Cattedrale, 2 aprile 2026
In questa Messa commemoriamo tre importanti misteri, fondamentali per la nostra vita cristiana: l’istituzione della SS.ma Eucaristia e del sacerdozio ministeriale, il comandamento del Signore sull’amore fraterno.
Prima della sua Passione, Gesù istituì la santa Eucaristia. È il sacramento che fa nascere e costruisce la Chiesa. Questa lo celebra e ne viene generata e formata. Il pane e il vino vengono transustanziati in Gesù Cristo, affinché, nutrendocene, facciamo comunione con Lui, e diventiamo Lui, umanità nuova, che si dona, serve i fratelli, fa nuove tutte cose, quelle del cielo e quelle della terra. Non possiamo, allora, pensare alla santa Messa come quel momento in cui i credenti si assopiscono e diventano passivi, inerti di fronte ai mali del mondo. Nella santa Messa, i credenti sono invitati ad immergersi nella trasfigurazione che Gesù pone in atto nella storia, per divenire protagonisti di una nuova creazione, del Regno di Cristo.
In questa memorabile sera dell’istituzione dell’Eucaristia è anche istituito il sacerdozio ministeriale dei presbiteri, ossia di coloro che vengono ordinati dal vescovo perché celebrino l’ufficio sacerdotale a favore di tutti gli uomini. I nostri presbiteri, configurati a Cristo, sommo ed eterno sacerdote, uniti nel sacerdozio al loro vescovo, celebrano il sacrificio del Signore, predicano il Vangelo, sono pastori del popolo di Dio e presiedono le varie azioni di culto per tutti i credenti, affinché diventino e siano sacerdoti, re e profeti.
Conoscendo il loro importante ministero a servizio del popolo di Dio, del sacerdozio comune, e conoscendo anche la loro attuale scarsità non possiamo non pregare per loro, per le vocazioni sacerdotali, per la loro santità, perché siano cioè in mezzo alla loro gente senza paure, con il cuore stracolmo di Dio, impastati di preghiera. Rispetto alle vocazioni presbiterali è fondamentale che sia coltivata nelle comunità, in particolare dai presbiteri, la pastorale vocazionale. Ad essa, specie in un tempo di inverno demografico, deve essere unita e coordinata la pastorale famigliare.
Il Vangelo di Giovanni ci ha ricordato che durante l’ultima cena, Gesù si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano, se lo cinse attorno alla vita e lavò i piedi ai suoi discepoli. Si tratta di un gesto esemplare, perché con esso Gesù si mostra come uno schiavo, uno che non si appartiene. Gesù si mostra come uno che serve, perché anche noi diventiamo come Lui, persone che non si appartengono, e alimentano nella comunità un circolo virtuoso di servizio degli uni verso gli altri, e viceversa. La lavanda dei piedi da parte di Gesù assurge ad un valore tutto particolare, superiore ad un gesto meramente domestico, come quando ci dedichiamo a lavare i piedi ai nostri anziani o agli ammalati. Con la lavanda dei piedi Gesù ci dice che Egli ci salva, ci rende capaci di comunione con Lui, ci eleva, ci divinizza, abbassandosi, assumendo la condizione di servo, ossia di uno che si dona. Egli ci redime con la sua vita di servo. Noi riusciremo ad essere suoi collaboratori nella salvezza con una vita da servi, ossia amando Dio e i fratelli sino alla totale spoliazione di noi stessi. Se rifiuteremo di farci lavare da Gesù, come voleva fare Pietro, non entreremo nella logica del suo amore, non avremo parte alla sua vita e alla sua opera di salvezza (cf Gv 13, 1-15).
La lavanda dei piedi indica Gesù come modello di salvatore. Imitando Lui, vivendo Lui, che si fa servo, diventiamo capaci di redenzione. Assumendo la sua forma di essere servi diventiamo capaci di amare gli altri, come li ama Gesù, il Signore. Assumendo la forma di servi ci sarà più facile mettere in pratica il suo comandamento nuovo: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34).
È vivendo servi gli uni degli altri, amandoci nella complementarità e nella reciprocità che riusciamo a vivere la Chiesa come una comunione di tutte le componenti con Cristo e tra di noi, al fine di porre in atto – insieme, in un Cammino sinodale – la comune missione di annunciare Cristo e di testimoniare la sua Carità. Solo vivendo in comunione, camminando insieme che la nostra missione diventa più efficace dal punto di vista pastorale. Una maggior fecondità pastorale nella missione deriva dall’unità delle componenti ecclesiali con Cristo e tra di loro. Più la stessa missione di Gesù è condivisa e compartecipata da parte di ogni componente ecclesiale, secondo il proprio ministero e carisma particolare,[1] e più essa è capace di incidere nelle persone e nelle culture.
Il più grande dei discepoli di Gesù è colui che sta in mezzo agli uomini non come uno che domina, spadroneggia, ma come uno che serve: «Io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22, 27).
Gesù, per vivere la sua missione di salvezza, propone un modo di pensare e di agire rivoluzionario:
- Perché capovolge i rapporti tra il Maestro e i discepoli. Nel giudaismo i discepoli lavavano i piedi al loro maestro. Nella lavanda dei piedi, vediamo il Figlio di Dio che serve i suoi discepoli, le sue creature, abbassandosi, comportandosi come uno schiavo, come colui che non si appartiene e non ha nessuna dignità, non conta nulla nella società. Egli lava i piedi degli apostoli, svolgendo un lavoro umile;
- Perché ci fa capire che il servire, come il prenderci cura degli altri sino a perdere sé stessi, è divino, più che esercitare il potere, il comando. Per Gesù lo stesso essere costituiti in autorità significa essere chiamati a servire!
+ Mario Toso
[1] Cf ad es. M. TOSO, Gioia e speranza. Evangelizzazione, catechesi e insegnamento sociale, Edizione delle Grazie, Faenza 2025, specie pp. 210-212.
