Un’esperienza
Il taglio di quest’incontro è esperienziale e parto proprio da un’esperienza di venerdì a questa persona ho chiesto se potevo utilizzare l’esperienza e m’ha detto di sì, quindi, non scendo troppo nel nel particolare, però insomma tanto per capire. Allora si tratta di una signora che ha 50 anni, è un’imprenditrice insieme a suo marito da 3-4 anni hanno pensato di lasciare il lavoro che facevano prima e si sono affiliati a una grande azienda, non di Imola, che vende programmi per le aziende, programmi molto particolari e quindi loro vendono questi programmi, accompagnano l’azienda e i lavoratori, i dipendenti dell’azienda nell’utilizzo di questi programmi e fanno la formazione. E quindi marito e moglie sono due persone che da anni si sono impegnate in un’esperienza di fede intensa sono persone che fanno la meditazione tutte le mattine sul Vangelo… e una volta alla settimana si incontrano per condividere le esperienze nate dalla preghiera dalla dalla meditazione. Ecco, una sera c’era stato un incontro in parrocchia per tutti i membri di questi gruppi e ogni mese si approfondisce un tema di spiritualità “Che cos’è la spiritualità” e come “quali sono gli atteggiamenti” per viverla insomma una cosa di questo genere.
Allora lei è arrivata e mi ha raccontato un fatto. Il fatto è questo: una grande azienda ha fatto un investimento e ha occupato praticamente il 60-70% della loro impresa. Per mandare avanti questa il rapporto con questa azienda hanno anche assunto un tecnico. E improvvisamente questa grande azienda si è ritirata quindi rinunciando all’investimento. Non vi dico perché che non c’entra però questa cosa ha provocato che a loro mancassero così da un giorno all’altro dei soldi per pagare i prodotti che avevano comprato e dei fornitori. Dovevano pagare 60.000 € che loro non avevano perché l’azienda aveva già dei mutui… anche con le banche il modo non c’era per risolvere. Quindi senza i 60.000 € il destino in pochi giorni era fallire come azienda e licenziare il dipendente, quindi dramma. Ed è successo che degli amici con i quali avevano condiviso la difficoltà han tirato fuori i soldi necessari e hanno pagato i debiti, i fornitori e quindi il lavoro è continuato. Uno dice: “tutto è bene quel che finisce bene”. Invece lei è venuta con questa domanda: “Io non sono contenta della situazione e non so perché e vado a lavorare malvolentieri. Sono molto tesa quando sono al lavoro, molto scontrosa e non riesco a capire perché avendo in qualche modo risolto il problema io mi trovi così in questa situazione”.
Quindi mi chiedeva aiuto su questo. Lei si aspettava che io le dicessi “Prova ad impegnarti un po’ di più nel lavoro che stai facendo. Lei si aspettava questo. Io non ho fatto questo, ciò che lei si aspettava. Le ho chiesto di raccontare: “Quali sono i sentimenti che tu hai in questo momento?”. “Eh? Come? I sentimenti?”. “Sì, prova a raccontare qual è il sentimento in questa situazione qui, qual è il sentimento principale che tu hai?”. E lei ha subito detto rabbia. Poi le ho detto: “Ma c’è o ci sono degli altri sentimenti o è solo questo”. “No, no, no, è solo questo qui, è la rabbia”. Ho detto: “Prova a pensare, perché sai delle volte potrebbe essere che ci sono altri altri sentimenti”. Ci ha pensato un attimo e ha detto: “Beh, in realtà ne ho un altro però faccio un po’ più fatica a riconoscerlo, un po’ meno immediato ed è paura”. E poi continuando il gioco, ho detto: “Altri sentimenti?”. Ha detto: “Sì, ce n’è un altro, delusione”.
