenza teorico-pratica della DSC e dei problemi sociali che saranno in grado, nella situazione concreta, a fronte di destinatari diversi, con i mezzi disponibili, conoscendo le provenienze familiari e in relazione sinergica con i genitori e la comunità ecclesiale, di trovare le modalità più appropriate di proporre la stessa DSC ai giovani nei percorsi della Catechesi.
In termini generali si può dire che è dapprima utile presentare alcune nozioni base, ossia l’alfabeto – esistono dei buoni Dizionari –[1], a partire dalla narrazione della storia della DSC, dalla presentazione di esperienze di vita delle stesse prime comunità cristiane, di testimoni, di eroi sociali nelle varie epoche, dal confronto con persone impegnate a tradurla in pratica nell’oggi, in vari ambiti di vita.
Tutti parlano di bene comune. Che cos’è per la Dsc?
Troverei molto agevole rispondere così: per la DSC il bene comune è la vita retta della moltitudine, del popolo, della gente. Siccome, però, un simile modo di rispondere, che potrebbe essere trovato nelle opere di Autori classici, non sarebbe facilmente comprensibile ai più, debbo precisare subito che la stessa DSC nella Costituzione pastorale Gaudium et spes lo definisce in maniera diversa, come l’insieme delle condizioni sociali (politiche, economiche, giuridiche, religiose, morali) che consentono alle persone, alle famiglie, ai vari gruppi sociali, alle imprese, alla società politica, alla comunità politica mondiale di raggiungere il loro compimento umano in Dio. La definizione della GS non esclude la definizione classica di bene comune come vita retta della moltitudine. La presuppone. Senza la vita retta della moltitudine, composta da elettori e da rappresentanti, dalle famiglie, dai corpi intermedi, dagli stessi partiti, il bene comune come insieme di condizioni sociali, orientate alla realizzazione del bene comune, bene di tutti, non sarebbe attuato.
Perché il laico che s’impegna partiticamente in parrocchia viene spesso guardato con sospetto? Solo perché è di destra o di sinistra quindi schierato?
Il laico o la laica che si impegna partiticamente viene guardato con sospetto in parrocchia se e quando svolge in essa un’attività partitica. La parrocchia, infatti, non è il luogo per fare politica partitica. Semmai è un ambiente che evangelizza, educa alla fede e con ciò stesso alla formazione delle coscienze con l’ausilio del Vangelo e della DSC, che ne è espressione. Pertanto, non sono poche le Diocesi che, specie in prossimità delle elezioni, non concedono l’uso di locali della parrocchia (nemmeno se sono dati in uso a terzi) per iniziative politiche e/o partitiche. La circostanza che non vi siano altri spazi disponibili o che la richiesta sia presentata solo per consentire l’incontro nel caso di maltempo non costituisce motivo valido per porre un’eccezione a questa regola. Naturalmente anche i sacerdoti sono invitati a non prestarsi ad iniziative e ad affermazioni che possano apparire a sostegno di un candidato o di uno schieramento. La formazione all’impegno sociale e politico in linea con la DSC è una dimensione fondamentale dei percorsi catechetici e l’impegno dei cattolici non può essere strumentalizzato per meri motivi elettoralistici.
L’impressione è che nelle comunità non ci sia stata una forte mobilitazione contro la guerra e che solo il Papa e i vescovi abbiano avuto il coraggio di chiamare per nome e cognome i responsabili. È così? Per quale motivo?
Serve una più diffusa educazione a una pace disarmata e disarmante (si confronti la recente Nota della CEI su Educare a una pace disarmata e disarmante, Edizioni San Paolo, Milano 2026). Non basta pregare. La preghiera è importantissima ma non sufficiente. Non basta condannare la guerra anche con toni forti. Occorre costruire sempre più istituzioni di pace. Se i cristiani, come ha sottolineato lo stesso papa Leone nel suo viaggio a Nicea, sono nel mondo più di due miliardi e mezzo, se le università cattoliche sono più di 1500, non è utopistico sperare che si possano impiegare e disporre maggiori energie e risorse nello sviluppo di una cultura di pace, nella preparazione di nuove generazioni di politici che, ai vari livelli, operino per ristabilire il diritto internazionale, per avviare un serio disarmo nucleare, per sostenere prassi e strategie di risoluzione pacifica dei conflitti con trattati giusti e duraturi, mediante il dialogo, il potenziamento di forze militari compartecipate nel ristabilire la pace, nel costruirla, nel rinforzarla, sotto normalmente l’egida dell’ONU profondamente riformata.[2]
[1] Cf PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE, Dizionario di Dottrina sociale della Chiesa, LAS, Roma 2005.
[2] Cf M. Toso, Se vuoi la pace, prepara istituzioni di pace. Il caso Ucraina. Riflessioni per il discernimento, prefazione di Stefano Zamagni, Società Cooperativa Sociale Frate Jacopa, Roma 2022.
