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Comunicare speranza – 11° meditazione di Erik Varden – Esercizi spirituali della Curia romana

L’11 ottobre 1962 Papa Giovanni XXIII apriva solennemente il Concilio Vaticano II. “Quel che più di tutto interessa il Concilio – disse – è che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace. Tale dottrina abbraccia l’uomo integrale, composto di anima e di corpo, e a noi, che abitiamo su questa terra, comanda di tendere come pellegrini alla patria celeste”.

Meno di una settimana dopo il discorso del Papa, scoppiò la crisi missilistica cubana: l’umanità sembrava decisa a sbarazzarsi dell’esistenza terrena, senza pensare ad alcun orizzonte escatologico. Con le ferite della seconda guerra mondiale ancora aperte, la nostra razza stava generando nuove e spaventose prospettive di autodistruzione.

Un clima di precarietà circondava il Concilio; allo stesso tempo, questo periodo era carico di fervide speranze per una nuova società fondata sui diritti umani, sul commercio equo e sul progresso della tecnica. Il Concilio desiderava parlare delle “ansiose questioni sull’attuale evoluzione del mondo, sul posto e sul compito dell’uomo nell’universo, sul senso dei propri sforzi individuali e collettivi, e infine sul destino ultimo delle cose e degli uomini”. Non ha solo affrontato i problemi: ha indicato la loro risoluzione, annunciando che Cristo, crocifisso e risorto, incarna il futuro dell’umanità. Il Concilio ha affidato alla Chiesa il compito di annunciare Cristo in modo tale che egli appaia chiaramente e in modo convincente come la risposta alle domande più urgenti del tempo presente, senza compromettere minimamente il sacro deposito della dottrina.

Possiamo chiederci se, nei sessant’anni trascorsi dalla chiusura del Concilio, la fiducia nel potere e nell’efficacia di questo deposito sia stata sempre e ovunque mantenuta. Ogni generazione cristiana è tenuta a considerarsi alla luce del contrasto che Paolo delinea agli Efesini tra la misura della pienezza di Cristo – presente nell’unità della fede e della conoscenza, nella maturità dell’uomo – e uno stato infantile di continuo sballottamento, in preda a qualsiasi vento di dottrina, attirata ora dall’astuzia, ora dall’inganno, ora da un facile ottimismo.

Cristo ci chiama a comunicare speranza al mondo. Avere la speranza cristiana non significa necessariamente essere ottimisti: un cristiano rinuncia ai pii desideri, scegliendo con risolutezza la realtà. I demagoghi promettono che le cose andranno meglio, rivendicano il potere demiurgico di cambiare le comunità nello spazio di un mandato elettorale, distraendo le masse da delusioni patite con doni di pane, spettacoli circensi e diffamazione degli avversari. Quanto sono diverse le parole di Cristo: “I poveri li avrete sempre con voi”. Afferma che “si solleverà nazione contro nazione”. Verranno persecuzioni. I nemici di un uomo saranno i membri della sua famiglia. Nessuna rassegnazione in queste dichiarazioni: il Signore obbliga noi, suoi discepoli, a lavorare senza tregua per una nuova e sana umanità plasmata dalla carità, nella giustizia. Ci chiede di “curare i malati, risuscitare i morti, purificare i lebbrosi, scacciare i demoni”. Dobbiamo mettere in atto le beatitudini, facendo risplendere la gloria nascosta in esse. Ma mentre procediamo in questa direzione, ci viene ricordato: “Senza di me non potete far nulla”. 

Cristo è la luce delle nazioni, Lumen Gentium. Solo Lui, facendo la volontà del Padre, agendo nello Spirito, può rinnovare la faccia della terra. In lui riponiamo la nostra fiducia, non in stratagemmi passeggeri. 

Egli può agire attraverso di noi se accettiamo di essere pazienti. La Quaresima ci mostra che Dio, sopportando la ferita alla sua filantropia, nella sua Passione raggiunge il culmine del suo agire. La speranza che ci affida non è la speranza in una valle di lacrime finalmente modernizzata, digitalizzata e sanificata: la nostra speranza è in un cielo nuovo, in una terra nuova, nella risurrezione dei morti.  

Il tempo in cui viviamo ha fame di ascoltare questa speranza proclamata. 

Abbiamo considerato alcuni segni che ci circondano: una nuova consapevolezza religiosa tra i giovani; il ritorno della categoria della verità nel discorso pubblico; una ricerca delle radici. Le istituzioni e le alleanze globali si stanno sgretolando e ci troviamo esposti a pericoli strategici, ecologici e ideologici. È naturale che le persone di buon senso e di buona volontà si chiedano cosa, in mezzo a tali parametri mutevoli, abbia possibilità di durata: stanche di costruire le loro vite sulla sabbia, cercano una roccia solida. Nel frattempo, il loro cuore è irrequieto. I Padri del Concilio Vaticano II hanno affermato, in Gaudium et spes, che le migliori aspirazioni e il terrore più cupo del tempo presente devono suscitare un’eco nel cuore dei cristiani, perché un cristiano non è estraneo a nulla che sia “genuinamente umano”.