Delusione. Allora ho detto: “Guarda, probabilmente ci sono anche degli altri sentimenti che tu hai. Adesso facciamo così. Questi sono i sentimenti e proviamo ad abbinare il sentimento a un pensiero perché noi siamo fatti così, no? Noi abbiamo dei sentimenti. Questi sentimenti sono generati da dei pensieri che noi facciamo. Allora ha espresso tre pensieri che faceva. Il primo pensiero è stato questo: “Io mi sento presa in giro da qualcuno che mi ha fatto una promessa con un investimento poi si è tirato indietro chiamando in causa anche degli avvocati eccetera… Adesso ho tagliato tutta questa questa parte però io mi sono sentita preso in giro da questo dall’imprenditore”. Poi ho chiesto se ci fossero anche degli altri pensieri. “Sì, sono arrabbiata perché questa cosa è ingiusta! Noi avevamo fatto un contratto e dove noi abbiamo impegnato addirittura del personale su questa cosa qui, e questo così ha scritto una mail semplicemente dicendo che non avrebbe più continuato il rapporto”. La sua rabbia era generata da un’ingiustizia… e poi dopo parlando è saltato fuori che era arrabbiata anche con se stessa perché lei pensava: “Come mai io non mi sono accorta di di questa cosa? Sono andata sulla buona fede e quindi sono arrabbiata anche con me stessa”. È stato doloroso tirare fuori sentimenti e pensieri. Però siamo andati avanti anche con la paura.
La paura era il primo motivo che ha detto: la paura del fallimento, del fallimento della società e anche del fallimento suo perché loro per mettere su questa azienda hanno fatto una scelta forte: hanno lasciato un lavoro da dipendenti dove lo stipendio era assicurato, per mettersi in una azienda dove non è che era assicurato lo stipendio… quindi c’è la paura del fallimento. L’altra paura è la brutta figura di fronte ai parenti e agli amici. E insieme alla paura c’era la vergogna e anche il giudizio degli altri. Per quanto riguarda invece la delusione… la delusione nasce da questo pensiero. Lei ne ha parlato con i parenti, quindi con i genitori e con i fratelli, e si aspettava di essere consolata e invece è stata giudicata: “Hai fatto male a fare questa scelta”. Quindi si aspettava consolazione da chi le vuole bene, da chi dice di volerle bene e invece anche il rifiuto di aiuto, anche economico. L’altra delusione era collegata un po’ a quella della rabbia perché lei dice: “Io non ho più stima di me. Io pensavo di essere capace nell’ambito amministrativo. Mi sono accorta che non sono brava e quindi non ho più più stima”.
Questa, chiaramente, era una posizione un pochino diversa da dove era partita perché la partenza era: “Mi trovo male e sono scontrosa quando sono a lavorare: aiutami a rispondere a questo”. No? Se io fossi stato un bravo prete le avrei detto: “Beh, impegnati…”. Cioè avrei fatto presto a ridurre, diciamo, l’esperienza di fede a moralismo, a dare qualche buona indicazione: “Fai, impegnati un po’ di più, fai la brava”. Io a questo punto le ho chiesto se i sentimenti e i pensieri si traducevano in azioni. Anche qui ha fatto un po’ di fatica però si è accorta che c’erano delle azioni. La prima azione era fisica, legata alla sua situazione personale, di donna di 50 anni, legata alla menopausa. E quindi tutta la situazione legata alla menopausa che era saltata fuori. Quindi c’è una reazione fisica molto importante. Poi c’è un’altra azione che ha fatto fatica a dire. Avrete immaginato una donna molto precisa, molto quadrata, schematica. Da quando è capitata questa situazione non riesce più a portare a termine i lavori. Arriva verso la fine e poi dopo non li chiude. Per cui i lavori del giorno arrivano sempre quasi alla fine ma mai portati a termine. Questo non portare a termine il lavoro la deprime ancora di più perché dice: “Ma cosa sta capitando, non sono io! Prima ero precisissima e adesso… non riesco a portare a termine le cose”. L’altra cosa fisica è cercare di evitare il rapporto con i parenti e con gli amici per paura che le facciano la domanda “come stai?”, “come va?”. E tu dentro hai tutto questa magma da risolvere per cui mille scuse per rimandare gli incontri, per non incontrare più nessuno, per non uscire, ecco. E qui si accorta che c’erano anche degli altri sentimenti, per esempio la solitudine: lei si sente in questo momento profondamente sola. La solitudine anche nei confronti del marito perché suo marito non stava dando la stessa importanza che stava dando lei a tutta la situazione. Lui sta andando avanti secondo lei serenamente e questa cosa le fa rabbia: non riescono a comunicare la diversità di atteggiamento nei confronti di quello che sta capitando nella loro azienda.
