Con il recente conflitto in Iran, non lontano dall’Italia, la terza guerra mondiale a pezzi appare maggiormente diffusa. Sembra preminente, tra le grandi potenze, la cura dei propri interessi, in spregio dello stesso diritto internazionale e del bene comune della famiglia umana. Non è così primario, come dovrebbe essere, l’impegno per la fraternità, la giustizia sociale e la pace.
La competizione nel Golfo non è più bipolare come durante la Guerra fredda. È una competizione a più livelli. Coinvolge gli Stati Uniti, la Cina, la Russia, varie potenze regionali. Il 4 marzo scorso ci siamo trovati nuovamente insieme nella preghiera per la pace.
Questa non va solo invocata ma anche costruita alacremente. Vanno certamente ricercate la sicurezza, il disarmo concordato, controllato, e la pace. È tempo di guardare in faccia la drammatica realtà che coinvolge l’umanità e lo stesso creato.
La guerra tra Israele ed Hamas ci ha fatto toccare con mano gli esiti distruttivi sulle popolazioni inermi, specie su bambini innocenti.
Parimenti, la guerra tra Russia e Ucraina ha mostrato conseguenze negative non solo nei Paesi coinvolti in un conflitto che dura oramai da quattro anni ma sulla stessa Europa. L’imposizione di dazi da parte degli Usa ha accresciuto, per diversi lavoratori e lavoratrici, per le famiglie, i problemi di uno sviluppo diseguale in campo economico e sociale, la povertà, una inclusione più problematica per gli stessi immigrati. Nel mondo occidentale si sta diffondendo, assieme ad una malintesa logica meritocratica, un approccio economico che va sotto il nome di «teologia della prosperità» (prosperity theology). La tesi è: «Se uno è povero, cioè non è nella prosperità, è colpa sua, quindi non va aiutato. Peggio per lui». Quando questo modo di pensare si associa all’impiego della nuova tecnologia (dell’intelligenza artificiale) ai fini del mero profitto, è facile che i working poor – cioè i poveri che lavorano e hanno un reddito basso che non consente loro di raggiungere un livello decente di vita -, come anche coloro che vivono in una situazione di rischio, di precipitare facilmente nella cosiddetta povertà dell’esclusione, ossia in una situazione di povertà assoluta.
Nei nostri territori, peraltro, sono ancora vive le ferite delle varie alluvioni, del terremoto. Da alcune parrocchie, più vicine alla gente, giungono segnalazioni di gruppi famigliari, di persone, che purtroppo non sono stati adeguatamente aiutati e attendono le sovvenzioni promesse. La nostra Caritas, con i suoi operatori e volontari, è chiamata ad accompagnare, per quanto possibile, coloro che necessitano di beni essenziali come anche di sostegno morale.
Anche quest’anno il Rapporto 2025 della Caritas diocesana ci aiuterà a conoscere meglio le molteplici situazioni e le risposte che si pongono in campo – non solo assistenziali ma promozionali – per venire incontro alle molteplici povertà, non sono solo economiche, ma anche relative a lacune culturali, spirituali, tecniche.
Sono grato ai vari Responsabili della Caritas diocesana per averne espresso in maniera chiara ed efficace la tipicità, sottolineandone la connessione con l’amore per il Signore Gesù, presente in mezzo a noi, nelle persone, come scaturigine di dignità, di fraternità, di liberazione integrale e di compimento secondo un umanesimo trascendente.
Proprio per questo, operatori e volontari, promuovono la testimonianza evangelica della giustizia e della carità nelle articolazioni pastorali della comunità ecclesiale diocesana e della comunità civile. L’opera di sensibilizzazione alla solidarietà umana e alla dimensione della carità ha una funzione prevalentemente pedagogica, educatrice. Si tratta di uno scopo alto, che va ben oltre l’organizzazione di servizi, ma che li informa e li finalizza, rendendoli espressione luminosa dell’amore samaritano di Cristo.
Come ci ha ricordato l’esortazione apostolica Dilexi te (=DT) di Leone XIV,[1]farsi vicini ai poveri, accompagnarli, avere cura di loro, equivale a percorrere un vero cammino di santificazione!
La nuova esortazione apostolica DT, rispetto all’amore verso i poveri, evidenzia un approccio primariamente teologico. Se è indubitabile che – vi si legge – i poveri rappresentano, anche nei Paesi ricchi, una questione sociale rilevante,[2] i credenti non possono dimenticare che ciò ha nella loro missione e nella loro attenzione una precedenza teologica. Perché? Esiste un vincolo inseparabile tra la fede in Gesù e i poveri.[3] I poveri sono un luogo teologico per eccellenza, perché Cristo si è fatto povero, si è fatto piccolo, ha assunto la povertà, per essere in mezzo agli uomini, con loro, in loro. Ha condiviso, in particolare, la nostra radicale povertà, che è la morte. Egli è Messia povero. È Messia dei poveri e peri poveri.[4]
In breve, per i credenti, i poveri non sono tanto e solo una priorità sociologica quanto, piuttosto, una priorità teologica!
La Chiesa, affrontando il problema dei poveri, non si pone innanzitutto «nell’orizzonte della beneficenza, ma della Rivelazione: il contatto con chi non ha potere e grandezza è un modo fondamentale di incontro con il Signore della storia».[5]
L’incontro con i poveri, per la Chiesa, ha una natura cristocentrica. È un evento anzitutto di fede, non solo sociale. In esso la Chiesa vive il mistero di Cristo nel povero.
L’affetto per il Signore si unisce naturalmente a quello per i poveri. La spiritualità del cristiano comprende l’affetto per il Signore vivente nei poveri, riconosciuto, incontrato, amato in essi.
Nell’incontro con i poveri si verifica, in particolare, l’autenticità della fede e del culto cristiano.
Grazie nuovamente, alla Caritas diocesana, ai soggetti promotori, a coloro che ne sono collaboratori.
+ Mario Toso
[1] Cf LEONE XIV, Dilexi te, Dicastero per la Comunicazione-Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2025.
[2] Cf DT nn. 9-12.
[3] Cf Francesco, Evangelii gaudium, n. 36.
[4] Cf DT n. 19.
[5] DT n. 5.