Permettetemi di condividere un’eco di questo tipo che risuona in me. 

Un anno fa, l’8 febbraio 2025, la cantante americana Gracie Abrams ha tenuto un concerto a Madrid. È una giovane donna bella, ricca, di successo. A Madrid indossava un abito di seta bianca: avrebbe potuto essere un abito da sposa, un abito gioioso, se non fosse stato per i suoi lunghi nastri neri sulle spalle, presagi di un dolore che, appena ha iniziato a cantare, ha costituito il nucleo del suo messaggio.

Nei suoi testi c’è una tristezza penetrante che rasenta, e forse tocca, la disperazione. Abrams è nata nel 1999. La sua canzone Camden inizia con la frase: “Non l’ho mai detto, ma so che non riesco a immaginarmi niente dopo i venticinque anni”. La canzone evoca il bisogno di nascondere il dolore, di “seppellire il bagaglio fino a quando non si può più vedere” mentre esteriormente si segue la linea, chiamandola bene, sperando che “qualcuno si accorga che ci sto provando”. Un ritornello simile a un mantra recita: “Tutta me, una ferita da chiudere, ma io la lascio tutta aperta”. 

L’esibizione di Abrams con Camden a Madrid è stata filmata e pubblicata su YouTube da una fan che ha scritto: “Pazzesco. Non ho parole. Ho pianto. Morivo. Son morta”. Migliaia di persone hanno assistito a quel concerto: cantavano tutte insieme, conoscevano a memoria il testo tortuoso, lo avevano fatto proprio. Il Weltschmerz adolescenziale non è una novità: ogni generazione trova il suo modo di esprimerlo. C’è, però, una qualità singolare nel lamento del nostro tempo che non possiamo liquidare come feticizzazione della desolazione. Ascoltando e guardando Gracie Abrams cantare, non si dubita della profondità dell’esperienza da cui nasce il suo grido. È inquietante sentirlo ripreso, quel grido, cadenza dopo malinconica cadenza, da una folla giovane e compatta: “Volevo solo che sapessi / Non sono mai stata brava a farcela. […] Spero davvero di sopravvivere a questo”. “Speranza” è un termine appropriato in queste circostanze? In effetti, non sono sicuro. Ciò che spicca nei testi è la speranza mancata di fronte a una minaccia sempre presente.

Il seguito di Gracie Abrams è composto soprattutto da ragazze. Uno stereotipo lascia intendere che i ragazzi siano diversi, attratti invece dal cupo riconoscimento delle difficoltà della vita, pronti a sopportarlo con una forza d’animo da maschio selvaggiamente barbuto. Chiunque vada in giro e parli con i giovani, o trascorra del tempo in un confessionale, sa che la posta in gioco non è così chiaramente distinta: la consapevolezza di essere feriti permea i nostri tempi come una nebbia di fumo. 

Com’è straordinario vivere la Quaresima in un tale contesto, fissare lo sguardo su un corpo ferito e disteso, affermando che qui si trova la speranza. Per secoli la Chiesa è stata cauta nel mostrare le ferite che Cristo ha subito durante la sua Passione, impegnata com’era a inquadrare a parole il paradosso che costituisce il cuore della proposta cristiana: che in Cristo la divinità e l’umanità sono entrambe integralmente presenti, che quest’uomo “nato dalla Vergine Maria” è al contempo “Dio da Dio, Luce da Luce”. Solo quando il Concilio di Calcedonia ebbe affinato il quadro concettuale necessario per salvaguardare questo equilibrio, lo spirito cristiano fu libero di immaginare, non solo a parole ma anche nell’arte, graficamente, l’umiliazione liberamente assunta da Dio fatto uomo. Il Crocifisso emerse come l’emblema cristiano per eccellenza. Arrivava a occupare il centro della scena nella pratica cultuale, almeno in Occidente, dove le rappresentazioni di un Dio ferito sono diventate il punto focale delle nostre chiese e di altri edifici, formando la coscienza pubblica.  

Ricordando ai cristiani di Corinto la sua venuta tra loro, Paolo scrisse: “non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso”. La centralità assoluta della Passione salvifica di Gesù ha pervaso la dottrina di questo ineguagliabile predicatore di riconciliazione, misericordia, trasformazione della grazia, gioia e vita eterna. 