Allora le ho chiesto: “In questo momento, quindi, dove noi conosciamo quali sono i sentimenti, quali sono i pensieri, e che stiamo facendo anche le azioni con cui si concretizzano pensieri e sentimenti… cosa, secondo te, ti dice il Signore in questa situazione?” Allora lei dice: “Io ieri sera, quando sono venuto all’incontro, sono rimasta molto colpita da una frase”. Allora dovete sapere che, come dicevo prima, questi incontri sono sulla spiritualità. L’argomento era: quali sono gli atteggiamenti interiori che ti permettono di vivere la spiritualità. Quindi si parlava di silenzio, si parlava di ascolto della parola. E ad un certo punto si parlava anche di attenzione. Vi cito la frase di San Paolo che è stata utilizzata: “Fate dunque molta attenzione al vostro modo di vivere, comportandovi non da stolti ma da saggi” (Ef 5,15). È un invito di San Paolo a custodire, ad avere uno sguardo, come dire, costante sulla presenza di Gesù che, durante l’incontro, avevamo chiamato attenzione. E c’era una frase in latino che è stata detta che è questa: age quod agis, che vuol dire “fai bene quello che stai facendo”. Quindi metti tutto in quello che stai facendo, mettendoci anche tutta la tua sensibilità. Per cui se canti, canta con quello che sei, canta con il cuore, diremmo noi. Se scrivi, scrivi con tutte le tue forze. Se cammini, cammina con tutta la tua energia. Ecco, non lasciarti dominare da sentimenti, da animosità, da paure, da angosce, altrimenti questi prendono la guida di te e ti guidano dove tu non vuoi. Age quod agis.
Allora lei ha detto: “Io sono rimasta molto colpita da questa frase age quod agis e sento che è per me”. Allora io le ho detto: “Allora già questo è un punto importante che potresti raccogliere”. Però le ho fatto anche un’altra domanda. I miei amici mi prendono in giro perché faccio le domande, però, nell’accompagnamento le domande sono importanti. Gli ho detto: “Ma perché dovresti mettere tutta te stessa in quello che fai e qual è la spinta, qual è il motivo per cui tu dovresti farlo? Perché tu pensi che il Signore ti abbia detto questa parola?”. E lei dice: “Sì, perché io in questo periodo faccio le cose non con precisione e non le porto a termine, io se faccio age quod agis dimostro che ho amore verso il lavoro”. Allora io le ho detto: “Ma dimostro a chi? A chi devi dimostrare?”. “A me. Io devo dimostrare a me che sono capace di portare avanti il lavoro”. Quindi ho detto: “Tu stai obbedendo a un te e a un’idea che tu hai di te?”. “Sì, io devo obbedire perché se io non riesco a fare bene le cose come le dovrei fare, cosa sono? Non sono niente. È la dimostrazione proprio che non valgo niente”.
