Cattedrale, 2 aprile 2026.
Eccellenza Rev.ma Mons. Claudio Stagni,
cari presbiteri, religiosi e religiose, cari diaconi,
ministranti e cresimandi,
fratelli e sorelle in Cristo,
in questa Santa Messa del crisma, manifestazione della comunione dei presbiteri con il proprio vescovo, è significativo che la Chiesa ci convoca ogni anno, alle soglie del Triduo pasquale, per farci ripetere le promesse della nostra ordinazione: vogliamo continuare a servire Dio, affinché il nostro ministero sia guidato dall’amore per i nostri fratelli e, soprattutto, per Cristo? Questa domanda ci fa tornare alla radice della nostra vocazione. Solo vivendo nell’amore di Cristo, la nostra vita singola e di presbiterio acquisisce significato, trova il suo senso profondo e pieno nella comunione con Dio e i fratelli. In proposito è particolarmente istruttivo l’itinerario di fede di don Oreste Benzi, che abbiamo ricordato recentemente anche qui a Faenza, a conclusione del centenario della sua nascita. Per noi, per le nostre associazioni, per le stesse comunità religiose è particolarmente educativo l’insegnamento del suo cammino spirituale, imperniato nel vivere per Cristo, con Cristo, in Cristo.
Si tratta di tre momenti, uniti ed armonizzati tra di loro dall’essere innamorati di Cristo. San Paolo, non dimentichiamolo, è giunto a dire che la sua esistenza era vivere Lui. Secondo don Oreste, la prima fase della santità del suo sacerdozio e, potremmo noi dire senza forzature, del nostro presbiterio, è data dal vivere perGesù. Ma, più compiutamente, è data da una spirale ascendente a tre cerchi, corrispondenti alle suddette tre fasi. Ossia, come un vivere per, con e in Gesù.
Con un simile dinamismo ci si inoltra, gradualmente, nell’intimità dell’Amore della Trinità. Ciò è vero non solo per i presbiteri e i diaconi, ma anche per i religiosi, le religiose, i cresimati, i ministranti qui gioiosamente presenti e al principio di un itinerario entusiasmante della loro vita, nella Chiesa e nel mondo.
Si potrebbe dire che più passano gli anni e più deve abitare nel nostro cuore lo Spirito d’amore di Dio, del Figlio Gesù, sino ad essere tutti pervasi e trasformati dal mistero trinitario di Dio Amore. In tale mistero, e in noi, vive un incessante flusso di comunicazione, di ricezione e di scambio reciproco in quell’Amore che, come ha scritto Benedetto XVI, è pieno di Verità (cf Caritas in veritate).
La vetta più alta e riassuntiva del nostro vivere cristiano di singoli credenti, di sacerdoti, di presbiterio, di comunità religiose, di Chiesa, di associazioni, è proprio vivere in Cristo e, mediante Lui, nella Famiglia di Dio Uno e Trino.
È ciò che, peraltro, proclamiamo, tutti insieme, nella dossologia: Per Cristo, con Cristo, in Cristo, a Te Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria, per tutti i secoli dei secoli. Amen.
Più che l’immagine ideale di Cristo, che dà senso a tutte le cose, devono prevalere in noi la presenza reale, pervasiva, dell’Amore di Cristo, l’immedesimazione con Lui che si incarna, muore e risorge. L’apice della nostra spiritualità, secondo don Oreste, è dato dall’essere affascinati dal Cristo risorto, vivo, presente e operante in noi e nella storia. È Lui che ci fa camminare insieme, come sale e lievito della terra.
C’è differenza tra lavorare per il Signore, con Lui e per i poveri e l’essere, invece, innamorati, in primo luogo, di Cristo. Nel primo caso, ripeteva don Oreste, si è prevalentemente i facchini di Dio e non tanto suoi innamorati. Mettere Gesù Cristo dopo i poveri può essere devastante per il nostro essere cristiani, sacerdoti, religiosi, volontari. Quando si assegna il primato ai poveri può essere che ci si dimentichi di nutrirsi di Cristo, sorgente prima ed ultima del nostro impegno caritativo. Si rischia, da incendiari, ammoniva don Oreste, di divenire pompieri, di rimanere per l’appunto facchini affaccendati, in perpetua lamentazione, sempre agitati. Si rimane intrappolati nel fare mille cose, senza riconoscere nei poveri la carne di Cristo. In questo caso, Cristo resta fuori dal nostro sguardo. E in più non è dentro il nostro cuore. Non si vive, cioè, in Cristo. Si può vedere più facilmente il suo «sacerdozio», la sua missione, ma non vedere bene Gesù stesso, come Persona nella quale siamo e viviamo, e che è fonte della nostra missione e del dono di noi stessi. Potremmo dire che «vogliamo bene» a Gesù ma non lo amiamo, come peraltro toccò a Pietro, che alla domanda di Gesù non rispose che lo amava, ma semplicemente che gli «voleva bene».
Bisogna, invece, giungere ad amare Gesù e a vivere in Lui, oltre che per Lui e con Lui. Siamo qui sollecitati a coltivare il volume intero di una vita spirituale, sacerdotale, apostolica: vita mistica, vita di estasi continua, sia nella comunione con Dio Amore, sia nell’azione samaritana.
Quando si vive in questa duplice condizione non interessa più di tanto se non siamo accolti, amati. Interessa di più che chi non ci ama si senta amato dal Padre, e possa accogliere i semi di bene del Vangelo, il seme che è Cristo.
L’azione nella contemplazione ci fa rimanere in Cristo, al punto di poter dire che non siamo più noi che viviamo. «È Cristo che vive in noi» (Gal 2,20). E con Lui vive in noi lo Spirito di Dio amore, la sua comunione, che dona consolazione nelle difficoltà.
La Messa crismale ci ricorda che siamo popolo di Dio, unto con lo Spirito d’amore, Spirito di verità che trasfigura famiglie, relazioni, istituzioni, associazioni. Vivendo in Gesù, l’azione dello Spirito squarcia il cuore sugli altri, sul «noi» della vita comunitaria. Ci sollecita ad amarci gli uni e gli altri, a lavarci i piedi vicendevolmente. Ci apre all’Infinito di Dio e ci colma di gioia.
A voi fratelli nel ministero e nel servizio al popolo santo, che è in Faenza-Modigliana, va il mio ringraziamento per la vostra collaborazione negli undici anni del mio ministero episcopale in questa Diocesi. Vi ringrazio per i pesi e le responsabilità che avete portato e che continuate a portare quotidianamente. In modo particolare, a nome di tutti faccio gli auguri per gli anniversari di ordinazione presbiterale a Don Domenico Buldrini e a Mons. Mario Piazza in occasione del 65° di ordinazione, a Don Alberto Luccaroni e a Don Andrea Rigoni in occasione del 25° di ordinazione.
Sollecitati dal cammino sinodale a tutti i livelli della Chiesa, lavoriamo per concretizzare l’incontro fra fede e vita, fra Vangelo e cultura. Se finisce una cristianità, possono fiorire sempre nuove evangelizzazioni. Valorizzando tutti i carismi e i ministeri, la sinodalità consente al Popolo di Dio di annunciare e testimoniare la dimensione sociale della fede, la fraternità e l’unità in Cristo (cf Per una Chiesa sinodale. Documento finale, n. 32). Più cresce la sinodalità, più la nostra missione diviene capace di modellare una umanità secondo il cuore di Cristo.
+ Mario Toso