Ci vuole coraggio per seguire il suo esempio in una cultura che ci tenta a diffondere un Vangelo più allegro, prevedibile in termini di procedure fisse e risultati prestabiliti. Intorno a noi, le navate delle antiche cattedrali, oscurate dalle croci, vengono trasformate in campi da mini-golf. I santuari sono usati per scenette secolari progettate per mostrare una supposta “rilevanza”. Nel frattempo, a due passi di distanza, nell’arena del mondo, secolare, i giovani ondeggiano sconsolati, cantando dolcemente che la vita è una ferita aperta e che “non c’è più balsamo in Gilead”.  

Due tendenze contraddittorie segnano oggi gli sforzi per affrontare le ferite. Da un lato, le persone sono pronte ad esibire come marcatori identitari le proprie ferite, acquisite, ereditate o immaginate. Possono avere buone ragioni, motivi fondati su richieste di giustizia. Ma, come ci ha spiegato Bernardo, la prospettiva motivazionale è persa per noi se radichiamo il nostro senso di sé nell’attaccamento a una ferita. Rischiamo di impantanarci nella rabbia, una passione che sostituisce le aspirazioni alla guarigione con affermazioni autoassolutorie. La rabbia e il suo riflesso, l’amarezza, possono intrappolarci in una disperazione perversamente soddisfatta di sé. 

Dall’altro lato, ci sono sforzi per cancellare le ferite. Si sente insinuare che le ferite non dovrebbero esistere e che, se esistono, le membra malate verrebbero rimosse. Nelle società diventate transazionali, gli elementi improduttivi non hanno posto, sono visti come anomalie, trattati con durezza. Questo atteggiamento è evidente nelle controversie sull’aborto e l’eutanasia, come nel discorso ricorrente sull’eugenetica. Lo si coglie nei sogni distopici di liberare le società dagli indesiderabili, che alcuni politici confinerebbero in riserve o lascerebbero cadere dal bordo di una scogliera. 

Si può interpretare questo sviluppo in modi diversi. Sembra difficile negare però che l’eclissi nella coscienza pubblica della figura del Crocifisso, il Ferito-ma-non-vinto, abbia qualcosa a che fare con tutto ciò. Una civiltà che, a un certo livello, cerca la sua misura in un’immagine che afferma l’importanza della pazienza e della sofferenza redentrice si trasforma col tempo: può anche imparare l’empatia, un sentimento non spontaneo per l’umanità decaduta. 

La riverenza per le ferite di Cristo ha definito la sensibilità cristiana per secoli, manifestata nella devozione alle reliquie della Passione, nella Via Crucis, in poesie e dipinti, in opere musicali, dalle Lamentazioni rinascimentali alle Passioni di Bach fino all’innografia del XIX secolo. Si è espressa nel culto del Sacro Cuore, diffusosi in tutto il mondo sulla scia delle furie rivoluzionarie. Al centro di tutto questo c’era il rispetto per l’enorme mistero della sofferenza, costitutivo della condizione umana presente. La Croce ci permette di possedere la realtà affermando insieme la non definitività delle ferite, che possono essere guarite e diventare fonti di guarigione. 

Radicarci in questo mistero della fede significa lavorare a una rivolta costruttiva contro inganni ricorrenti: contro l’inganno politico che la società, e lo stato, dovrebbero essere gestiti su un modello evolutivo in vista della perfettibilità umana; contro l’inganno antropologico di uno standard normativo di “salute”, usato per segnare la divisione tra vite “degne di essere vissute” e vite “indegne”; contro l’inganno culturale che attribuisce alle ferite un potere fatale e deterministico; e contro l’inganno psicologico che si arrende alla disperazione, ipnotizzato dalla voce sussurrandoci all’orecchio, nel cuore della notte, riguardo a ferite intime: “Sarà sempre così”.

La Passione di Cristo ci permette di levare lamenti senza rabbia. Ci apre alla compassione, che è una categoria epistemologica capace di preparare una visione benedetta come quella di Giobbe: “Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto”. Possiamo, con Tommaso, invocare il Crocifisso e Risorto: “Mio Signore e mio Dio!”. Il Vangelo afferma che le ferite di Cristo, dopo la sua risurrezione, non sono state eliminate, ma rese gloriose. Anche le ferite del mondo possono esserlo, quando l’olio e il vino di Cristo vengono versati su di esse.

La Croce è per i credenti al tempo stesso simbolo e memoria di un evento. Il simbolo della Passione di Cristo non è qualcosa che generiamo noi: ci è stato dato. È lui che ci interpreta, non noi. Vale la pena insistere su questo mentre nuotiamo contro la corrente di un capitalismo simbolico impostato sulla “produzione di conoscenza”. In questo mondo virtuale, i “fatti” sono artefatti. Narrazioni, immagini e dati vengono trafficati per perpetuare il cambiamento, quindi per un ulteriore consumo. È difficile capire qualcosa e cambiarla allo stesso tempo. Di conseguenza, la ricerca di chiarezza svolge un ruolo minore nell’attuale discorso pubblico, la cui retorica sfuggente e i cui simboli irregolari sono piuttosto progettati per confondere. 