Allora gli ho detto: “Proviamo a lasciare un attimo in sospeso questa questione della dimostrazione, di dimostrare a me stessa che io sono capace. E com’è il tuo rapporto con il Signore in questo periodo?”. E lei dice: “Ah, il rapporto con il Signore è diventato difficile”. Ho detto: “Ma perché è diventato difficile?”. “Perché io che faccio tutti i giorni la meditazione – quindi dove sono previsti momenti di silenzio – io adesso il silenzio non lo voglio proprio fare. Dico di no al silenzio”. Ho detto: “Ma perché dici di no al silenzio?”. “Io fino adesso sono stata tutta in equilibrio, cioè riuscivo a fare la meditazione, a fare il lavoro, a coltivare gli amici, a fare il gruppo eccetera… io adesso so che il Signore mi stima, me lo dice sempre, però io in questo momento penso che il Signore non abbia stima di me e che lui, come dire, in qualche modo mi rifiuti per tutto quello che è capitato”. E poi dopo lei anche ha detto un’altra cosa, l’ha detto piangendo: “Quando io faccio la meditazione, quando la faccio intensamente, mi viene da commuovermi, da piangere. E invece adesso io non piango, perché è più forte pensare che io non sono degna. E ho ricevuto, è vero che sono stata aiutata, ho ricevuto un sacco di soldi non con una banca, però io in questo momento qui mi sento ingrata perché se mi comporto così sono ingrata”. Che era un altro sentimento. Voi cosa avreste fatto? Allora la mia scelta è andata su quello che l’aveva colpita, quindi age quod agis, e perché quella effettivamente era una cosa che lei aveva sentito detta da Gesù a lei personalmente. E le ho detto: “Prova a vedere se tu dovessi, potessi vivere questa questa parola, age quod agis, dimostrare niente a nessuno. Se tu non dovessi dimostrare niente a nessuno, neanche a te, perché prendere sul serio fai bene quello che devi fare?”
Allora lei dice: “Ma perché se guardo bene attorno io vedo che mio marito si fida molto di me, mi ha lasciato tutto in mano. Il dipendente si fida molto di me, i miei amici si fidano moltissimo di me. Perché non potrei accogliere questa fiducia che tutti hanno nei miei confronti?”. Ho detto: “Guarda prova a fare questo. Chiaramente non è che andranno via tutti questi sentimenti, tutti questi pensieri e le le reazioni fisiche, però potrebbe essere che dando fiducia a quello che hai sentito che il Signore ti ha detto, ma purificandolo dal dover dimostrare qualcosa a te e anche a Dio, forse da questa parola può venire una luce che illumina tutto il resto. Proviamo a vedere se sei disposta ad accettare che tutte questi sentimenti, questi pensieri restino ma ci sia anche un’altra luce dentro di te. Poi vediamo cosa succede”. È andata a casa così. Adesso vediamo cosa succede. Vediamo cosa succede. E questa è l’esperienza.
L’accompagnamento spirituale
Allora da questa esperienza io penso che possiamo raccogliere alcune cose. Allora intanto che cos’è l’accompagnamento spirituale? Voi cosa direste? Allora delle definizioni sull’accompagnamento spirituale – ce ne sono tantissime – qui c’è questa che dice: l’accompagnamento è un servizio proposto a chi si domanda come scoprire dentro la propria storia personale il piano di Dio, i segni che avviano verso un certo orientamento e con quali mezzi poter attuare la chiamata una volta intuita e accolta come via per la propria felicità.
Quindi l’accompagnamento spirituale ha a che fare con una persona che è unica e questa persona ha una storia, la sua storia, come la persona dell’esperienza raccontata ha la sua storia ed è la sua, e non è neanche quella del marito che vive questa situazione in un altro modo. Allora teniamo conto che ognuno ha una storia, potremmo dire una storia sacra dove Dio è già intervenuto nella storia di quella persona. E in questa storia il Signore sta lavorando e lascia dei segni, segni che se letti possono orientare a una risposta che la persona può dare al Signore. È importante riconoscere quali sono questi segni e dov’è l’orientamento perché la persona nella sua libertà risponde. Perché lo scopo dell’accompagnamento spirituale è vedere come Dio sta lavorando ma anche aiutare la persona ad essere così libera che può rispondere nella sua libertà e nella sua disponibilità al dono di sé. Quindi la direzione, l’accompagnamento spirituale non è la catechesi: non si fa catechesi, non è neanche la dottrina, non è neanche l’approfondimento di un tema di un argomento. L’accompagnamento spirituale è una cosa che ha a che fare con Dio che lavora in una persona e noi ci mettiamo alla scuola di Dio quindi alla scuola dello spirito per riconoscere come sta lavorando. Questo è molto importante perché ci fa capire già qui qual è la differenza tra l’accompagnamento spirituale, dove chi accompagna e anche chi è accompagnato hanno il desiderio di mettersi alla scuola di Dio. Quindi tutti e due potremmo dire così obbediscono a Dio. Mentre nell’accompagnamento psicologico c’è un metodo che una persona, a seconda del tipo di antropologia di scuola a cui appartiene, utilizza per aiutare la persona a rendersi conto per esempio della sua storia, delle ferite che ha. Ma la differenza è che chi accompagna psicologicamente sta utilizzando un modo, non è precisamente che stiamo cercando di obbedire a Dio, anche se dopo vedremo che le due cose però si incontrano anche. Allora nell’accompagnamento spirituale è molto importante capire bene di che cosa si tratta. Si tratta di vedere come il Signore sta lavorando nella realtà di quella persona, quindi è una cosa che ha a che fare con qualcosa di sacro, di contemplativo. Vogliamo vedere come Dio opera.
