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“Io lo glorificherò” – 7° meditazione di Erik Varden – Esercizi spirituali della Curia romana

Quando Gesù aveva spiegato cosa significasse rimanere con lui ed entrare nel Regno che annunciava, “molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui”. Non erano disposti ad accettare i suoi discorsi sul realismo sacramentale, sull’indissolubilità del matrimonio, sulla necessità della Croce. Quando Cristo fu crocifisso sul Calvario, il synodos che aveva camminato con lui solo sei giorni prima non c’era più. Erano rimasti solo due seguaci: sua Madre e Giovanni, il Discepolo Amato. 

Giovanni fornisce un resoconto preciso della kenosi di Gesù che si svolge su due livelli: quello dell’amore divino, spremuto nel torchio della Croce; e quello del tradimento della lealtà umana, quando anche coloro che avevano promesso fedeltà usque ad mortem erano fuggiti, richiudendosi in casa a leccarsi le ferite in segreto. 

Eppure Giovanni insiste che proprio questa scena di abbandono manifesta la gloria di Cristo.

La glorificazione, dice Bernardo, avviene quando, compiuto il nostro viaggio terreno, noi finalmente contempleremo quello che in questa vita abbiamo fermamente sperato, mettendo la nostra fiducia nel nome di Gesù. “Spes in nomine, res in facie est”. Non c’è modo di rendere il senso di questa formula concisa e bellissima se non con una parafrasi un po’ ampollosa: “La nostra speranza è nel nome del Signore; la realtà sperata è nel vederlo faccia a faccia”.

Una certa “gloria nascosta” è comunque percepibile già adesso. Agostino amava dire che qui e ora portiamo l’immagine della gloria in una “forma oscura”, una forma che è incarnata e soggetta alle vicissitudini dell’esistenza concreta. Una volta che avremo attraversato questa vita, la forma si rivelerà esplicita e “luminosa”.

Eventuali deformità causate da una libertà mal esercitata saranno allora riformate, perché la forma emerga nella sua bellezza immaginata in origine: come “forma formosa”. Agostino, così profondamente umano e al contempo penetrante, sottolinea che la gloria dell’immagine non può andare perduta; è impressa nel nostro essere. Può però essere sepolta sotto strati di oscurità che si accumulano e vanno rimossi.

La Chiesa ricorda alle donne e agli uomini la gloria segreta che vive in loro. La Chiesa ci rivela che la mediocrità e la disperazione del presente, non ultima la mia disperazione per i miei persistenti fallimenti, non devono essere definitive; che il piano di Dio per noi è infinitamente meraviglioso; e che Dio, attraverso il Corpo mistico di Cristo, ci darà la grazia e la forza di cui abbiamo bisogno per raggiungerlo, se solo glielo chiediamo. 

La Chiesa manifesta splendori di “gloria nascosta” nei suoi santi. I santi sono la prova che la malattia e la degradazione possono essere mezzi che la Provvidenza usa per realizzare uno scopo glorioso, conferendo forza ai deboli e, ancora non contenta di così poco, rendendoli santi radiosi.

La Chiesa comunica la “gloria nascosta” nei suoi sacramenti. Ogni sacerdote, ogni cattolico conosce la luce che può irrompere nel confessionale, durante un’unzione, un’ordinazione o un matrimonio. La più splendida, e per certi versi la più velata, è la gloria della santa Eucaristia.

Che sacerdote non potrebbe dire, dopo aver celebrato i santi misteri, quello che una grande musicista una volta dichiarò sull’esperienza di essere lo strumento di una luminosa comunicazione di bellezza, guarigione e verità: “la morte non sarebbe davvero una tragedia: [perché] il meglio di ciò che è al centro della vita umana è stato visto e vissuto”, il suo cuore bruciato da gloriosa meraviglia?

Le altre meditazioni di S.E. Mons. Erik Varden si possono trovare al seguente link: https://diocesifaenza.it/categoria/spiritualita/

Meditazione di S.E. Mons. Erik Varden dei Cistercensi della Stretta Osservanza-Trappisti e Prelato di Trondheim (Norvegia). Esercizi spirituali Illuminati da una gloria nascosta. © Erik Varden https://coramfratribus.com/life-illumined