Eppure l’essere umano brama la comprensione. È definito dalla sua necessità di chiedere: “Perché?”; ha bisogno del pensiero chiaro della Chiesa e della speranza centrata su Cristo; ha bisogno del suo sicuro senso dell’orientamento; ha bisogno dei suoi simboli, che sono realistici, diversi da quelli del mondo, incentrati su un corpo storicamente ferito, sulla morte superata, sul destino eterno dell’uomo integrale, composto di anima e di corpo. La sublime prospettiva della nostra fede si fonda su realtà che sono accadute e che, nella comunione del corpo mistico di Cristo, accadono ancora. Professiamo che una Benevolenza trasformante ha saturato la sofferenza umana anche nelle sue manifestazioni più estreme, raggiungendo le profondità stesse dell’inferno, e che nessuna desolazione è pertanto definitiva. 

Questo è il nostro Vangelo. 

Il nostro tempo lo richiede a gran voce. I giovani che si lamentano nei nostri parchi con il cuore pesante ne hanno fame: ascoltano quando viene presentato “con autorità” da cristiani capaci di esporre e manifestare la verità senza compromessi, mostrando la grazia di Cristo che può rinnovare e trasformare le nostre vite. 

A Clairvaux nel 1139, Bernardo predicò il suo ultimo sermone sul Salmo 90 alla vigilia di Pasqua. Vi si respira la gioia di un atleta che ha terminato la gara. La vita di un monaco, dice san Benedetto, dovrebbe essere una Quaresima continua, sempre incentrata sulla vittoria di Cristo: il tempo liturgico rivela il senso dell’esistenza in quanto tale. Bernardo esplicita il legame. Le prove della vita sono doglie del parto che ci fanno scoprire cosa significa essere vivi: “Si vive davvero là dove la vita è vivida e vitale”. Siamo nati per vivere in pienezza e per portare frutto. C’è una “speranza di gloria” nella tribolazione, dice Bernardo, prima di correggersi e dire: No, la gloria ènella tribolazione, come il frutto è nel seme. Egli esclama: “Latita la gloria, fratelli miei, che per noi è nascosta nella tribolazione: nello spazio di un momento latita l’eternità, in questo peso lieve latito un peso sublime e smisurato”.

Il capovolgimento è completo. Ciò che ora ci appesantisce manca di sostanza duratura. Il peso della gloria ci trascina verso l’alto, verso una magnifica e molteplice gloria. Configurati alla piena partecipazione alla vita di Cristo, conosceremo la paziente gioia di Dio che proclama nel Salmo 90: “Io sono con lui nella tribolazione”. Dice anche: “La mia delizia è stare con i figli degli uomini”. “O Emmanuel – risponde Bernardo – Dio con noi!”. E aggiunge: “Ave, piena di grazia, il Signore è con te”, delineando con delicatezza il carattere mariano della crescita nella grazia verso l’autentica maturità cristiana. Dio sa ciò che desideriamo e ciò di cui abbiamo sete, ciò che è di nostro gusto. Non dobbiamo accontentarci di troppo poco: dobbiamo conoscere e proclamare a immagine di chi siamo fatti, di quale grandezza siamo, per grazia, capaci. 

La mattina dopo aver predicato quest’ultimo sermone, Bernardo avrà aperto il suo Graduale per cantare l’introito di Pasqua: l’incantevole Resurrexi nella sesta modalità, “modus gravis”, un’espressione musicale di quella gravità che tende verso l’alto. È una composizione liturgica che proclama la risurrezione con silenziosa meraviglia. Eleva la lode della Chiesa davanti alla tomba vuota nell’abbraccio eterno della Santissima Trinità. Attirati finalmente in quell’abbraccio dalla vittoria pasquale di Cristo, vedremo come siamo visti, conosceremo come siamo conosciuti. Finalmente ameremo in modo perfetto.

Per ora, ancora, conosciamo e vediamo in parte, mentre restiamo, grati, vigilanti nella notte: lavoriamo, serviamo, insegniamo, combattiamo quando serve. Ci sforziamo di amarci e onorarci a vicenda, con gli occhi fissi su Gesù, “autore e perfezionatore della nostra fede”. Lui, l’Agnello di Dio, è la nostra lampada. La sua luce gentile, anche quando è nascosta, è piena di letizia.

 

O BONITAS

Le altre meditazioni di S.E. Mons. Erik Varden si possono trovare al seguente link: https://diocesifaenza.it/categoria/spiritualita/

Meditazione di S.E. Mons. Erik Varden dei Cistercensi della Stretta Osservanza-Trappisti e Prelato di Trondheim (Norvegia). Esercizi spirituali Illuminati da una gloria nascosta. © Erik Varden https://coramfratribus.com/life-illumined