L’altro giorno [28 febbraio 2026] il Papa ha mandato un messaggio a dei seminaristi di Madrid. A me i discorsi che il Papa ha fatto in questi mesi ai seminaristi mi sono piaciuti molto. C’è una frase dell’autore Chesterton che può servire da chiave di lettura di tutto quello che vorrei condividere con voi: “Togliete il soprannaturale, non troverete il naturale ma l’innaturale”. L’uomo non è fatto per vivere rinchiuso in se stesso ma in un rapporto vivo con Dio. Quando questo rapporto si oscura o si indebolisce, la vita inizia a disordinarsi dal di dentro. L’innaturale non è solo ciò che è scandaloso. Basta vivere prescindendo da Dio nel quotidiano, lasciandolo al margine dei criteri e delle decisioni con cui si affronta l’esistenza. Avere una visione soprannaturale non significa sfuggire dalla realtà ma imparare a riconoscere l’azione di Dio negli eventi concreti di ogni giorno. Uno sguardo che non si improvvisa né si delega ma che si apprende e si esercita nelle circostanze ordinarie della vita. Ecco, questo è il contenuto dell’accompagnamento spirituale: vedere il soprannaturale che opera nella realtà concreta della persona. Per cui quando facciamo l’accompagnamento spirituale, noi lo facciamo sempre a partire da fatti, da fatti concreti che accadono alla persona perché il luogo, ripeto, della catechesi, degli argomenti eccetera, è un altro, non è quello dell’accompagnamento spirituale. Come in questa esperienza raccontata: un fatto, un fatto molto concreto. Tutta questa presenza e questo cercare di cogliere l’opera di Dio nella persona, l’opera di Dio avviene in un luogo che noi chiamiamo cuore in generale.
Se leggete l’altra citazione del Papa che ha fatto al giubileo dei seminaristi, lui è stato molto chiaro: “Noi abbiamo un cuore e che cosa c’è dentro il nostro cuore?”. Certo c’è lo Spirito che lavora. Noi siamo già abitati dallo Spirito di Dio che dice San Paolo che continuamente parla, anzi grida: questo Spirito che è dentro di noi. Però è in compagnia di altre cose che sono nel nostro cuore: per esempio sentimenti, pensieri, emozioni, ferite. E tante cose sono nel nostro cuore. Molte volte, tutte le cose che sono dentro il nostro cuore rendono difficile cercare di comprendere qual è la voce dello Spirito. Tra mille voci ce n’è una. Non è facile riconoscere proprio quella voce lì perché richiede che io sia un po’ allenato all’ascolto di quella Parola. Questo vale sia per chi è accompagnato sia per chi accompagna. Sono più esplicito: se la persona non ha un rapporto con il Signore, per esempio non prega, è molto difficile che riconosca la voce dello Spirito, perché la voce dello Spirito è una voce che spesso non si impone, che invita semplicemente, non sta lì a obbligarti. E allora siccome la voce dello Spirito normalmente è delicatissima ed è sotto traccia, richiede una grande capacità e una grande sensibilità che viene curata solo se il rapporto con il Signore viene mantenuto vivo, altrimenti si scade nella tecnica. Chi è accompagnato magari vuole risolvere subito una situazione, c’è un disagio, cerca del benessere. A me capita tantissime volte, vengono persone in situazione di disagio e si aspettano da me quello che si aspetterebbero da uno psicologo. E io non sono uno psicologo. Però si aspettano quello, oppure una tecnica per uscire dal disagio. E non è detto che si esca dal disagio perché potrebbe essere che l’opera di Dio nella mia vita passa anche attraverso tutti questi questi sentimenti.
Che cos’è la vita spirituale? La vita spirituale non è la preghiera, oppure non è semplicemente la preghiera e non sono neanche i sacramenti. Sono importanti ma non sono la vita spirituale: non è una dimensione spirituale in contrasto con una dimensione materiale, non sono due mondi che non centrano niente tra di loro. C’è il corpo. Poi c’è l’anima e poi lo spirito. Allora, San Paolo dice che noi siamo fatti di queste tre parti. Attenzione: non sono tre scatole chiuse, ma sono tre dimensioni dell’unica persona. Il corpo è la parte che si relaziona con il mondo attraverso i cinque sensi: la vista, l’udito, il tatto, l’olfatto, il gusto. È la nostra interfaccia con la realtà materiale, con gli altri, con il creato. Poi c’è l’anima. L’anima è la sede di quello che abbiamo visto prima: i sentimenti, le emozioni, i pensieri, la memoria, la volontà. È qui che risiedono le nostre ferite, le nostre gioie, i nostri traumi, le nostre aspettative. È il mondo psichico, potremmo dire. E poi c’è lo spirito. Lo spirito è la parte più profonda di noi, è il luogo dove abita Dio. È la scintilla divina, quella che ci rende capaci di relazionarci con l’Eterno. Lo Spirito di Dio parla al nostro spirito.
Ora, cos’è la vita spirituale? La vita spirituale non è una cosa che riguarda solo lo Spirito, come se fosse una nuvoletta sopra la nostra testa. La vita spirituale è quando lo Spirito di Dio, che abita nel nostro spirito, inizia a informare, a illuminare e a guarire l’anima e, attraverso l’anima, anche il corpo. Il problema è che spesso tra lo spirito e l’anima c’è come un muro, o meglio, ci sono dei grovigli. Prendiamo il caso di prima: la sua anima era piena di rabbia, paura e delusione. Questi sentimenti erano così forti, così ‘rumorosi’, che lei non riusciva più a sentire la voce dello Spirito. Lo Spirito le diceva: “Io ti amo, io ho stima di te”, ma la sua anima gridava: “Sei un fallimento, non vali niente, vergognati”. E allora cosa succede? Se l’anima non è in comunicazione con lo Spirito, inizia a stare male. E quando l’anima sta male, il corpo reagisce. La donna aveva i sintomi fisici, la stanchezza, il blocco nel finire i lavori. Vedete come tutto è collegato? Non si può curare solo il corpo se il problema è nell’anima, e non si può far finta che l’anima sia a posto se non lasciamo che lo Spirito la abiti. C’è poi un’altra cosa da dire. In questo spazio, tra l’anima e lo Spirito, non c’è solo la voce di Dio. C’è anche un’altra voce, che chiamiamo il Maligno, il Tentatore. Come lavora il Maligno? Il Maligno non attacca quasi mai direttamente lo Spirito, perché lo Spirito appartiene a Dio. Lui attacca l’anima. Usa le nostre ferite, i nostri pensieri negativi, le nostre paure per dirci: “Vedi? Dio non ti aiuta, Dio ti ha abbandonato, sei solo”. Il Maligno è un esperto di psicologia, potremmo dire. Sa esattamente dove andare a toccare per creare confusione. Se io ho una ferita di abbandono che viene dalla mia infanzia, lui userà quella ferita per farmi credere che anche Dio mi abbandonerà. L’accompagnamento spirituale serve a questo: a fare pulizia, a discernere quali voci vengono dall’anima ferita, quali dal Maligno e qual è, invece, la voce dello Spirito. È un lavoro di ‘diserbo’, per lasciare che il fiore dello Spirito possa crescere e profumare tutta la vita della persona. Per fare questo, però, bisogna essere onesti. Bisogna chiamare le cose con il loro nome. Se è rabbia, è rabbia. Se è orgoglio, è orgoglio. Se è paura, è paura. Non dobbiamo aver paura di guardare dentro l’anima, perché Dio non ha paura delle nostre sporcizie. Anzi, è proprio lì che vuole venire a portarci la sua pace.
Allora, per farvi capire meglio come funziona questa dinamica tra l’anima e lo Spirito, vi racconto un pezzo della mia storia, perché è più facile capire se uno ci mette la faccia. Io sono nato in una famiglia di contadini, e sapete, nella mentalità contadina di una volta — parlo di tanti anni fa — il lavoro era tutto. Mio padre era un uomo buono, un grande lavoratore, ma per lui la vita era fatica, era terra, era produrre. Io, invece, fin da piccolo avevo questa passione: mi piaceva suonare, mi piaceva dipingere, mi piaceva tutto quello che era… ‘inutile’ per un contadino. E ricordo che quando prendevo in mano un pennello o cercavo di strimpellare qualcosa, la frase era sempre quella: “I figli dei contadini devono lavorare la terra, non perdere tempo con queste stupidaggini”. Questa cosa, detta e ridetta, è diventata una ferita nella mia anima. Un pensiero fisso: “Quello che ti piace, i tuoi talenti, non valgono niente. Tu vali solo se fatichi, solo se fai quello che dicono gli altri”. Cosa succede? Che io divento prete: entro in seminario, poi divento prete. E questa ferita rimane lì, nell’anima. Lo Spirito mi diceva: “Ottorino, io ti ho dato questi doni perché tu li usi per la mia gloria”. Ma l’anima, ferita, rispondeva: “No, se io mi metto a suonare o a dipingere, sono un fannullone, non sono un bravo prete, sto tradendo le mie radici”. Per cinquant’anni — cinquant’anni! — io ho soffocato questa parte di me. Ero un prete che faceva tante cose, lavoravo tantissimo, correvo sempre, ma dentro sentivo un’insoddisfazione profonda. Perché? Perché non lasciavo che lo Spirito liberasse quel pezzo di anima che era rimasto schiacciato dal giudizio di mio padre. Poi, attraverso l’accompagnamento spirituale e anche un po’ di aiuto psicologico, ho capito che quel “granello di sabbia” nell’ostrica, quel dolore del bambino che si sentiva sbagliato perché voleva dipingere, era diventato il punto in cui Dio voleva incontrarmi. Ho capito che la mia ferita mi rendeva sensibilissimo verso i giovani che hanno dei talenti e non vengono capiti. Oggi, se vedo un ragazzo che ha una passione, io faccio di tutto perché la tiri fuori, perché so cosa vuol dire sentirsi dire che non vali niente. Vedete? La ferita non è sparita, la cicatrice c’è. Ma lo Spirito l’ha abitata. E da quella ferita è nata una capacità di accoglienza che prima non avevo.
Vi racconto un altro fatto, più recente, che mi è capitato con un Vescovo. Io per un periodo ho avuto un mal di gola cronico. Ma un mal di gola che non passava con niente: antibiotici, spray, visite… niente. Ero sempre senza voce, facevo fatica a celebrare la Messa. Un giorno parlo con un amico psichiatra, un uomo di fede, e lui mi dice: “Ma Ottorino, c’è qualcosa che non riesci a dire? C’è qualcosa che ti è rimasto in gola?”. Io all’inizio l’ho guardato male, ho detto: “Ma cosa dici, io dico sempre tutto”. Poi, pregandoci sopra, mi sono accorto che avevo un timore reverenziale eccessivo verso il mio Vescovo di allora. C’erano delle cose che non condividevo, delle scelte che mi facevano soffrire, ma io per ‘obbedienza’ — che in realtà era paura del giudizio — stavo zitto. Facevo il servile, non l’obbediente. Lo Spirito mi diceva: “Parla con verità, per amore della Chiesa”. L’anima diceva: “Se parli, il Vescovo si arrabbia, perdi la stima, chissà cosa succede”. Il risultato? Il mal di gola. Il corpo gridava quello che l’anima taceva. Quando ho trovato il coraggio, con umiltà, di andare dal Vescovo e dirgli: “Guardi, io la penso così, mi permetto di dirglielo perché le voglio bene e voglio bene alla Diocesi”, sapete cosa è successo? Il mal di gola è sparito. In tre giorni. Non era un miracolo, era che lo Spirito aveva finalmente liberato l’anima da quel groviglio di paura, e il corpo si è rilassato. Questo è l’accompagnamento spirituale: aiutare la persona a non avere paura della propria verità, perché solo nella verità lo Spirito può agire.
Conclusione: la perla
Per concludere, vorrei lasciarvi un’immagine che a me aiuta tanto, ed è l’immagine della perla. Sapete come nasce una perla? La perla nasce da un’ostrica che subisce un trauma. Un granello di sabbia, o un piccolo parassita, entra dentro il guscio dell’ostrica e inizia a ferirla, a irritare la sua carne tenera. L’ostrica non può espellere quel granello di sabbia. È lì, fa male, punge. Allora cosa fa l’ostrica? Inizia a secernere una sostanza, la madreperla, e avvolge quel granello di sabbia, strato dopo strato, con pazienza, con amore, potremmo dire. E dopo anni, quello che era un dolore, quello che era un corpo estraneo che faceva soffrire, diventa una perla preziosissima.
Ecco, la vita spirituale è esattamente questo. Non è che Dio ci toglie i granelli di sabbia. Dio non ci toglie le ferite dell’infanzia, non ci toglie il carattere difficile, non ci toglie le prove della vita. Ma lo Spirito di Dio è come la madreperla: avvolge il nostro dolore, avvolge la nostra rabbia, avvolge la nostra paura e, col tempo, li trasforma in qualcosa di prezioso. Una persona che ha sofferto e che ha lasciato che Dio abitasse quella sofferenza, ha una luce negli occhi che chi non ha mai sofferto non ha. Ha una capacità di capire l’altro, di non giudicare, che è una perla rara. Sant’Ildegarda di Bingen diceva che l’uomo è come una pietra preziosa che deve essere scolpita dal dolore per far uscire la luce dello Spirito.
A questo punto, qualcuno di voi prima mi chiedeva: “Ma come facciamo con i giovani? Come parliamo di queste cose a chi oggi sembra interessato solo all’apparire, al corpo, a quello che si vede?”. Io credo che con i giovani non servano tante teorie. I giovani hanno un fiuto incredibile per la verità. Se vedono in noi degli adulti che non scappano davanti ai problemi, che sanno stare nel dolore senza disperarsi perché hanno una speranza più grande, allora si incuriosiscono. Dobbiamo mostrare loro che esiste una dimensione ulteriore. Se io tratto il mio corpo solo come un oggetto da palestra o da sballo, dopo un po’ mi annoio, perché il corpo da solo non basta a riempire il cuore. Se io coltivo solo la mia mente, la mia anima, divento un intellettuale arido. Ma se io scopro che sono abitato dallo Spirito, allora tutto cambia: il mio corpo diventa un tempio, il mio lavoro diventa un servizio, il mio dolore diventa una via di santificazione.
L’accompagnamento spirituale, in fondo, è camminare insieme verso questa consapevolezza. Non c’è chi è ‘arrivato’ e chi ‘inizia’. Siamo tutti in cammino, tutti con le nostre ferite e tutti con la nostra perla in formazione. L’importante è non chiudere il guscio, non chiudersi in se stessi, ma lasciare che la brezza dello Spirito entri e faccia il suo lavoro.
Grazie.
